Belchite, Aragona, Spagna. Picasso l’aveva impresso sulla tela di Guernica l’orrore della guerra civile.

Il dipinto, conosciuto in tutto il mondo, elevato a simbolo riprovevole di tutte le guerre. La città fantasma di Belchite, nonostante la penna di Ernest Hemingway, è invece sconosciuta ai più.

Eppure è rimasta lì sospesa nel tempo, muta e inquietante.

Era l’aprile del ’37 quando gli aerei del terzo Reich, corsi in aiuto del “camerata” Franco, bombardarono Guernica: migliaia di civili persero la vita e  la cittadina venne rasa al suolo.

Picasso viveva da tempo a Parigi, ma il suo cuore pulsava per la sua amata Spagna. Un dolore che si tradusse in uno dei dipinti più toccanti della storia dell’arte. Poi a fine agosto dello stesso anno fu la volta di Belchite.

Belchite non è sulla strada di nessuna rotta turistica. Devi cavalcare una ondulata terra arsa dal sole implacabile, avara e sassosa, spazzata da un vento indomabile. Pochi villaggi contadini, rari come funghi, un immancabile monastero di clausura e, prima di incontrare gli ulivi che distinguono Belchite dal resto del luogo, passi da quattro case e una chiesa dov’è nato Goya.

Belchite

Solo dopo le fonde argentate degli ulivi scorgi, in una visione vagamente sinistra, la città fantasma di Belchite.  Tutto è rimasto paralizzato come nell’estate del’37, case crollate, buchi nelle pareti, vetri frantumati, chiese e monastero senza tetto, come fosse stata bombardata ieri. Tale come dopo la battaglia.

Due settimane di guerra sanguinosa, combattuta corpo a corpo, da corpi che parlavano la stessa lingua. Da fine agosto ai primi di settembre che lasciarono 3000 morti tra le vie di Belchite. La guerra civile Spagnola tra i fascisti di Franco e i Repubblicani. Franco perse quella battaglia di Belchite, ma alla fine, nel 1939, vinse la guerra, per governare fino alla morte.

Il Caudillo costruì la nuova Belchite a fianco di quella vecchia, ordinando di lasciare inalterata la città bombardata, al cospetto della cittadina rinata, della sua vittoria, della superiorità dell’ideologia nazionalista. Tutto è rimasto paralizzato nella città fantasma, monumento desolato degli orrori della guerra civile. Anche i suoi fantasmi!

Dimenticata da tutti, anche dagli abitanti della “nuova Belchite”, che vivono a fianco ma sembrano non accorgersene, la città fantasma è ritornata alle cronache spagnole per eventi singolari che corrono sotto il nome di psicofonia. Per essere chiari, sembra che alcuni visitatori particolarmente sensibili sentano voci, echi, e addirittura bombardamenti, spari, urla della guerra.

Belchite

A Belchite arrivo in un pomeriggio assolato e caldo, Il “pueplo viejo”, la vecchia Belchite, è chiusa da un portone e circondata alla bene meglio da una rete, per pericolo di crolli. Chiamo al un numero di telefono del cartello. Mi dicono gentilmente che manderanno una signora ad accompagnarmi alle 7 di sera.

Arriva puntuale tra vento e polvere per aprirmi la porta e accompagnarmi, ma senza prima chiedermi se sono particolarmente sensibile. No! O perlomeno per le credenze paranormali.

Io non lo sono ma il fatto inquietante succede subito dopo oltre passato il portone: il mio cane annusa l’aria ed inizia ad essere irrequieto. E’ con me da 5 anni ed è sempre tranquillo, dalle cime dei monti, ai fiumi, ai musei, alle città che visitiamo.

La signora racconta. Anche troppo. E’ nata pochi anni dopo la distruzione della città, ma conosce le vie, le case; nomi, soprannomi e lavoro degli abitanti e le loro abitudini.

Il mio cane seguita ad essere sempre più irrequieto, cerca di nascondersi tra le gambe, ansima, zigzaga in cerca di un riparo, sino alla chiesa con il tetto squarciato dove sembra in preda a spasmi indomabili. Non l’avevo mai visto così. Poi sta male, più volte! Chiedo gentilmente alla signora di riaccompagnarmi all’uscita.

Come apre il portone Honey si “tuffa” nell’aria, fuori dalla città fantasma. Pochi attimi e tutto ritorna alla normalità, è felice come sempre, al mio fianco. Tranquillo. Non credo a fantasmi, psicofonia, echi o voci spettrali, sarà stata solo una strana coincidenza.

La signora sorride ironicamente e saluta. Poi se ne va nel vento forte che alza la polvere della città fantasma.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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