Tempo di lettura: 4 minuti

L’arte ha un proprio ruolo nell’artigianato. Basta vederla, osservandola sulla pubblica via, dove, all’esterno della sede dell’Associazione Artigiani, l’espressione visiva di una data manifestazione artistica si pone in tutta la sua potenza evocativa.

Accade a Brescia, nell’intersezione di via Angelo Poisa con via Cefalonia, in quel cuore finanziario che, nel terziario affaristico, profila emblematicamente anche l’immenso parallelepipedo a specchi, nella definizione visiva del grattacielo “Crystal Palace”, slanciato lungo l’asse ermetico di traffici e di servizi che lo ha inteso volumetrico, nel suo considerevole dispiegamento di quota in cui è assestato da tempo, nell’assonanza architettonica del caratteristico arcipelago di recapiti similari che risulta dettagliato dalle costruzioni circostanti.

Lungo tutta la notevole ampiezza di una parete laterale dell’ambiente preposto agli uffici dell’Associazione Artigiani ha sede questo murales, sviluppato orizzontalmente in altezza, rispetto al piano di battuta della strada dove si affaccia, e piuttosto in vista lungo quel gomitolo di strade che, in prossimità dell’opera stessa, ragionata, voluta, studiata e pure argomentata, ne rivela i rutilanti colori impattanti che contribuiscono a condensarne, in un colpo d’occhio, la portata intera.

Vibrante sprazzo cromatico che riverbera, in un “sovralzo” di colori caldi, a differenza di un maggioritario irraggiamento attiguo grigiastro, quest’opera è corredata da un pannello didascalico che la illustra diffusamente, particolareggiandone, fra l’altro, quel motivo ispiratore che conferma, nel luogo, il messaggio celebrativo di un contenuto saliente.

Si tratta della rappresentazione del lavoro, coniugato alla tradizione, per non dire al passato, inteso in collegamento e nello slancio verso il futuro, per non dire a contatto con le generazioni più giovani, intuibili nella staffetta di un avvicendamento intergenerazionale che pare abbia contraddistinto il mandato artistico, resosi qui sostanziale, per una sintesi valoriale, espressa in un appaiamento contestuale.

Il titolo, di questo lavoro, dagli effetti a panneggio, che è frutto della maestria di Vera Bugatti di Brescia e di Fabio Maria Fedele di Rovigo, è, in coerenza con tale concetto d’insieme, presentato nei termini di “Futura traditio”, nell’implicita e taciuta preferenza sposata alle lapidarie epigrafi latine, con le quali si sono consegnate alla storia certe solenni celebrazioni collettive.

Nel ragionamento dell’intitolazione, c’è anche la definizione della natura stessa del manufatto che, per non sbagliare, appare significativo di poter considerare, adeguandosi alle intenzioni di chi ne ha circostanziato gli aspetti, nell’individuarne la definizione preferita perché, nel medesimo posto in cui si pone, se ne attesti la specificità della sua stessa identificazione, ritenuta, anche da quanto si può leggere nel cartello, ivi presente, come una “opera d’arte urbana”, per la quale procedere a svelarla alla stregua di una “anamorfosi di ben 320 metri quadrati, probabilmente una fra le più grandi, realizzate con questa tecnica a livello nazionale. Deve essere fruita e fotografata da un punto di vista laterale, indicato a terra, ma per rendersi pienamente conto della deformazione del disegno, è necessario camminare lungo la via, fino alla fine del dipinto, lungo 30 metri. Un pezzo in prospettiva, quindi, che inserisce due personaggi un una cornice architettonica, in modo da dare l’impressione che facciano capolino attraverso una sorta di stanza virtuale. Dentro questa scatola, un finestrone illusorio imita il serramento vero, reso tridimensionale e fluttuante”.

Non mancano tracce per una lettura della raffigurazione dove tutto è in subordine ad una scelta minuziosa di rappresentazione, ricorrendo ad un simbolismo diretto, nell’assortimento di quanto è nella evidenza di una simultanea ricchezza di molteplici ambiti, presi in considerazione.

Fra questi, anche la storica allusione alla nota pandemia, temporalmente esorbitante sul 2021, quale anno di esecuzione del lavoro in questione, che è tematicamente sottolineata dalla medesima fonte stanziale, contenutisticamente correlata, in un riquadro di lettura, a questo manufatto, in cui aleggia, fra l’altro, l’eco dell’accennata contingenza sanitaria, interessante anche gli effetti riversatisi pure nel mondo dell’occupazione: “L’opera murale doveva essere realizzata nella primavera del 2020. Poi il progetto è slittato per i motivi che tutti conosciamo. Su richiesta dell’Associazione Artigiani gli artisti hanno riflettuto su come poter sfiorare il tema del Covid-19 senza rendere il pezzo drammatico, cosa non facile a livello iconografico. (…)”.

La strategia espressiva, per render presenti guanti e mascherina, con il, comunque, darsi da fare per proseguire con la missione lavorativa, avviene, nell’opera, proprio palesando questi mezzi di protezione individuale, nell’insieme stringente di una compresenza fra varie strumentazioni di lavoro, raccolte funzionalmente in una cassetta dalla quale fuoriescono in un qualche modo, denotando vari arnesi, rispettivamente relativi ad un proprio precipuo settore, come può, ad esempio, dirsi nella visione di una leva a bolla, di una chiave inglese, di un martello, ma anche di un mattarello da cucina, di un cacciavite, di un metro, di un paio di forbici e di un, se non ci si inganna, pennello da trucco.

Evitata la falce e martello, ma anche la squadra ed il compasso, la versione iconica del lavoro gravita anche in questa principale scelta di campo, affidata alla strutturazione delle sembianze figurative di due primi piani abbinati, quali, di questi, il personaggio senescente ed il giovanile, in un binomio appariscente che pare, forse, porsi anche in un certo stacco, rispetto alla tradizione stessa alla quale l’opera intende rendere un omaggio coincidente, per via del fatto che, fra le due, la figura giovane è femminile, con tanto di treccia, svelata sotto il cielo della città di Ermengarda, quasi a preconizzare un cambio di coinvolgimento nell’esercizio lavorativo, inteso in quel genere che, anche oltre al perseguimento di una accreditata parità, sembra divenuto accenno e presupposto al vagheggiato approssimarsi statistico di un’ulteriore affermazione di compiti e di responsabilità, nelle dinamiche sociali che attengono lavorativamente pure ai passi qualificanti del tempo incombente.