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Si chiama vicolo Diagonale, al Carmine, storico quartiere di Brescia, legato ad un radicato retaggio popolare.

Nella sua lunga storia, pare che attendesse da tempo, con il suo nome allusivo, un qualche completamento, rispetto ad una curiosa denominazione che ne esplicita geometricamente il proprio assetto.

Ci ha pensato la mano artistica che vi ha realizzato sul posto un chiaro esempio di quella che, oggigiorno, si usa chiamare “street art”, “arte di strada”.

Sulla pubblica via, non lontano dalla sede della scuola elementare Calini ed a pochi passi dall’antica struttura architettonica posta a contenimento dell’attuale sala civica dei Santi Filippo e Giacomo, questo murales impatta notevolmente allo sguardo di chi vi passa accanto.

Quest’opera a cielo aperto condensa, in alcuni metri quadrati, forma e colore di una uniforme rappresentazione che è pure una interpretazione scenica di quell’insieme per mezzo del quale uno stabile cittadino si profila oltre la propria comune ed originaria soluzione.

In pratica, chi ci ha messo mano e di cui, all’apparenza, non se ne scorge in loco una firma d’esecuzione, vi ha investito l’ispirazione creativa di una personale immaginazione, senza risparmiare spazio all’incontenibile slancio di quella composizione visiva che risulta attuata stilisticamente con un esplicito rigore grafico ed in un cromatico gettito affabulatore.

Ciò per significare che questi volti, ovvero tali figure ammassate in gruppo, mediante un affaccio convinto e senza esitazione, fuoriescono dal murales stesso, secondo un singolare atteggiamento istrionico d’interazione, pure coniugato alla provocazione di uno spaesato atteggiamento indagatore.

E’ la cifra di un incontro, possibile di per sé ed effettivo nel risultato artistico ingiuntovi, senza che, fino a prova contraria, eventualmente possa, in un qualche modo, essere smentito dalla estemporaneità precaria e passeggera di un dato allestimento, nella versione che, in quest’altro caso, è, invece, di un’esposizione che, al contrario, può pure chiudere i battenti, prima ancora che si addivenga, nel tempo, al preventivato scadere della durata già calendarizzata per l’annunciato corso di una manifestazione.

Qui, l’opera c’è sempre e resiste fin dal giorno della sua esecuzione, estate ed inverno, sulla pelle di una casa, senza che, presumibilmente, si possa pensare che da un momento all’altro, possa scomparire, come inghiottita da un controverso ripensamento di collocazione.

In questa grande misura prospettica, pare diventare possibile una sorpresa, una discontinuità a frazionamento dell’avvicendarsi urbano circoscritto entro una stratificata porzione, quando l’alternativa, ad un sordo compenetrarsi anonimo, pareva prima poco probabile e tutta ancora da eventualmente stabilire.

Del tipo, cioè, di quando la realtà supera la fantasia, nella misura dove, con il benestare del proprietario, titolare della superficie muraria interessata a porsi a base d’arte improvvisata, l’epidermide di una sede abitata cambia vestito, indossando quell’immaginifico paludamento che di un correlato animo creativo diviene evocativa.

Con questo murales bicolore, suggestivamente definito in un vicendevole connubio di compenetrazione di nuances fra il bianco ed il nero, il vicolo Diagonale di Brescia esercita, mediante tale sua toponomastica, la consacrazione di “murales pentagonale” al manufatto espressivo che sta ad ospitare nella quintuplice ripartizione figurativa di altrettanti soggetti, per il numero dei quali, a motivo di una incombente numerazione, questo profilo artistico svela cinque rispettive peculiarità, tutte quante intrise da accentuazioni caricaturali, fra loro condivise.

Una marionetta, simil simile alla stereotipata macchietta del burattino Pinocchio, un gatto, un’altra creatura zoomorfa, mentre, per l’uomo, pare di che rivelarsi attraverso quella dichiarata apprensione che, sia nell’una che nell’altra sagoma d’umanizzazione, vi prevale, nella composizione stessa, sul filo di una traccia emozionale di interpretazione, consentendo, di questi pallidi volti angustiati, lo scorgerne l’espressività della loro stessa vicendevole rappresentazione, nella quale promuovono la sfida ad un ulteriore appello interrogativo di identificazione che seguita ad accompagnarne l’immagine, oltre la scorza grafica che ne sfoggia la loro mera ed irrisolta esposizione.