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Dal fragore del cielo a quello delle armi, pare che un medesimo filo di lettura scorra fra le pagine di quello stesso giornale che ne aveva condensato insieme l’impatto di ricaduta, fra le cronache riferite a margine di giorni inghiottiti dall’oblio vorace del tempo, entro la costante rincorsa dei fatti più notevoli, colti nel più disparato loro assortimento.

Era, questo, il caso del “Giornale della Provincia Bresciana” del 29 maggio 1818, quale testata locale che poneva avvertenza rispetto al proprio proporsi editoriale, nei termini che “Questo giornale si pubblica regolarmente il venerdì di ogni settimana e contiene, oltre le notizie più interessanti, gli atti officiali di questa Provincia”.

In quel venerdì di fine maggio, si imponevano gli strali del cielo che si erano singolarmente riversati nell’allora, testualmente detto, “Ducato di Genova”, certamente con una eco e con una virulenza di altro genere se accostati al differente tuonare delle armi da fuoco, altrove pure deflagrate negli spazi circoscritti dove il comporsi di una socialità effettiva ne aveva analogamente sperimentato l’esplodere, in un’estemporanea dimensione di pari intensità collettiva.

Tutto questo nella medesima stampa di un pugno di pagine, editate in una divulgata versione di informazione, mediante la pubblicazione che, di tali aspetti, ne dava notizia, coniugata al contesto da dove era stata partorita.

L’eccezionalità degli elementi avversi, attorno allo scatenarsi, in Liguria, di una sorprendente devastazione operata dall’infiammarsi delle forze di madre natura, aveva tuonato a voce imperiosa che, a Milano, era stata, invece, manifestata secondo altro registro espressivo, assumendo il linguaggio, invece, da parata, per un importante evento istituzionale, anch’esso, fatte le debite distinzioni, amplificato dal prodursi di una tonante rappresentazione, spinta ai maggiori livelli di una soverchiante dimensione di fatto dominante una data situazione.

Nei territori, un tempo della Repubblica di Genova, e chiamati “Ducato” per identificare entro altra legislazione quelli attribuiti al Regno di Sardegna dal Congresso di Vienna del 1815, calava, nell’entroterra ligure di pertinenza di Genova, la notizia che “Un fulmine dè più terribili si è scagliato, il 6 maggio, a mezzogiorno, sul campanile della chiesa parrocchiale di S. Marco d’Uri, distante tre quarti d’ora da Neirone in Fontanabuona. Questo accidente fu accompagnato da guasti gravissimi e da fenomeni assai singolari. Attestano i contadini, ch’erano in qualche distanza, di aver veduto la nuvola procellosa spaccarsi in due ed uscirne due catene di fuoco o serpenti infiammati che si avventarono ad un tempo sul campanile e sulla chiesa; sembra, infatti, dall’esame dei guasti prodotti che due, non uno, debbano essere stati i torrenti elettrici. Il primo, che ha colpito il campanile, diroccando il cupolino dove era la croce, portandone dei pezzi a mezzo miglio di distanza, e fendendo il muro a levante, è andato a disperdersi nel suolo, come sembrano indicare due fossi fatti presso il campanile medesimo. L’altro, più terribile ancora, ha scoperto un terzo del tetto della chiesa, sollevato il pavimento, smosso il battistero di marmo, levate da posto le panche e spezzati quasi tutti i vetri. E’ pure entrato nella casa del parroco, e, in primo luogo in cucina, scoprendone il tetto. Erano, ivi, sette persone, ed è cosa prodigiosa come nessuna ne abbia riportato grave danno, benchè abbia dato la scossa ad un ragazzo, bruciati i capelli a due contadini, portata via di bocca, stritolata, la pipa a due altri, abbruciato il pelo e ferito ad una coscia un cane che era pure in cucina. Passato, quindi, in cantina, ha bucato e rotto la dogarella d’una botte e fatto spandere la metà del vino. E’ anche più singolare ciò che è accaduto nella stalla, poiché di tre vacche che ivi si trovavano, ha ucciso sull’istante quella di mezzo, mentre le altre due non hanno avuto che il pelo bruciato; da quel momento, però, hanno perduto il latte, di cui ciascuna somministrava 7 omole al giorno. Un insoffribile odore sulfureo si sparse in tutta la casa. La circostanza di essere tutti i suddetti individui rimasti illesi, ha determinata per la popolazione a fare un triduo di ringraziamento al Signore da rinnovarsi ogni anno, alla stessa epoca”.

Fra carrozze, militari schierati, agglomerati urbani imbandierati, tratti di città animati da scampoli di popolazione tra i quali una serie di attimi solenni si ufficializzavano, era, invece, da Milano la cronaca estemporanea fatta anche di “salve di moschetteria a cui rispondevano le artiglierie dai baluardi”, come era stato inteso rilevare il celebrato evento dell’avvicendarsi dell’arciduca Giuseppe Raineri (1783 – 1853), alla carica di Vicerè del Regno Lombardo Veneto, il 25 maggio del 1818, qualche giorno prima dell’uscita in stampa del giornale bresciano menzionato che, tra gli accenti delle artiglierie, non mancava di tracciare un pomposo affresco in movimento: “(…) Le artiglierie annunziarono dai bastioni della città l’arrivo di Sua Altezza Imperiale. A mezzogiorno il Serenissimo Arciduca entrò in una carrozza di gala, e preceduto da altre cinque carrozze parimenti di gala, si avviò alla Porta Orientale. Apriva il corteggio uno squadrone di gendarmeria, cui teneva dietro il cavallerizzo di Sua Altezza Imperiale, con sei battistrada. Quattro, delle dette carrozze, erano occupate dagli Imperiali Regi Ciambellani e susseguiti da due trombetta di corte. Veniva poscia la carrozza dove sedeva Sua Eccellenza il conte di San Julien, maggiordomo maggiore di Sua Altezza Imperiale. Succedeva a questa, la carrozza del serenissimo Arciduca Vicerè, dinnanzi alla quale venivano due trombetta a cavallo, colle persone di servigio, e i camerieri e i forrieri, vestiti in gala. Alla carrozza del Serenissimo Arciduca faceva ala la guardia imperiale dè Trabanti a piedi comandata dal sig. conte Hardegg. Stava a cavallo presso la portiera, S.E. il sig. tenente maresciallo conte di Bulma, interinale comandante in capo delle truppe stazionate in Lombardia. Veniva subito dopo un corpo della guardia nobile lombarda a cavallo. Vi era, per ultimo, una carrozza di gala di riserva ed un’altra a due cavalli. Una divisione di usseri chiudeva il corteggio. (…)”.