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Brescia – E’ il tono che dà la musica. Sembra ci sia modo e modo per interpretare le note canore e strumentali. Anche in tempi antichi. Note che, in ogni caso, dai rispettivi spartiti, muovono differenti vibrazioni melodiche, per gli effetti che, dai loro stessi componimenti, scaturiscono nell’evanescenza di musicati concetti espressivi.

Concetti di festa, di appassionata esternazione emotiva, nell’indotto di una suscitata percezione dimensionata in un’ampia prospettiva, nell’insieme degli amplificati motivi rappresentativi delle ispirazioni poste alla base di intuiti compositivi, perché siano acusticamente manifestati nei differenti suoni esplicativi dei loro corrispondenti contenuti celebrativi.

Pare che, questo aspetto, sia valso pure in passato, anche in relazione ai pubblici festeggiamenti di peculiari manifestazioni, legate alle visite ufficiali di conclamate celebrità di passaggio.

Fra altre note personalità, a Brescia, erano, rispettivamente passate, nel 1497, Beatrice Cornaro, regina di Cipro, ed Anna di Francia, regina di Ungheria nel 1502.

Alla forma musicale sembra fosse spettata una parte importante di quella più generale spettacolarità che, attraverso quest’arte liberale, aveva consacrato un’amena cornice di rilievo, sia al cerimoniale di tali visite singolari che ai festeggiamenti, promossi, invece, in un’ottica circense di straripante e di dozzinale popolarità.

Ambito, questo, messo in evidenza dallo sparticolare_riccio_violino_OleBulltorico Pompeo Molmenti (1852–1928) che, dalla prima pagina de “La Sentinella Bresciana” di “sabato 21 agosto 1897”, riportava all’attualità dei suoi, ormai ora obliati contemporanei, un fatto fattibile anche oggi di essere colto in tutta la sua portata di curiosità.

Secondo l’illustre estensore dell’articolo sembra che anche allora, gli ospiti illustri e doviziosi fossero fatti segno alle persecuzioni e alle noie degli strimpellatori e dei canterini, giacché un vecchio documento di quei tempi accenna come si fosse introdotta usanza da alcuni, infimi vili et inexperti nell’arte del sonare gli quali cum gli soi rozi et inordinati instromenti se exercitano nel far matinate, non solo a spose, ma ad ogni Principe et signore che venga in questa Magnifica Città; talchè ne risulta grandissima infamia, scorno et vituperio non solo a loro, ma a tutta la Citate”.

Il periodo in questione non era, naturalmente, quello vissuto dallo storico accennato, ma, piuttosto, l’epoca lontana alla quale rimandava il ritrovamento da parte sua, nell’archivio di Stato di Brescia, di una formale risoluzione delle autorità cittadine all’inizio del Sedicesimo secolo, nel momento in cui, come lui stesso fedelmente riportava sull’accennata carta stampata, “il dì 26 febbraio del 1508, il Consiglio del Comune di Brescia, si riuniva per leggere una protesta di parecchi che, avendo il culto dell’arte, non volevano che la musica fosse trasformata in un ignobile mestiere”.

Il problema era istituzionalmente preso in considerazione in quell’anno, in un certo qual modo, prossimo ad abbracciare l’avvento del fatidico 1512, annata infausta a motivo del conclamato “sacco di Brescia” che avrebbe, invece, fatto probabilmente accantonare, le velleità del congetturare sull’incombere di certi presunti inconvenienti di mestiere, innanzi alla devastazione della crudeltà francese, inflitta alla città nelle ferite di una spietata tragedia.

Solo qualche anno prima, neanche un lustro di distanza nel tempo da lì a venire, a Brescia ci si prendeva, diversamente, la briga di provvedere contro quelle note stonate che, per la categoria dei sedicenti migliori del campo, erano mal tollerate come autentiche mele marce, dannose per tutti gli altri, ritenuti interpreti del bel musicare e del buon canto.

La richiesta, avanzata, nel gergo latinizzanmusica_nel_cinquecentote di quei giorni, da un gruppo di musici, agli allora amministratori del capoluogo bresciano, si sintetizzava nella redazione di un manoscritto dove “humilmente supplicano gli vostri fidelissimi servi sonatori, et pregano, Dei gratia, che per honore et reputatione de essa Magnifica Città et aciò, se sapia quelli che cum sudore et fatica hanno speso lo suo tempo ad imparare tal arte, che si vogliano degnare di elezere doi, overo trei, homini pratici et experti ne la scientia de la Musica, gli quali habiano a vedere et examinare tutti quelli che in tal cosa fanno professione, et de tutto quello numero elezere quelli che saranno più perfetti, et de epsi fare uno consortio et compagnia, quali soli habiano a far solamente matinate a spose, a gentilhomini et forestieri; et che altri che non seranno de tal numero non si possano in tal cosa impazare (impicciare); et questi tali eletti se offriranno et offeriscono a tutti gli commandi di questa Magnifica Comunità de bando; la quale cosa facendo, a la prefata Magnifica Comunità, serà gloria et honore et ad tali electi non piccolo premio et dignitate de loro longe vigilie et fatiche; gli quali cum somma reverentia se raccomandano a voi”.

In quei remoti frangenti, pare che per i cultori della materia, elevata ad un sedicente livello di eccellenza, si fosse dovuto procedere ad una scrematura di ponderata consistenza, andando a stabilire chi facesse che cosa, nell’ambito di una selettiva abilitazione che desse licenza ai più bravi di interpretare le più qualificate e stimate rappresentazioni del settore in un’ufficiale abilitazione di pertinenza.

Una sorta di “patente” alla quale si era addivenuto, nella sede delle autorità cittadine, attraverso la nomina di tre esperti, tal Matteo degli Avvocati, Antonio Caetani e Benedetto Roberti che, in seguito, prestavano orecchio critico all’insieme di quanti nella città di allora interpretavano quel servizio che, alla musica, era ingiunto dovesse corrispondere il loro fare provetto.

La designazione era, infine, stata effettuata su coloro i quali potevano esercitare l’arte musicale, interpretandola liberamente nella maggior ampiezza delle circostanze dove la rappresentatività delle prestazioni eseguite diveniva pure riflesso significativo del loro stesso contesto di scena che si confondeva fra le note melodiche e canore in una medesima armonia d’intesa, a favore della quale, in quel frammento di storia, erano stati autorizzati “Martinellus de Foresto, barberius, Oliverino Trussus, Antonio de Gussago, Aloysius de Montegnaga, Franciscus de la Arpa cum socio, Franciscus q. Nicolini toaliari, Isepus de Valenzano”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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