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Basovizza, Trieste. Manca una manciata di chilometri per superare il confine con la Slovenia, se si è diretti a sud magari verso il mare cristallino delle isole del Quarnaro, la strada passa dal borgo di Basovizza.

Per rovinarsi il “clima della giornata” basta deviare dalla strada principale, abbandonare di poco il paese su una stretta strada che si apre sul un ampio spazio per arrivare a quello che è stato nominato nel 1992, dall’ora presidente della Repubblica Luigi Scalfaro, Monumento Nazionale Foiba di Basovizza.Ci arrivo in una sera d’estate, mentre la calura si attenua verso il tramonto. Non c’è nessuno sul piazzale di ciottoli bianchi di roccia calcarea del Carso, amaro  promontorio nella storia,  simbolo insanguinato di guerre assurde e atrocità di ogni sorta, di cui questo luogo ne è l’estremo emblema.

Un silenzio pesante. I miei passi sullo scricchiolio dei ciottoli paiono lamenti che salgono dal profondo della terra, da quell’inferno straziante, di urla e di morte, della primavera del ’45. Si è dovuto aggiungere una parola al vocabolario: “infoibati” per definire l’eccidio delle foibe, perché era un’atrocità che non esisteva prima, che segnerà l’epilogo di quella che è stata la seconda grande catastrofe del 20° secolo.Le foibe sono grandi inghiottitoi carsici naturali, la cosiddetta “Foiba di Basovizza” era invece in origine un pozzo minerario. Nel maggio del 1945 divenne un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti, fascisti, antifascisti e civili italiani, da parte dei fanatici comunisti di Tito, dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente giustiziati a Basovizza.

Le vittime di questa ennesima atrocità della “belva umana” si calcola siano circa 11.000, ma forse sono molte più le persone torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai sadici seguaci jugoslavi di Tito. E, in gran parte, vennero gettate, molte ancora vive,  dentro le voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso.  “Infoibati” nelle cavità alle spalle della città di Trieste.Le vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, si legge nella leggenda del museo-sacrario, venivano prelevate nelle case di Trieste, durante i 40 giorni di occupazione jugoslava della città (dal 1 maggio a giugno del 1945). A Basovizza arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani legate e straziate dal filo di ferro, spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.La Foiba di Basovizza, dichiarata monumento nazionale nel 1992, è il simbolo di tutte le atrocità commesse sul finire della seconda guerra mondiale e negli anni successivi dalle milizie e dai fiancheggiatori del dittatore jugoslavo. Una storia per troppo tempo dimenticata.

Si legge sul pieghevole del monumento museo: “Vogliamo invitare chiunque a visitare la Foiba di Basovizza, da poco completamente e stupendamente restaurata dal Comune di Trieste, e l’attiguo nuovissimo Centro di documentazione dove poter reperire materiale divulgativo e ogni altra informazione utile. Con questo sito vogliamo rendere disponibile, a chi voglia conoscere questa parte di storia, tutte le informazioni e le notizie spesso sino a pochi anni fa negate e cancellate dai libri di scuola.Il 10 febbraio di ogni anno si celebra il Giorno del Ricordo, è una solennità civile nazionale italiana istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Non me la sento di ripartire subito, mi siedo a meditare mentre cala il tramonto, ho bisogno di silenzio.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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