Anche allora era opportuno starsene a casa o nella solitudine di una remota campagna. Almeno, per chi, una casa, propriamente detta, l’aveva, e per chi, tra i campi, isolato dal mondo, riusciva a cavarsela.

La peste imperversava fuori, pressochè ovunque, in una furia falcidiante, pure transitante per via di un contagio che, in una prossimità da contatto, centrava l’effetto di una conseguenza, per la maggior parte dei casi, letale, rivelandosi, ai più, senza scampo.

Pare che il noto “Decamerone” sia stato ispirato anche a tali frangenti. Un gruppo di personaggi, stretti d’assedio da una pestifera epidemia incombente, se ne stava raccolto in un dato esclusivo ambiente, per arginare la possibilità di una morbosa infezione da ecatombe intercorrente.

Secoli e secoli dopo, da quella “peste nera” del Quattordicesimo secolo, tale attestazione letteraria, frutto dell’inventiva di Giovanni Boccaccio (1313 – 1375), pare tracciare il segno di una impronta, per certi versi, confacente, alla prescrizione dell’evitare il noto contagio “covid 19” del tempo presente, con la simile accortezza di fare a meno di esporsi alle consuete interazioni di una quotidianità aperta agli, invece, abituali contatti della vita di sempre.

Se ne sapeva qualcosa, nel merito di tale nesso d’attinenza, anche durante il 1832 quando nell’edizione del 9 maggio 1832 de “L’Eco – Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Mode e Teatri”, la quarantena, in atto da parte degli interpreti a margine del licenzioso “Decamerone”, era individuata alla stregua di un elemento da confutare nel tema di una data contingenza, rinnovatasi in forme diverse, ed, allora, rispettivamente osservate a posteriori, come sembra avvenisse da un’insieme di riflessioni, rivolte al passato, e maturate in quei giorni della prima metà dell’Ottocento, tristemente attraversati, invece, dal colera, ma che, nel caso del citato componimento medioevale, ambientato in tale forma di quarantena, metteva, fra l’altro, in luce una presentazione foriera de: “(…) Le città deserte, le messi abbandonate nei campi, i Giudei accusati d’avvelenamento e trucidati, come giorni sono trucidati furono vari innocenti dalla sempre stupida plebaglia! Era un terrore che parea la fine del mondo! Pretendevasi che la peste si comunicasse con lo solo sguardo. Eppure in quella stessa epoca l’Italia coperta di morti vide nascere sul suo suolo una compagnia avente per iscopo il piacere. Qui che la componevano s’ubriacavano in compagnia, s’incoronavano di fiori, cantavasi tutta la giornata, la sera si narravano le novelle, novelle di galanteria e di amore, scritte dal Boccaccio (…)”.

L’espediente letterario, perseguito dal sopra menzionato scrittore e poeta fiorentino, era citato in quest’articolo ottocentesco quale aspetto di una maggiormente estesa intenzione compositiva, nel rivolgersi ad una tale ipotetica signora, presa metaforicamente di mira, sviluppando il contenuto trattato nel contesto di un contributo di lettura, testualmente intitolato “Le Consolazioni” di Giulio Janin, nel merito di una rivisitazione storica di alcune pandemie avvenute nel tempo, lungo epoche diverse, fra tifo e peste gialla ed altro ancora, sulle quali si era inteso porre una certa lezione fatta dal un tal dottore Broussais sul “Cholera”, rendendo manifesto il suo pensiero “ch’egli considera la paura come non meno micidiale della malattia”.

Un punto fermo, sottoscritto, insieme al, pure, puntualizzare che l’imperativo, nei tempi di un non contagioso colera, fosse, secondo ciò che, in questo giornale, era riportato all’attenzione del lettore, ritenuto importante il “(…) Consolatevi, il mondo moderno è più fortunato del mondo antico. Dalla fondazione di Roma fino al regno d’Augusto, si contano trentatrè pesti in Italia; trentatrè pesti in 732 anni!. Dal principio dell’Era cristiana fino al 1680, l’Europa ha avuto 97 grandi epidemie; nel corso del secolo decimo settimo la peste si mostrò quattordici volte ed otto volte, soltanto, nel secolo seguente. Tutto in Europa si è indebolito, anche la peste. Il Cholera è un’indisposizioncella d’un giorno, confrontata con quelle torture. Dunque, Signora, consolatevi. (…)”.

Parole di un tal “dottor nero”, come parimenti chiamato nel testo pubblicato su questo giornale, quale immaginaria finzione espositiva che, per differente approccio medico, differiva, in un medesimo contesto, dal “dottore quello che consola” il quale, nell’epilogo dell’articolo, con protagonista questa ipotetica signora, aveva, poi, risolutivamente prescritto, a tale sua angosciata paziente, non meglio identificata, nel semplice ruolo apprensivo a cui era stata associata: “Per incominciare la sua guarigione, le ordinò di mangiare un’ala di pollo, e bere un bicchier d’acqua collo zucchero la sera, e liberolla perfettamente da quel brutto passo”.