Bergamo – Sono anni che Bergamo Film Meeting si occupa quasi esclusivamente di cinema europeo e sono anni che nelle presentazioni cerca di infilarci qualche riflessione sull’Europa e sui tanti punti interrogativi che il termine, anche solo come indicazione generica, si porta dietro.

Soprattutto di questi tempi, in cui si sta sgretolando l’idea stessa di continente, di un’area geografica che ha visto nascere e formarsi una cultura poderosa, fatta di diversità, contagi,nscambi, congerie linguistiche, migrazioni e intrecci, dall’arte alla religione, dalla filosofia alla scienza.

Quasi ottanta anni di pace, uno sviluppo economico imponente, nuove e più diffuse libertà, dogane che si sono disciolte, opportunità di spostarsi come mai era successo prima, la volontà di uscire – ma accompagnata dal bisogno di rafforzare i meccanismi di difesa per non ricadere negli stessi devastanti errori – dagli spaventosi eccidi del Novecento.

Tutto questo grande aerostato di speranze, condivisioni, entusiasmi, si sta sgonfiando, accartocciando, come se quanto è avvenuto nel passato, le tragedie e le devastazioni della Storia, non avessero insegnato nulla, improvvisamente dimenticate, improvvisamente svanite tra i fumi dei particolarismi e le metastasi di barriere che chiudono all’altro, alla conoscenza, allo stupore del nuovo e dell’inatteso.

Noi, nonostante tutto, nonostante il motore Europa non abbia ancora ingranato in modo deciso la marcia della giustizia sociale, della difesa dei diritti della persona e delle minoranze, della cura dell’ambiente e di uno sviluppo economico più equo, continuiamo a sentirci eredi di una cultura che, dall’epoca di Omero prima e della filosofia greca poi, ha costruito un’identità proteiforme, continuamente inquieta, meravigliosamente aperta, mai arroccata, mai sclerotizzata.

Le impalcature del pensiero e della narrazione sono state erette lì. Il dubbio, il dialogo, la curiosità, l’interrogazione, l’esplorazione, la voglia di sapere, il confronto, l’incontro, la sfida, la dialettica, il contraddittorio…

Non sono solo strumenti, digressioni metodologiche, ma essi diventano anche valori se alla base c’è un atteggiamento di disponibilità a comprendere, di rispetto e attenzione, verso tanti sguardi che si rivolgono al presente per cercare di capirne la complessità, a coloro che cercano di avvicinarsi al reale con il desiderio di dare voce ai singoli e ai modi del loro stare nel mondo, alle difficoltà come alle speranze.

Con questa forma mentis, senza pregiudizi, si muove il festival. Un terreno incerto, caotico, turbolento, dove è difficile orientarsi o quanto meno tracciare delle linee nette di demarcazione; ma proprio per questi motivi continua a essere per noi un universo affascinante, dove con l’ambiguo strumento della rappresentazione si dà vita non solo alla concretezza, ma anche alle pluralità dell’immaginario, dove la finzione cammina con l’esegesi, il racconto con l’urgenza del vero.

Dei tanti film che si vedranno per la Mostra Concorso dei lungometraggi di finzione e per i Visti da Vicino, ad esempio, ci attirano quelli che si aprono su geografie poco note, situazioni ai margini, vicende che, seppure a volte abituali, prendono una coloritura nuova, vuoi per la lingua, vuoi per il contesto; manifestazioni bizzarre, non di rado sorprendenti, personaggi strani, in alcuni casi un po’ folli, psicologie stravaganti, figure sfuggenti.

Un cosmo popolato perlopiù di individui che arrancano, che stentano a chiudere dignitosamente le loro giornate, che vivono di espedienti, presi a volte nella morsa dell’aggressività o dell’impotenza, che si agitano tra la tragedia e il riso, tra la
sofferenza e il gioco, tra la paura e il desiderio di felicità. Un palcoscenico che chiede a volte un modo di guardare scevro da opinioni preconcette, una comprensione affettuosa, una disponibilità benevole.

Sono storie ambientate per le strade, nelle periferie, in aree di confine, nella provincia più lontana: uomini e donne che patiscono l’esistente, di tanto in tanto vi si oppongono, spesso ne subiscono il peso. Migranti negli affetti e nell’insicurezza, nel lavoro e nell’indigenza, nella spensieratezza e nell’angoscia, nell’audacia e nella malinconia.

La vita “tradotta” dai film, da registi che nessuno conosce e che per questo portiamo all’incontro con gli spettatori. Autori che vengono da altri Paesi, che in diverse maniere sanno dar forma alle manifestazioni dell’interminabile commedia umana, nel bene e nel male che essa macina in ogni momento e in ogni dove.

Dentro la rappresentazione, leggiamo le infinite odissee di esseri che nei loro spostamenti, negli ostacoli che incontrano, nel loro modo di vedere e di agire, nelle loro fughe, nei loro ritorni, nei loro smarrimenti ci restituiscono un’umanità complessa, variegata, inesauribile.

Tornando all’idea della commedia umana – nel suo mischiare dramma, tragedia, farsa –, si pensa che la suggestione balzachiana possa in qualche modo legare tra loro le proposte dell’edizione di quest’anno: in primis l’omaggio a Jean-Pierre Léaud, con le gesta di Antoine Doinel, le provocazioni godardiane, i paesaggi très nouvellevague, il tempo al lavoro sul corpo di un attore che ha attraversato la storia del cinema a partire dalla fine degli anni ’50 fino ad oggi, raccontandone i cambiamenti, le inquietudini, la politica, le immagini, le figure, le storie, le ideologie, le violenze.

Con atteggiamenti che dicono la mutevolezza della condizione umana, pervasa com’è di umorismo, timidezza, goffaggine, comicità, irrequietudine, incoscienza, menzogna.

BFM37 / TRAILER from Bergamo Film Meeting on Vimeo.

Europe, Now!: il titolo della sezione indica un aggiornamento, una ricognizione tra chi nella sua opera dedica attenzione alle vicissitudini di individui immersi nelle complicazioni della vita sociale, economica, politica.

Due sono gli autori europei di cui Bergamo Film Meeting presenta la personale completa. Bent Hamer viene dal Nord Europa, terra di benessere, ma di scarsa affettività: i suoi personaggi sono anti-eroi, uomini e donne poco appariscenti, che cercano un’alternativa alla monotonia e all’inerzia esistenziale che li attanaglia.

Hanno solo bisogno di evadere, cambiare rotta, per provare a sé stessi di essere ancora vivi. Il regista li osserva con indulgenza, con tocchi di umorismo surreale, come a incoraggiarli a non avere paura della propria libertà.

L’altro autore europeo, Alberto Rodríguez, arriva dalla Spagna: figlio d’arte, perché il padre faceva il proiezionista in un cineclub. Vite solitarie, le sue, in conflitto con l’esterno, con gli ostacoli che potrebbero comprometterne i desideri di riscatto sociale.

Che si tratti dell’immigrazione clandestina o la fuga dalla prigionia, delle falsità che inquinano l’amicizia, del crollo delle illusioni, al fondo c’è sempre la penuria del presente, la desolazione di un Paese che sta perdendo la propria identità e unità nazionali.