Un’immagine che va riempita di contenuti è quella del rinoceronte a penzoloni a Brescia, nel quadriportico di piazza Vittoria. L’intraprendente volontà di una pubblica installazione, mediata da una sensibilità artistica, passa attraverso la proposta di Stefano Bombardieri che ne è l’autore, interpretandola nel retaggio compositivo di analoghe sue rappresentazioni, funzionali a simili messaggi concettuali di un estraniamento surreale, nell’evidente provocazione di una serie accostamenti, sviluppati con un apparente stridore, su effetti appariscenti.

L’opera di un rinoceronte, a grandezza naturale che, mediante alcune funi, è in simmetria, geometricamente misurata, tra le solenni architetture di questa caratteristica piazza bresciana, è visibile, nel suo modo di stare sospesa a mezz’aria, a chiunque si trovi in tale zona di passaggio monumentale, nella imponente volumetria della trasformazione urbana voluta in centro città dal fascismo, quando, nel corso del suo periodo storico, l’Italia non era ancora imperiale.

Il colpo di coda dell’epopea coloniale, con la conquista italiana dell’Etiopia, arriverà pochi anni dopo l’inaugurazione mussoliniana della piazza stessa, ed in quel mentre, forse avrebbe sorpreso, magari meno di oggi, questo selvatico animale africano, presente, quasi fosse un trofeo esposto in zona, per via della fattispecie di un simbolo conterraneo alla geografia trovatasi ad oggetto di quella stessa occupazione, rivelandosi, potenzialmente, in linea con l’avvenuta conquista militare di quel pezzo d’Africa, come un motivo di fatto assestatosi fra i profili esotici propri del Paese del “Leone di Giuda”.

Scherzi, forse, della storia, a furia di ideazioni controcorrente, ci si può ritrovare in un nesso, invece, di avvenimenti avvolgenti su un dato passato alquanto adiacente che incorrono, in alcuni casi motivati da presunte proprietà di merito, ad impattare nel palcoscenico di un orientamento già assuefatto e radicato, nel medesimo intreccio di particolari, preponderanti ed ineludibili, dove, l’arte, fuori registro, di un tale sopraggiunto intervento, vi può risultare, però, in un qualche modo attinente.

Ci fossero, oppure no, i rinoceronti in Abissinia, al tempo di quando tale terra era passata alla allora corona d’Italia, conta, qui, il cavillarci quanto il voler stabilire la verità storica di quella stessa colossale rievocazione della romanità, spinta dal fascismo in una nazione ormai, giunta, secoli e secoli dopo, rispetto a tale originario stigma di caratterizzazione, in una condizione, ormai, ad essa dilatata, resuscitandola in uno spettro epocale ad essa irriconoscibile.

Motivi per una motivata coincidenza, ad accostamento storico e culturale, ce ne erano, comunque, come, appunto, l’ipotizzare emblemi vittoriosi di ritorno dall’impresa etiopica, a tutto tondo, estensibili, in assortimento e quantità, al misterioso retaggio folcloristico, offerto all’immaginario collettivo, derivando dal vasto continente africano.

Nel rinoceronte appeso nel vuoto, pochi metri sopra il lucido e scivoloso pavimento di piazza Vittoria, pare si voglia, invece, vedere il significato del, testualmente detto, “il peso del tempo sospeso”, come tale intitolazione è presentata, nei termini di questa esplicita denominazione, in ogni angolo dove trova spazio la didascalia a margine dell’opera stessa, in una sua correlata introduzione: “Il peso del tempo sospeso parla di una condizione umana, di uno stato d’animo. L’opera concepita quasi vent’anni fa resta estremamente attuale, soprattutto in questo periodo dove l’emergenza Covid suscita in tutti noi un sentimento di sospensione e di incertezza; la percezione del tempo cambia come muta il nostro stile di vita e il rapporto con tutti gli altri. Il rinoceronte diventa metafora del peso che dobbiamo sopportare e il fatto che l’animale sia imbragato e sospeso nel nulla enfatizza questo momentaneo distacco dalle nostre abitudini e dalle nostre certezze. Un fatto inaspettato, un estremo dolore – come un’estrema gioia – fan sì che, in qualche modo, si esca da noi stessi, dal nostro corpo, alla ricerca di un punto di vista privilegiato dal quale osservarci in rapporto con gli altri e con il mondo che ci ospita”.

Del tipo di esemplare che, all’epidermide, si specifica, in natura, come “rinoceronte bianco”, la rappresentazione di questo mastodontico quadrupede corazzato, segue la linea simmetrica della piazza in uno dei lati del suo più lungo svilupparsi discendente, nel degradare dei punti cardinali dove gli spazi acquisiscono le quote di un rispettivo piano differente, andando a profilarsi in una sorta di nicchia incapsulata nel composito insieme architettonico della piazza stessa dove, il manufatto, tra annessi connessi, si svela.

Il messaggio di quest’iniziativa, realizzata in collaborazione con il Comune di Brescia, e con “1932 srl” e “Platek” nel ruolo di “patner tecnici” ritorna, comunque, ad esorbitare dalla scelta, in sé e per sé, di questa, piuttosto di altre frequentate aree pubbliche del capoluogo bresciano, utilizzata per la bisogna, quando, ancora scorrendo in lettura la menzionata presentazione scritta dell’opera ivi allestita, come tale riflessione risulta puntualmente posta nei pressi della medesima, “Il rinoceronte siamo noi, in questo momento sospesi, imbragati e bloccati, ma pronti a riappoggiare i piedi sul terreno. Stefano Bombardieri con le sue opere cerca di creare spiazzamento, sopresa, non pretende di dare risposte, ma ci spinge ad interrogarci ponendoci quesiti che vanno oltre le apparenze”.