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Badia Polesine (Rovigo) – La cittadina di Badia Polesine è uno dei centri più importanti dell’alto Polesine ai confini con il territorio padovano e veronese.

Nata anticamente sulla sponda destra del fiume Adige, la città ha origine e espande il proprio tessuto economico e sociale intorno all’Abbazia della Vangadizza, monastero Benedettino sorto in località Vangadizza e dal quale ha origine il suo nome.

L’opportunità di ragionare sul monastero di Santa Maria della Vangadizza di Badia Polesine, non vuole manifestarsi come una scoperta, ma vuole ricordare il prezioso studio del professor Roberto Viaro, che con precisione e puntualità ha approfondito la storia dell’Abbazia attraverso la trascrizione del manoscritto del monaco don Severo Senesi, nato a Badia Polesine verso il 1550.

La cronaca di Senesi è dunque la fonte principale di notizie sulla Vangadizza fino al 1626, seguita da altri due codici che integrano le memorie di questo luogo: ovvero il “codice Picinalli” che arriva a descrivere gli avvenimenti dell’abbazia fino al 1702 e il “codice d’Espagnac”, sul cui testo si avvicendano varie mani di monaci fino al 1789, anno della soppressione del monastero.

La storia di questo luogo di culto prende avvio verso la metà del X secolo quando Almerico marchese di Mantova insieme alla moglie Franca Lanfranchi, nobili che appartenevano alla maggiore aristocrazia periferica, vollero costruire in località Vangadizza, borgo tra l’Adige e l’Adigetto, una piccola chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria e donarla alla comunità di monaci che con ogni probabilità vivevano vicino a questo luogo sacro.

Intorno all’anno 1000, Ugo marchese di Toscana, subentrato ad Almerico nel controllo dei territori del Polesine, donò la chiesa della Beata Vergine Maria all’abate Martino, affinchè fondasse un monastero secondo la regola di San Benedetto, proprio nell’area ricoperta dagli edifici della scola sacerdotum, che insieme alla chiesa di Santa Maria diventò un complesso monasteriale.

Nel corso dei tempi l’Abbazia incontrò il favore di potenti protettori, diventando così beneficiaria di lasciti, donazioni e attenzioni. La sua singolare posizione geografica era data dalla vicinanza al fiume Adige che per secoli fu la più importante via di transito commerciale che univa il mare Adriatico con centri della pianura padana e con i mercati del centro e ovest Europa.

L’Abbazia potè godere del privilegio di “nullius diocesis”, posta sotto la protezione della Sede Apostolica e la tutela dell’autorità imperiale. L’Abate, dunque, aveva la stesso potere del Vescovo, e Santa Maria della Vangadizza era la chiesa principale della diocesi vangadicense, che comprendeva un vasto territorio.

Il prestigio religioso ed economico raggiunto nei secoli dall’Abbazia, non passò inosservato agli occhi del Papato che nel 1435, in concomitanza di un vuoto di potere all’interno della Vangadizza, nominò alla guida della comunità di Badia, un personaggio esterno alla comunità stessa; così l’abate commendatario, come veniva chiamato, assumeva il titolo di Abate dell’Abbazia, era capo dei monaci considerati come corpo della sua cattedrale.

La commenda segnò per la Vangadizza la progressiva decadenza, perché sulla religione vera e propria prevalevano mire economiche e interessi di stato.

Nel XVIII secolo la storia di questa Abbazia e del suo status di commenda si intreccia con quella della nota Abbazia “Ad Leones”di Leno, fondata dal re longobardo Desiderio nel 758 d.C.. Motivo di trade union fu il cardinale dell’ordine benedettino Angelo Maria Querini, che ebbe in commenda per oltre un ventennio le due ricche badie benedettine.
Veneziano d’origine, uomo di grande cultura, ricoprì anche la carica di arcivescovo di Corfù e vescovo di Brescia.

La sua attenzione verso lo studio e il progresso intellettuale, fecero sì che anche nella storica Badia polesana, egli lasciasse un segno; impiegò le proprie rendite nella fondazione di un piccolo Seminario locale allo scopo di istruire i sacerdoti per la cura delle anime delle parrocchie della Diocesi Vangadicense.

Le cospicue rendite di queste due Abbazie consentirono al cardinale di promuovere opere edilizie e culturali. Tra quelle degne di nota è doveroso ricordare la fondazione della cosiddetta Biblioteca Queriniana di Brescia, “a pubblico benefizio ed utilità” dei bresciani; il Querini concepì questa istituzione come luogo di aggregazione di studiosi, di conservazione del patrimonio storico, documentario antico e quindi della memoria storica della città.

Il legame tra il monastero della Vangadizza e Querini fu immortalato in uno dei venti medaglioni che ornano l’atrio della biblioteca Queriniana, dove appare affrescata l’Abbazia di Badia Polesine con didascalia sottostante che ricorda il seminario di chierici istituito da questo grande erudito.

Il monastero subì nel corso dei secoli vari rimaneggiamenti. Oggi attraverso l’antico ingresso dalla piazza della Vangadizza, riaperto dopo il recente restauro di una parte dell’antico complesso, si entra nel suggestivo chiostro a pianta quadrangolare, che costituisce la parte più interessante dell’insieme architettonico.

Davanti ai resti della facciata della Vangadizza, è visibile la cappella dedicata a Santa Maria, affrescata dal pittore bresciano Filippo Zaniberti e unica parte della chiesa rimasta in piedi dopo la demolazione del 1836. Risparmiato dalla distruzione fu anche il campanile la cui parte inferiore è fabbricata con materiale di recupero romano.

La prima iniziativa verso il recupero della storia e della civiltà di questo stupendo complesso monasteriale, fu la costituzione nel 1970 del Sodalizio Vangadicense con lo scopo di promuovere e chiarire attraverso lo studio e la ricerca i vari problemi che interessano la Vangadizza, insieme alla comunità Badiese.

Sulla scia di questa istituzione, gruppi di scuole, associazioni e privati cittadini animano gli ambienti di questo stupendo monumento polesano con spettacoli, visite, convegni, ed eventi che è la sola maniera di sentirlo e riviverlo. Il nostro compito, dunque, circoscritti alcune informazioni essenziali, è quello di considerare l’Abbazia come fatto attuale che ci appartiene, che “vive” ora in questo nostro tempo.

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