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Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 15 aprile, la riforma delle Bcc è legge.  Il Governo ha messo mano a un sistema che ha 130 anni, raggruppa 320 istituti di credito e raccoglie oltre un milione e 230mila soci.

Il testo definitivo che ha inserito il meccanismo della way out: potranno non aderire alla holding quelle banche cooperative che al 31 dicembre 2015 avevano più di 200 milioni di patrimonio netto. Queste Bcc – hanno avuto 60 giorni dalla conversione definitiva del decreto per decidere se andare da sole o aderire al gruppo unico. Il piano industriale delle Bcc che hanno deciso di uscire lo scorso 13 giugno è stato sottoposto a Banca d’Italia. Hanno presentato richiesta di way out solo tre Bcc: Cassa Padana, Banca di Cambiano, Chianti Banca.

Del futuro di un nuovo credito cooperativo (su cui Cassa Padana ha un progetto definito) abbiamo parlato con l’economista Nicola Rossi che negli ultimi mesi è stato consulente proprio sulla way out sia per Cassa Padana che per la Banca di Cambiano e che oggi è presidente del nuovo Consiglio di sorveglianza della Bpm di Milano.

“Dopo l’introduzione della cosiddetta way out la riforma del credito cooperativo mi sembra aver trovato un suo equilibrio – spiega l’economista – La way out è l’elemento che garantisce, infatti, il rispetto del principio della libertà di impresa che, con la tutela del risparmio e la difesa dei valori della cooperazione, sono i principi costituzionali che la riforma non poteva non avere come punti di riferimento”.

Si tratta però di una modalità piuttosto limitativa nei confronti delle Bcc che non intendono aderire al gruppo unico. Anche nei tempi: 60 giorni per chi vuole decidere se uscire o aderire alla holding; 18 mesi per creare il gruppo.
E’ evidentemente un compromesso visto che l’impostazione originaria della riforma inizialmente avanzata da Federcasse non permetteva alcuna alternativa all’adesione al gruppo unico bancario. Com’è ovvio, si temeva che una normativa più lasca avrebbe incentivato l’utilizzo della way out e, di conseguenza, indebolito il gruppo unico bancario.

Ciò detto, per quanto restrittiva, la way out lascia le riserve in capo alla Bcc-madre (cooperativa) e quindi permette di non violare il vincolo costituzionale che ne prevede l’indivisibilità in nome della continuità generazionale. Inoltre, la way out implica che la nuova banca scorporata sia controllata, almeno in partenza, al 100% dalla Bcc-madre e quindi garantisce che gli indirizzi strategici rimangano espressione dei valori cooperativi.

In quale modo la way out avrebbe reso più equilibrata la riforma?
Nella sua versione finale, la riforma consente all’impresa bancaria cooperativa di rimanere in vita scegliendo uno fra due modelli alternativi. Da una parte c’è il gruppo unico con a capo una società per azioni che per legge deve avere un patrimonio superiore a 1 miliardo di euro.

E’ prevedibile che al gruppo unico aderisca la grande maggioranza delle Bcc con un patrimonio complessivo vicino ai 20 miliardi di euro detenuto a maggioranza dalle stesse banche appartenenti al gruppo. Una quota di minoranza (almeno in prima approssimazione) potrà essere venduta sul mercato dei capitali ed acquistata da altri soggetti. E’ chiaro che questo schema rende possibile l’entrata di capitali esterni e non esclude il rischio che possano prevalere logiche da società di capitali piuttosto che da società cooperative.

E’ un rischio forse limitato, ma che certamente esiste. E’ anche vero che le varie Bcc partecipano al capitale della Spa e per questa ragione ne possono orientare le decisioni con modalità, peraltro, tali per cui non è affatto detto che tutte le Bcc aderenti finiscano per contare nella stessa maniera.

Dall’altra parte c’è il modello reso possibile dalla way out, e quindi dalla non adesione al gruppo, per quelle banche che al 31 dicembre 2015 avevano un patrimonio non inferiore a 200 milioni di euro e che possono permettersi di versare allo Stato, per questa loro scelta, il 20% di quel patrimonio. In questo caso è la cooperativa a controllare la Spa.

Una cooperativa con una propria individualità e con una propria attività a carattere mutualistico e diversa dalla attività bancaria scorporata e quindi svolta con modalità più consone alla complessità dell’attività bancaria. Il modello della way out è, in questo senso, una sfida importante per il mondo cooperativo in quanto impone che una attività cooperativa – propriamente detta e finanziata anche con i proventi dell’attività bancaria – esista e sia l’oggetto principale di interesse per la Bcc-madre.

Siamo di fronte comunque a due modelli inediti da vedere alla prova dei fatti.
Esattamente. Sarà un’interessante competizione. Vedremo presto come potrà essere affrontato e sviluppato in modo moderno ed efficiente il tema della cooperazione e al tempo stesso dell’attività bancaria. Per inciso, l’esito di questa competizione potrà essere di interesse per l’intero mondo cooperativo.

La riforma sarà sufficiente a risolvere i problemi maggiori di cui ha sofferto negli ultimi anni il credito cooperativo? Governance, efficienza, innovazione…
Il primo punto da cui partire resta quello che una riforma in questo settore era necessaria. Esistono debolezze importanti nel sistema italiano del credito cooperativo sia a livello di singoli istituti che nel suo complesso.

Se l’impostazione del gruppo unico sarà di concreto coordinamento delle Bcc aderenti che manterrebbero, in linea di principio, una propria individualità (la holding eserciterà poteri di controllo e coordinamento sulle singole banche attraverso contratti di coesione che disciplineranno le funzioni della capogruppo sulle singole banche ndr), la natura di società per azioni della holding renderà più semplice il reperimento di risorse sul mercato per ricapitalizzare – attraverso l’intervento della holding – realtà eventualmente in difficoltà.

Quel che resta ancora da scrivere in questa riforma è la visione strategica del futuro del credito cooperativo. La legge mette a disposizione l’architettura del futuro sistema: tanto per chi aderirà al gruppo unico quanto per chi sceglierà la way out. Spetterà alle singole Bcc riempire di contenuti la propria scelta e, preservando i margini di azione dell’impresa bancaria, dare un senso autentico al proprio essere impresa cooperativa.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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