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Nel periodo dal primo marzo al 31 ottobre, il cancello automatico d’accesso chiude alle 19, mentre, dal primo novembre alla fine di febbraio, chiude alle 17, andando a terminare la giornata d’apertura di questo immenso parco, un tempo, enorme tenuta di caccia del duca Vincenzo Gonzaga (1562- 1612), nei pressi di Marmirolo, tra la località di Goito e la città di Mantova.

A questo duca, il “Bosco della Fontana” deve la costruzione del palazzo che si erge al proprio interno, circondato da un fossato d’acqua, oltre il quale, nella distesa pianeggiante che si sviluppa intorno a tale graziosa mole gentilizia, si situa anche una fontana, sagomata, nel circolare contenimento della propria base, a forma coincidente di una “rosa camuna”, presumibile richiamo involontario verso un tipo di simbolismo d’epoche remote, accreditatosi successivamente, rispetto alla storica affermazione della dimora di caccia del duca stesso.

Dimora di pregio culturale, aperta al pubblico nella estemporaneità di programmi attraversati da iniziative particolari, pare che la si possa visitare all’interno, nel corso di quelle circostanze dove si strutturano alcune manifestazioni contestualmente divulgative di questa significativa attrattiva locale, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri che, per mezzo del Reparto Biodiversità di Verona, ha competenza diretta nella gestione dell’intera riserva naturale della zona, parco e palazzo compresi.

Generalmente si può visionarne la struttura, tutt’intorno, stazionando, a distanza, nella cospicua cornice di verde di quest’area ubertosa, riproducente la condizione di una spontanea realtà forestale, tipica della pianura, definita in quella denominazione boschiva in capo ad un luogo accessibile tutto l’anno, con esclusione dei due giorni alla settimana, da tempo individuati nel martedì e nel venerdì.

Quattro torricelle circolari presidiano i principali angoli del perimetro rettangolare dell’edificio tardo-cinquecentesco, del tutto in linea con lo stile dell’epoca, come appare rappresentato da altre importanti costruzioni legate alla famiglia dei Gonzaga, a Mantova.

Color crema, imponente nella sua armonia prospettica, colonne bugnate a ridosso di una tripartizione di archi slanciati, a limite di un comodo loggiato espresso secondo un arioso concetto di eleganza tardo-rinascimentale, questa costruzione, pensata per una disponibilità ricettiva a margine dell’attività venatoria di chi vi voleva trovare spazi adeguati al proprio stile di vita, è rappresentativa tanto del bosco dove è stata costruita quanto di chi l’ha investita di tale fiduciaria sintesi costitutiva.

Della figura del duca Vincenzo Gonzaga ne appare la menzione sul posto mediante un pannello illustrativo del luogo in cui si pone: “Il complesso della Palazzina fu commissionato dal Duca Vincenzo I Gonzaga all’architetto cremonese Giuseppe Dattaro, intorno al 1592, e completato nel 1595 da Antonio Maria Viani (…)”.

A questo ultimo architetto si riconduce anche il palazzo Gonzaga, pure eretto per volontà dello stesso duca, nella riviera gardesana bresciana a Toscolano Maderno, come, per altro, attesta il volume, edito nel 1927, dal titolo “La dimora dei Gonzaga in Riviera” di Guido Lonati, proponendo anche un ritratto di Vincenzo Gonzaga, percepibile in sintonia con quanto di lui aleggia anche in questa ingente tenuta boschiva, quando al ducato mantovano e del Monferrato, a Guglielmo, “succedeva il figlio Vincenzo, uomo di vaste ambizioni, di generosità e di fastosità insensate: quantunque il padre avesse rimaneggiata la reggia in occasione delle nozze di Vincenzo, questi “quasi che fosse tutto da fare, ordinò che nel centro istesso, dove erano corridoi e locali insignificanti, si costruisse un nuovo e sotuoso appartamento”. Poi si volse al Bosco della Fontana, alla chiesa di Sant’Orsola, alla cripta della Basilica di Sant’Andrea ecc, con tale fervore che parvero “rivivere in Mantova i tempi del Mantegna e del Giulio Romano”.

Feroce, bigotto, superstizioso, Vincenzo aspirò a corone ed a domini senza numero: ambì al trono di Polonia, di Albania, di Transilvania, persino a quello del Re dei Romani. Nel 1588, mendicò il generalato della Fanteria spagnola in Fiandra, poi sollecitò dalla Spagna il generalato del Portogallo; volle partecipare alle guerre in Ungheria, si recò a Roma nel 1591 per l’elezione del pontefice Innocenzo IX, ricevendone molta dimostrazione di stima; l’anno dopo, rappresentò l’imperatore alla corte medicea e venne accolto come se fosse lo stesso Augusto; nel 1598, recandosi ad ossequiare Clemente VIII “trasse seco un codazzo di quattro mila cinquecento bocche”. “Gran giocatore, grande scialacquatore di denaro, sempre involto fra il lusso e gli amori, sempre in lieti passatempi o di feste o di balli o di commedie, lo disse il Muratori: accanto a fastosità volgari univa anche aspirazioni di cultura: spendeva 150.000 scudi nella berretta ducale, 18.000 nel carbonchio incastratovi ed il doppio per la veste ed il manto di raso bianco; e carezzava l’idea di una storia coi fiocchi della sua Casa, per la quale rifiutava l’opera dell’Ammirato e sceglieva quella del Cavriani, impedita, poi, dalla morte delo storico; si affidava ciecamente a ciurmadori e alchimisti e mortificava aliteramente i suoi maestri: “da voi, miei servitori che non avete da fare se non quanto vi è imposto, non accetto ingerenze”, diceva al suo precettore, ancora da fanciullo. Questo l’uomo che salivia al governo di Mantova. Anche in mezzo a tal ridda di eventi che sempre lo tennero agitato, Vincenzo trovò momenti di riposo in Maderno, entrando persino nella compiacente intimità delle famiglie: il 5 ottobre 1593, ad esempio, egli accompagnava al fonte battesimale Giustina Placida, figlia di Ercole Podestà; poi acquistava in paese terreni e caseggiati (…)”.

Quanto, di lui, si effonde nel ventre della sua sopravvivente tenuta di caccia, pare individuarsi anche negli affreschi della residenza gonzaghesca di “Bosco della Fontana”, rimbalzando al presente da un salto di alcuni secoli, in linea con quelle essenze arboree che, fra esigue radure prative, svettano in capo a cespugli, fratte contese da sentieri, corsi d’acqua ed a sterminate varietà autoctone, tra le luci e le ombre, sotto sprazzi di cielo, che sono funzionali a dettagliarne l’anima vivente fra i profili boschivi.

Tra una serie di marziali sagome classicheggianti, si notano ancora, ad esempio, sotto il porticato di questo vetusto immobile, alcune scene di caccia, dove la selvaggina di pelo è la preda ambita, esorbitando dalla prospiciente zona nella quale l’arte, evocativa di questa suggestiva figurazione pittorica, andava a rappresentare l’arte venatoria, interpretata da figure ritratte in caratteristiche sembianze correlate a quell’epoca stessa, durante la quale, trovava fissa manifestazione narrante tale immedesimazione dinamica, ispirata a confermare, nella caccia, la percezione delle referenze associate al luogo.

Altri interventi artistici, applicati sul medesimo palazzo, avevano dirottato la pittura oltre la figurazione di cavalli e cavalieri, tra sprazzi virenti, pure attraversati dalla complicità di cani e di appiedati palafrenieri, per indugiare nella leziosa arte decorativa, nella sensibilità creativa di forme e di colori, che pare, fra l’altro, esplicarsi a versione evocativa di quanto, oltre l’irruenza del misurarsi in campo, trovava ugual dimora personale nelle attenzioni del duca Vincenzo, fra la letteratura ed i madrigali, essendo egli stato, fra l’altro estimatore, pressoché amico, tanto del poeta e scrittore, Torquato Tasso (1544 – 1595) quanto del musicista e compositore, Claudio Monteverdi (1567 – 1643).