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Oltre i rigori dell’incombente stagione, la pittura resiste nel suo ruolo che è anche funzionale ad una costante interazione, fra la realtà osservata ed uno spontaneo vincolo di creativa immedesimazione.

Accade, ad esempio, nei pressi del fiume Po’, a Riva di Suzzara, attraverso il caratteristico immortalarsi di una veduta del posto sulla tela del pittore bresciano Tomaso Maggini, appositamente recatosi in loco, per esercitare la sua pittura “en plein air”.

I tradizionali spioventi galleggianti, zatterone sull’acqua che persistono in un’esplicita evocazione territoriale, circa una peculiarità che associa l’opera umana in una suggestiva aderenza alla natura fluviale, campeggiano in questa tela, recentemente giunta a maturazione, proprio nel mentre che l’autore ha, pure, in serbo, per lo scampolo residuo del 2021, di cimentarsi anche con le attrattive proprie di un distinto altrove.

Trattasi, fra le altre, delle vedute veneziane che questo pittore ha in obiettivo di andare ad aggiungere, ulteriormente, al proprio repertorio compositivo, da sempre ispirato agli avvalorati canoni figurativi della tradizione che, particolarmente, risentono del suo dedicarsi ad emulare, in un’esclusiva trattazione, i lavori di alcuni suoi predecessori, esorbitanti dal panorama artistico locale, come, fra gli altri, per citarne il più noto, Francesco Filippini (1853 – 1895).

Nato un secolo dopo, rispetto all’anno di nascita di tale affermato pittore impressionista, Tomaso Maggini ritrova nelle tele ottocentesche di che ispirarsi per la propria fedele dedicazione alla pittura, valorizzata anche dall’ambientazione del suo laboratorio d’arte, contestualizzato in un genuino ambito campestre.

La cascina Persello, tra gli appezzamenti agricoli di Torbole Casaglia, è, da tempo, punto di sintesi per questo artista, pure coinvolto fra le attuali tendenze pittoriche presenti a Brescia, per via del suo essere socio attivo dell’Associazione Artisti Bresciani dove, tra l’altro, seguita a perfezionare la propria ricerca creativa, nella concomitante prospettiva formativa che lo pone al seguito degli allievi del maestro Enrico Schinetti, profilandosi personalmente nel contesto della scuola di pittura e di grafica di tale sodalizio degli appassionati d’arte, noto anche per l’apporto sistematico di alcuni interessanti corsi, imperniati all’opportunità di una qualificante levatura.

Insieme ad altri, per condividere, mediante un propositivo confronto, la propria passione pittorica, sia a Brescia, come anche in un più defilato e ristretto cenacolo di amici, quali sono i pittori Giovanni Bonassi di Rezzato e Luciano Ballini di Gussago, con i quali si trova abitualmente a dipingere nelle escursioni mirate a stazionare in ameni punti d’osservazione all’aperto, per assimilare, in concreto, le seduzioni di un dato contesto, onde trasferirle, nel rispetto della consegna del lascito figurativo, come risulta impresso dallo specchio traslato dal vero, sulle proprie tele, anche rielaborando i momenti della praticata escursione, ormai lasciati alle spalle, quando il dipinto viene ad essere concluso nel suo laboratorio che, in cascina, pare che abbia meglio a ritrovare una assonante ambientazione con la patina d’antico che l’artista persegue con stile per dare al manufatto la cifra espressiva di una voluta soluzione.

I colori ad olio, l’utilizzo della tela di juta, la personale realizzazione di cornici volte a contornare rispettivamente le opere in un robusto e pacato effetto, nell’eleganza, sobria e composta, di un complessivo assetto, concorrono a definire, insieme ad altre, le principali connotazioni compositive di questo pittore, che non rinuncia al dettame artistico della tradizione, anche quando si trova alle prese con scenari lontani dal proprio Paese.

Un conto, la campagna bresciana, le molteplici affermazioni dell’orto, tante volte apprezzato a motivo di ispirazione nella terra nostrana, i fiori veduti crescere nel progressivo svelamento di una bellezza addomesticata, come pure l’evolversi complessivo delle libere stagioni sotto il cielo di casa, ed un altro conto è cimentarsi con le terre basse e salmastre, in prossimità del mare, dell’Olanda pianeggiante, oltre la quota della pianura bresciana, e da sempre orientate dall’uomo a consentire un modo per stare in confidenza con questa tipica rivendicazione territoriale che, dagli esigenti criteri della natura, passa ad impostare tutta una gemmazione d’insediamento sostanziale.

Anche qui, Tomaso Maggini, ha seguito una propria ispirazione artistica, conservando quell’attenta versione vedutistica che può consentire, fra l’altro, di poter appurare nella sua proficua collezione d’arte, alcune scene dei canali della città di Rotterdam, guarda caso, con qualcosa di ragionevolmente simile, se lo si vuol vedere, rispetto alle ambientazioni padane di altri suoi dipinti, compresi, secondo una significativa gestione cromatica, nelle luci soffuse delle più brevi giornate, secondo il pragmatismo di luce compatibile con un bilancio predominante dell’aria soverchiante la terra, per la resa espressiva di quello spazio dominante che si inebria in tutta apertura sulla terra sottostante.

Il deciso richiamo del colore compenetra la realtà, descritta sula tela, mediante una traccia di osservazione caratterizzante, anche nei dipinti dove, nel registro della “natura in posa”, il confronto si ascrive ai particolari entro i quali l’opera pittorica più si focalizza.
Seguendo i colori che vi sono presenti, si approfondisce il manufatto pittorico secondo una più celata chiave di lettura, pur sempre realistica, in quanto è rappresentativa di ciò che questo pittore è riuscito ad esprimere, procedendo dall’esternazione di un’assecondata percezione intimistica.

Il rosso, ad esempio, è più di un abbinamento, quando il dipinto mostra i peperoncini, raffigurati insieme con i pari pigmenti dei gerani fioriti, quale suggestiva opera in verticale, nella veduta di uno specifico scampolo rustico fattuale, mediante certi prodotti ricorrenti al corso della natura, sul piano di una prossimità minimale, atta al poterli facilmente coltivare.

Uno strofinaccio bianco, incorona la base dell’opera stessa, nel baricentro prospettico per il quale il diafano colore del tessuto esercita un risalto contestuale, riconducendo la scena ad una presumibile ambientazione, propria del retaggio rurale dove tali soggettivazioni hanno il valore aggiunto del fascino della quiete agreste che vanno tradizionalmente ad evocare.