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Aldo Trapuzzano cede al fascino di una fra le molteplici epoche storiche che al passato hanno ormai consegnato il miraggio inseguito dal proprio dibattuto incedere umano.

Oltre che con l’amabilità narrativa e la partecipata abilità compositiva, la seduzione, verso il Medioevo è espressa dall’autore del romanzo “Basilius, principe di Santa Croce” nello scrivere, fra le disarmanti note di fine libro, “Il periodo esaminato è considerato buio, ma non dimentichiamo che in quel tempo vissero grandi uomini come Giotto, Dante Alighieri e Francesco d’Assisi”.

Parole alle quali seguono le accurate avvertenze poste sopra l’elenco di una ricca bibliografia di discernimento, nella chiara indicazione “Per saperne di più”, che sono in capo ad una successione di opere utili anche per proporzionare il vasto bacino di confronto culturale e di approfondimento a pescaggio documentale da cui Aldo Trapuzzano, oltre che dal lievito della propria fantasia, ha attinto per l’elaborazione romanzata di questo libro, diluito in duecentotrenta pagine e pubblicato da “Il Filo srl” , nella collana editoriale “Chronos – nuove voci”.

L’autore, bresciano d’adozione e nativo di San Lucido in terra calabra, alla propria località d’origine che anticamente nel libro denomina Niceta, come pure a favore di una personale genealogia, attraverso il materno ramo famigliare dei Perugini, si ispira in ambedue i casi per quest’opera che offre una trama eclettica di una visione suggestivamente esotica riferita all’altrove di un’atmosfera misteriosa e remota, sparsa nel tempo che la domina.

Il taglio impresso alle parole adottate in una discorsiva comunicativa è di una fedele contestualizzazione storica, a generale proiezione di un’accomunata miscelazione d’insieme, fra le patrie e congetturali reminiscenze gentilizie ed un funzionale asservimento collettivo per un bagaglio conoscitivo, al quale Aldo Trapuzzano non manca pure di porvi un’esplicita menzione di una specifica dedica d’affezione, scritta appena dopo la copertina, alla moglie Mariella ed al figlio Francesco.

Tra le rispettivamente menzionate Perugia e la costa occidentale calabrese, la posizione geografica di Roma si può considerare strategica al contenuto del libro, “Basilius, principe di Santa Croce”, che ricalca i canoni suggestivi individuabili nel genere del romanzo storico, inaugurato da Walter Scott con “Ivanhoe”, pure ambientato nel Basso medioevo. L’autore descrive efficacemente il ruolo cardine, fra le vicende europee, di questa città dei papi, corteggiata dagli imperatori, e vissuta a riferimento anche delle schermaglie territoriali italiane nelle quali l’avvincente racconto del libro si struttura nella dinamica di un contesto interpretativo, oscillante fra realtà e possibile derivazione fantastica, fra le pieghe delle stesse controverse cronache andate.

Protagonista della doppia decade dei capitoli, attraverso i quali è condotta in docile sequenza la lettura dell’opera complessiva, è il personaggio esplicitato nel titolo, nella persona di Basilius che, figlio secondogenito del conte Freederich Eisheensteen di Perugia, nella sua esistenza, collocata fra la seconda metà del Dodicesimo secolo e l’inizio del Tredicesimo secolo, affronta le fortunose vicende dei fatti legati a cruciali evenienze ed a intense contingenze, esacerbate in quell’epoca dalle dirette ripercussioni promanate dalla congestione del potere ingombrante sia la scena politica che quella religiosa e gravitanti nell’equilibrio malfermo di una società tumultuosa.

Si crea in questo modo, fra le pagine bene concertate, un singolare connubio fra avvenimenti e località, calato nella microstoria interpretata dalle differenti personalità del romanzo che esorbitano, fra l’altro, da una semplice attribuzione fattuale, compromessa dalle caratteristiche del tempo, per svelare una molteplicità di carature individuali, pure trasponibili nel perdurante consesso umano, dove sono tuttora riscontrabili in alcuni aspetti della mutata realtà odierna che, ad esempio, agli antichi pirati saracini nel Mediterrano, sembra sostituire quelli somali nel golfo arabico, ed alle lotte di successione fra potentati, pare ponga simile strategia dell’intrigo nella politica assurta, a volte, anche ad ambivalente ed arbitraria professione.

In giovane età, Basilius, rampollo di una famiglia che, delle origini longobarde, ha quell’attinenza germanica sopravvivente nell’estensione territoriale dell’allora Sacro Romano Impero, tale da indurre a presupporre l’emanazione di una sua confacente dominazione anche in terra umbra, lascia la casa paterna per risolvere quei problemi di salute che anche oggi si ravvisano meglio curabili con ausilio degli influssi marini. Nell’impasto di sole e di mare l’autore fa considerare l’attrattiva persuasiva che lo ha condotto per volere dei genitori a migrare in una zona a lui più salutare.

Il suo viaggio è l’inizio del libro ed anche il principio di quell’avventura trainante rivelatasi utile, al tempo stesso, a fare intercettare al lettore alcuni interessanti aspetti legati alla contemporaneità coeva dei fatti strutturanti l’ossatura di una vicenda personale che volutamente è confezionata in una variegata dinamica generale dall’autore, distintosi sul campo narrativo come attento ricercatore, a proposito del quale lo stesso, fra l’altro, specifica: “Non ho trascurato alcun particolare. Ad esempio le correnti marine, perché il viaggio per mare era il più sicuro e il più veloce, e che dal mare veniva tutto: la vita e la morte. Non ho dimenticato la cura della salute, affidata il più delle volte a guaritrici locali”.

Aldo Trapuzzano

Attraverso quell’eco, dai molti richiami e dagli intricati fattori esploranti l’epoca medesima alla quale gli stessi si avvinghiano a nicchie di affascinanti ritratti contestuali, Aldo Trapuzzano fa successivamente percorrere al protagonista del libro quei passi che si riflettono ad ombra contrassegnante il filo di una meridiana indicante le pittoresche velature gotiche di quei giorni.

Basilius, ormai adulto, è coinvolto dall’amico Luca, della nobile famiglia dei Bobone Orsini, in un’operazione organizzata a supporto dell’elezione di un nuovo papa, in quanto l’allora “Clemente III sarebbe rimasto papa fino alla sua morte, ma a causa delle gravi condizioni di salute non era più in grado di prendere decisioni. I cardinali e il senato romano avevano deciso di eleggere un nuovo papa con pieni poteri e questi era il cardinale diacono Giacinto Bobone Orsini”.

Il progetto riesce, ma il subentrante pontefice Celestino III non risolve subito con la sua elezione le faziosità attorno al soglio di Pietro e, mentre l’imperatore Enrico VI si sta dirigendo a Roma per essere incoronato, il nuovo papa deve essere ancora formalmente intronizzato ed universalmente conclamato, attraverso una procedura alla quale si frapponeva ancora il precedente Vicario di Cristo, Clemente III, ufficialmente ancora in vita, ma di fatto “morto da settimane o forse mesi”, e tenuto nascosto nella finzione attuata per conservare il pegno di un potere di cui i suoi fedeli sostenitori non ne volevano perdere la compartecipazione.

La situazione impone al romanzo quell’avventurosa diramazione di divaganti estrinsecazioni sul particolare contesto storico che si risolve a favore di una definitiva attestazione di esclusiva e di riconosciuta affermazione sulla scena di Celestino III, tanto che poi il racconto tiene calamitato il protagonista delle vicende anche alle sorti del suo successore Innocenzo III, nell’ambito di quella collaborazione che gli permetterà, tra l’altro, di assistere alla nota udienza di san Francesco d’Assisi, chiesta al Santo Padre per presentare l’adottata forma di una vita evangelica in una ricercata povertà ed in una carità fraterna.

L’io narrante è formula itinerante nel libro “Basilius, principe di Santa Croce” in cui l’abilità dell’autore riesce ad intessere realtà storica ed intuito analitico, immesso in una generale imbastitura romanzata, a collante accostamento dei maggiori esponenti tramandati dalle reali cronache del tempo con altri personaggi comuni e pure leggendari, come quel cardinale Reghenzi che l’autore ascrive a “Urcei Novi in Lombardia”, fedele alla sua ispirazione che “invertendo il presupposto che si debba parlare solo dei grandi, nel romanzo si racconta di tutti i ceti sociali e della possibilità di trovare un’armonia tra principi e popolo, negata dalla letteratura e dalla storia”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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