Dopo aver faticato a prendere sonno ieri sera (il momento clou del mio viaggio si stava per concretizzare…), questa mattina sveglia molto presto per essere all’ingresso del museo per l’ora di apertura (8.00) e anticipare le comitive.

Prima sorpresa: l’ingresso è gratuito (anzi, la sorpresa e’ dell’addetto quando mi vede prendere in mano il portafoglio…). Purtroppo, per le guide in lingua italiana occorre attendere le 14.00.

Acquisto una mini guida e comincio a leggerla avidamente mentre mi avvio all’ingresso del campo. Qui un brivido mi percorre la schiena: quella scritta “Arbeit macht frei”, che avevo visto mille volte sui libri, era lì davanti a me con tutto il suo abominevole sarcasmo…

Proseguo la visita tra i blocchi (edifici a due piani ex baracche dei detenuti) del campo, leggendo fitto fitto la guida e confrontandola passo passo con le aberrazioni che si palesavano lungo il cammino (giacigli di paglia e stracci, divise di prigionieri con segni identificativi, montagne di capelli-scarpe-supellettili).

Intanto, l’angoscia sale e mi prende alla gola. Ma è all’arrivo alla camera a gas ed al forno crematorio che scoppio a piangere e sento un bisogno irrefrenabile di dire una preghiera (dichiaro di essere un convinto credente ma assolutamente poco o nulla praticante) e, senza preoccuparmi dell’eventuale presenza di altri, comincio a farlo a voce alta.

Ancora scosso mi avvio all’uscita dove trovo un fiume di gente in fila per entrare e mi compiaccio doppiamente della scelta di essermi alzato presto. Prendo la macchina e mi avvio verso il campo di Birkenau.