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In questi giorni in cui si discute di banche e alla vigilia della riforma del credito cooperativo, tornano alla mente le parole e le esperienze che abbiamo conosciuto lo scorso maggio nel convegno Banche territoriali: differenti in cosa?, ospitato all’auditorium di Cassa Padana a Leno.

In quell’occasione si è provato a declinare ciò che effettivamente le banche territoriali devono fare per essere concretamente differenti.

Quel giorno abbiamo riportato al centro un’altra Europa. Quella dei territori, della società civile, della sussidiarietà, della responsabilità. Nella convinzione che ogni soluzione organizzativa adottata per la riforma del credito cooperativo non può prescindere dall’idea che si ha del futuro e del ruolo che le banche di credito cooperativo sono chiamate a svolgere nei territori dove operano.

Un’altra Europa che sta avanzando e che deve sempre di più farsi sentire: quella dei territori, della società civile, della sussidiarietà, della responsabilità.

Troppo spesso si prende il pretesto che “lo richiede l’Europa” per cercare di imporre un certo tipo di disposizioni, frutto della cultura imperante del pensiero unico in economia, quando invece nella realtà è proprio la “biodiversità” delle tipologie di impresa a essere la chiave dello sviluppo e della ricchezza del nostro continente.

“Sono solo palle“ – aveva ricordato Luca Jahier, presidente della Commissione interessi diversi del Comitato economico e sociale europeo. –

“Non è vero che sia l’Europa a volerlo. In Europa occorre esserci per contare e influire su impostazioni di lungo corso e decisioni che ci riguardano direttamente, impattando in forte sulla vita di tutti noi”.

Felice Scalvini, grande esperto di cooperazione e di politiche sociali, con il richiamo alla storia e con l’efficace metafora del “cactus e della mangrovia”, ha sottolineato la necessità di mantenere salda l’identità cooperativa.

Perché se le cooperative nascono in un ambiente arido di capitali, analogamente i cactus crescono in ambiente desertico con poca acqua.

Eppure i cactus, a differenza delle mangrovie che prosperano in ambienti molto umidi, sono composti al 99% di acqua. Così come le cooperative – e le banche di credito cooperativo che hanno ben operato nel tempo – hanno ottimi livelli di patrimonializzazione.

La via migliore e naturale per la capitalizzazione delle cooperative è interna, utilizza la base sociale e meccanismi cooperativi di accumulazione.

L’apertura al mercato – e a modalità di capitalizzazione tipiche delle società di capitali – rende le cooperative “mangrovie”, divoratrici di capitale all’esterno, ma costituite al loro interno da poco capitale e quindi meno solide.

Fuor di metafora, l’ipotesi di mettere a capo delle banche di credito cooperativo una Spa con l’obiettivo di intercettare meglio i capitali disponibili nel mercato, posto anche di trovare capitali “pazienti” che non violentino lo spirito cooperativo (il che è tutto da dimostrare nella pratica), renderebbe le Bcc “divoratrici” di capitale e nel tempo paradossalmente meno forti e patrimonializzate.

Ciò che manca nel mondo cooperativo sono regole diverse di gestione e di governance, a seconda della diversa dimensione e tipologia di attività svolte. Questa caratteristica è ben presente e normata dall’ordinamento per le società di capitali, prototipo tipico del capitalismo economico.

Occorre poi contrastare il pensiero unico – dell’impresa capitalistica come la sola forma efficiente ed efficace per produrre valore in economia – dimostrando con i dati alla mano e concrete esperienze che questo non è vero. Non bastano più “ la poesia” e la narrazione, spesso retoriche, autoreferenziali e astratte, della bontà dei principi cooperativi.

Servono fatti comprovati. Emerge la necessità di elaborare una proposta alternativa completa e articolata per costruire luoghi autorevoli di pensiero alternativo, nonché centri studi di alto livello per il settore cooperativo.

“Alzare i paletti della differenza per essere sempre di più riconoscibili nel ruolo svolto, quindi tutelati e non assimilati al resto del sistema bancario” è la sintesi dell’intervento di Fabio Salviato, presidente di Febea, la Federazione europea delle banche etiche e alternative.

E ha aggiunto: “E’ necessaria un’attività che deve essere effettivamente differente, per finalità, modalità di operare, trasparenza e misurabilità degli effetti”.

Da Cassa Padana un richiamo forte contro l’imposizione di una soluzione obbligatoria per legge, qualunque questa sia, come risultato finale del processo di riforma/autoriforma del credito cooperativo.

Porre al centro le mutualità rappresenta la reale peculiarità della formula imprenditoriale di una banca di credito cooperativo. Luigi Pettinati, direttore generale di Cassa Padana,aveva declinato cosa significhi oggi fare mutualità nei territori, ricordando che i presupposti da cui discende tutto sono la libertà e la responsabilità delle Bcc.

Il suo è stato un richiamo forte contro un’imposizione, senza alternative effettivamente praticabili, di una soluzione obbligatoria per legge, qualunque questa sia, come risultato finale del processo di riforma/autoriforma del credito cooperativo.

La citazione di Don Sturzo a “essere liberi e responsabili” è stata richiamata in premessa del convegno dal moderatore Giuseppe Guerini e ripresa poi alla fine anche dall’economista bresciano Marco Vitale.

Libertà e responsabilità sono i due motori insostituibili per il buon funzionamento di una banca di credito cooperativo e anche dell’Europa. In piena coerenza con i principi per cui è nata.

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