Tempo di lettura: 6 minuti

L’economista bresciano Marco Vitale è ospite sabato 21 novembre degli Incontri di Pensiero promossi dalla cooperativa Il Calabrone. Alle 17 all’auditorium Capretti di via Piamarta 6 a Brescia, Vitale parlerà di “Economie dell’esclusione ed economie dell’inclusione”.

Con l’occasione di questo incontro vi riproponiamo l’intervista scritta e in video con Marco Vitale che abbiamo realizzato la scorsa primavera. 

——————————————————-

La vita e la storia professionale di Marco Vitale sono la sintesi di oltre cinquant’anni di intenso lavoro, pensiero, elaborazione, ironia, umiltà, utopia. Vitale è da sempre un economista fuori dai giochi.

Fin da quando, giovanissimo, diventa socio dell’Arthur Andersen. Proseguendo negli anni dell’insegnamento universitario, da Pavia alla Bocconi.

Fino a oggi: all’alba degli 80 anni l’economista bresciano continua a essere un generoso divulgatore e, a modo suo, un rivoluzionario. Un uomo senza peli sulla lingua. Che non teme di essere sgradito anche quando le sue teorie, per l’ennesima volta, veleggiano controcorrente.

Per tutte queste ragioni l’abbiamo incontrato nel suo luminoso studio nel cuore di Brescia. E con lui abbiamo parlato di economia, banche, riforme, futuro del credito cooperativo.

 Marco VitaleProfessore, Jean Louis Bancel, presidente del Credit Cooperatif, ha detto che è in atto un processo di demutualizzazione delle banche che viene da lontano. Che fa parte di un disegno internazionale.
Sono d’accordo. Ma devo fare una premessa legandomi a quanto sta avvenendo nelle banche popolari. Siamo di fronte a due grandi errori: chi propone i provvedimenti di riforma e chi non si difende contro questi provvedimenti. Pensando che sia una questione di dieci banche popolari e basta.

E invece no: è una questione che tocca tutto il credito cooperativo e che rappresenta solo il primo passo di una concezione che va combattuta sul piano del pensiero cogliendone le profonde radici.

Tutto ha inizio verso la fine dell’Ottocento negli Stati Uniti, con l’esplosione delle banche d’affari che in quel decennio si rafforzano. In quegli anni le banche non si occupano più solo di deposito e prestito ma cominciano a fare affari, speculazioni, investimenti. Cominciano a giocare con i soldi degli altri.

E’ così che, dopo l’ebrezza speculativa degli anni ’20, si arriva alla crisi economica del 1929. Ricordi questo dato: nel 1928 l’1% della popolazione americana controllava il 23,9% dei redditi.

Ci siamo ripresi nel ’33 quando il presidente Roosevelt, con una legge fatta in tre mesi, il Glass Stigel Act, decise la separazione fra banche d’affari e banche di deposito e prestito.

Abbiamo goduto di una pace sociale ed economica lunga trent’anni grazie a Roosevelt. Nel 1976 l’1% controllava solo l’8,9%. Il capitalismo democratico distribuiva la ricchezza.

A cavallo fra gli anni ’70 e ’80 questo trend si è rotto. Abbiamo ricominciato la corsa verso le grandi dimensioni e la concentrazione della ricchezza. Siamo tornati cento anni indietro. E nel 2007, anno di inizio della crisi attuale, siamo arrivati di nuovo a quel 23,5% concentrato nelle mani dell’1%.

E’ stata la deregulation degli anni Novanta a portarci alla crisi. E anche l’abolizione del Glass-Steagall Act da parte del democratico Bill Clinton. E’ ricominciata così la concentrazione della ricchezza e sono ricominciati i fallimenti bancari. Si sono rafforzate le banche troppo grandi per fallire.

L’unica a soccombere è stata la Lehman Brothers. Tutte le altre sono state salvate a spese dei contribuenti. Senza condizioni.

Questo è il delitto del presidente Obama. Era giusto salvarle quelle banche, nell’interesse del sistema. Ma bisognava imporre il ripristino delle regole e il cambio dei vertici. E soprattutto bisognava smontare quei grandi conglomerati finanziari che oggi nessun potere politico riesce più a guidare o influenzare.

Mi sta dicendo che sono questi grandi centri oggi a governare il mondo?
Il loro modello si basa su due concezioni perverse. La prima: solo le grandi dimensioni contano e sono degne di rispetto, ecco l’origine della demutualizzazione; la seconda: la solidità bancaria si misura solo con il capitale. Ma per chi fa attività bancaria di prestito, il capitale non è la chiave di volta. Lo è la buona gestione.

Si è aperta una grande discussione nel mondo attorno al 2009-2010: c’era chi voleva smontare le grosse banche e chi invece voleva tenerle e imporre capitali sempre maggiori. Hanno vinto questi ultimi. E oggi, grazie a questa scelta, stiamo vivendo un processo che, con una maggiore accelerazione, ci porta a crisi economiche sempre più frequenti.

E’ dal 1987 che ne stiamo vivendo una ogni due, tre anni. La prossima? Siamo vicini. Forse già nel 2017.

E’ anche partendo da questi presupposti che va letta l’ostilità nei confronti delle banche mutualistiche e territoriali. Siamo di fronte a un movimento pericolosissimo che ha radici antiche e che rischia di diventare un tema di assetto democratico del sistema economico.

Abbiamo imparato ben poco da quello che è successo.
Loro non hanno imparato. Perché non vogliono capire. Perché a questa cupola conviene così. Non c’è mai stata una simile concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Per l’Italia e l’Europa non sarebbe importante la biodiversità bancaria?
Sarebbe un grave errore pensare che tutto ciò sia un problema americano. E’ una questione mondiale. E le grandi banche europee fanno parte della congrega. Ecco perché è difficile trovare soluzioni a livello europeo. Se c’è stato qualche piccolo passo avanti, è stato fatto più negli Stati Uniti che qui.

Peccato: sarebbe stata una grande occasione per l’Europa opporsi al modello americano. Lo sarebbe stato anche per l’Italia. Ma non abbiamo più autonomia di pensiero.

La Banca d’Italia è il terminale di un sistema che obbedisce. E allora uccidiamo le Bcc. Così è stato stabilito da chi non sa neppure cosa siano le Bcc. Il problema è che sfuggono a questo sistema monolitico dove al centro di tutto c’è solo guadagnare denaro con il denaro, non produrre lavoro e benessere vero.

Questo è il pensiero dominante. Ovunque. Nei grandi giornali così come nelle università. Le voci contro corrente ci sono, ma sono isolate e spesso molto piccole.

La riforma delle Popolari e quella che potrebbe arrivare per le Bcc non rispondono quindi a criteri effettivi ma solo a un disegno mondiale?
Sono applicazione di quei due errori: solo le dimensioni contano – eppure nel 2008 tutte le banche grandi sono fallite; solo con il capitale elevato si ottiene la solidità, vedi come è andata al Monte dei Paschi di Siena. E’ chiaro che ciò che conta davvero è la buona gestione. Non c’è capitale sufficiente a resistere a una cattiva governance.

Come si può attuare una governance che tuteli quegli istituti che fino a oggi hanno lavorato bene?
Quattro sono i punti per rafforzare le Bcc.
1. Autonomia. Va difesa perché è la premessa di ogni responsabilizzazione.

2. Capitale equilibrato. Non basato su parametri forzati su banche che fanno deposito e investimenti. Ma il capitale deve esistere, essere adeguato e essere sottoscritto dagli stessi soci. Vecchi e nuovi. Si tratta solo di togliere vincoli e limiti che impediscono l’affluire di nuovo capitale.

3. Solidarietà di sistema. Se ci sono Bcc che non ce la fanno, il sistema deve saper assicurare l’aiuto necessario e la stabilità. A Lumezzane mi dicevano: qui non fallisce mai nessuno, quando un’azienda va male ci sono gli altri che se ne fanno carico, l’assorbono, risolvono il problema. Credo che questo sia un modo molto civile per fare impresa. Lo stesso vale per le Bcc.

4. Buona governance. Qui valgono le norme statutarie. E’ la Banca d’Italia che deve sorvegliare, giudicando sui fatti. Deve saper distinguere fra banche buone e banche cattive. Deve capire che qualcosa non va prima che arrivino i guai. Perché non l’ha fatto?

Cosa dovrebbe fare il mondo della cooperazione per far sentire la propria voce?
Il mondo cooperativo non deve giocare in difesa. Deve andare all’attacco. Attaccare le disfunzioni del sistema che non sono radicate nelle Bcc, ma altrove.

Dovrebbero curare quei 4 punti che ho detto prima. E non commettere l’errore delle Popolari che hanno rifiutato sempre ogni rinnovamento. Non serve fare muro e basta. Diventino loro protagoniste e propositive.

Chi sta difendendo oggi in Italia lo spirito della cooperazione?
Il mondo cattolico. Ma sarebbe un errore ricondurre il confronto fra cattolici e non cattolici. E’ un confronto di libertà economica e di buona banca. E’ logico che i cattolici siano sensibili ai valori di cui le banche locali sono portatrici. La dottrina sociale della Chiesa è da sempre contro la concentrazione del potere finanziario. Ma i cattolici non devono e non possono essere lasciati soli.

La videointervista a Marco Vitale.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *