Lo stemma della Regione Lombardia nasceva proprio in quella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso.

Si verificava, nel frattempo, un avvicendamento ai vertici, sia della Prefettura che dell’alloraProvveditorato agli Studi” di Brescia, mentre in sede regionale, per iniziativa del futuro ministro Sandro Fontana, la “rosa camuna” si faceva sempre più strada, acquisendo, nei giorni a venire, il prestigio rappresentativo di quella valenza simbolica che risulta, ufficialmente, adottata ad emblema lombardo, secondo un implicito omaggio rivolto alla Vallecamonica.

Tra, naturalmente, altri aspetti, il corso del 1973 si profilava all’insegna di quella traccia di decentramento che, a parte l’attività dell’ente regionale, si estrinsecava, fra l’altro, in ambito locale, nella costituzione delle “cinque comunità montane”, all’epoca espresse dalla estesa provincia bresciana, come, pure, su un piano differente, manifestava alcuni suoi giorni nella scaletta degli eventi del Teatro della Scala di Milano che indirizzava al “Grande” di Brescia, una scelta gamma delle proprie proposte culturali, intendendo, con questo, valorizzare anche il territorio, al di fuori della città meneghina, dislocando, in un rimando di prerogative decentrate, il complesso di una serie di manifestazioni programmate, come l’opera “Il convitato di pietra” di Giuseppe Gazzaniga, l’intermezzo “Il maestro di cappella” di Domenico Cimarosa e la farsa musicata “La cambiale di matrimonio” di Gioacchino Rossini, calendarizzate nel mese di ottobre di quell’anno.

La stampa bresciana aveva salutato l’arrivo in città della funzionaria subentrata al ruolo di Provveditore agli Studi, Maddalena Grappone Sozio, e del nuovo prefetto, nella persona di Vincenzo Aurigemma, anche per il tramite del settimanale diocesano “La Voce del Popolo”, rispettivamente, intervenuto su tali novità, il 20 luglio ed il 03 agosto 1973.
In quest’ultima edizione, il periodico informava, a tal proposito: “(…) Il dott. Aurigemma, nato il 12 dicembre 1921 a Pompei, ha svolto il primo periodo dei suoi studi a Bologna. Ha conseguito la laurea in legge presso l’Università di Roma, dove risiedeva fin dal 1939. Nel periodo dal 1941 al 1943 è stato chiamato alle armi ed ha partecipato, nel 1943, anche ad episodi della Resistenza. Entrato nell’amministrazione dell’Interno nel 1947, è stato assegnato alla Prefettura di Venezia, rimanendovi 4 anni. Trasferito a Roma nel 1951, ha prestato servizio, dapprima presso la direzione generale dell’Amministrazione civile, poi presso l’ufficio legislativo e, negli ultimi otto anni, quale capo servizio della Protezione Civile. In questa sua qualifica, ha partecipato a tutte le operazioni di soccorso svolte in occasione dei drammatici eventi che hanno colpito il Paese in questi ultimi anni, nonché agli studi ed alle iniziative adottate sia dalla Comunità europea che dal Comitato per le sfide della società moderna, in materia di prestazioni di soccorso in casi di calamità naturali e di tutela dell’ambiente. Al momento dell’insediamento, il nuovo prefetto ha rivolto un breve saluto ai bresciani: “Nell’assumere le mie funzioni in questa sede – ha detto – desidero far giungere alle autorità tutte il mio più cordiale saluto, auspicando che dal comune lavoro possano derivare sempre maggiori benefici per le operose popolazioni della provincia”.

Analogamente, sul crinale estivo di quelle giornate fra loro ravvicinate, l’auspicio fatto proprio da questo giornale, nell’eco dell’insedimento di tale sopraggiunta referente dell’istituzione scolastica posta a coordinamento delle varie ramificazioni d’apprendimento nel territorio, era esplicitato nei termini di “Nell’assumere l’importante incarico, il nuovo provveditore agli studi Maddalena Grappone Sozio ha indirizzato alle autorità, agli enti e alla stampa un saluto nel quale sottolinea: “c’è l’espressione del mio preciso impegno a lavorare assiduamente per promuovere ogni giorno di più la crescita della Scuola bresciana, non solo sul piano dell’efficienza organizzativa, ma soprattutto sul piano della cultura e della formazione dei giovani ai valori autentici della democrazia, in una atmosfera di dialogo vivo e aperto a tutte le forze che credono nella funzione insostituibile della Scuola”. Da parte nostra, le stesse parole, si fanno augurio cordiale”.

Lo spazio di poche settimane ed incominciava, dopo le vacanze d’estate, un altro anno scolastico, accompagnato da una serie di sollecitudini, per fronteggiarne le criticità, pure riversatesi in una certa visibilità nella cronaca locale, nella quale, ancora fra le pagine de “La Voce del Popolo”, si profilava un fronte interistituzionale, a margine di una iniziativa divulgata il 28 settembre 1973, per il perseguimento di un’interessante proposta di sensibilizzazione a valenza provinciale: “(…) In merito ai rapporti con le pubbliche amministrazioni, il Provveditore ha annunciato che avrà luogo fra poco, sollecitata dal Ministero, una riunione in prefettura con tutti i sindaci della provincia (sedi di scuole medie e superiori) per una panoramica sui problemi degli istituti scolastici (…)”.

Il corso degli eventi comportava, fra l’altro, un altro tipo di coinvolgimento in città, nell’ambito della manifestazione di promozione sociale “terza mostra mercato dei lavori eseguiti dagli ospiti dell’ospedale psichiatrico”, mediante una data circostanza sostenuta anche dalle varie personalità chiamate in rappresentanza del mondo delle istituzioni, per avvalorare il messaggio solidarietà che ad essa era sotteso, nella fattispecie, appunto, di tutto ciò che era, ad inizio dicembre 1973, descritto, dallo stesso settimanale, nel riferire che “presso l’ospedale psichiatrico provinciale è stata inaugurata la terza mostra mercato dei prodotti del lavoro dei ricoverati: è amore per chi soffre quello che lega e affascina questo umano lavoro (…)”.

Tra i vari dipinti esposti, in quella che attualmente è la sede dell’Agenzia della Tutela della Salute, in viale Duca degli Abruzzi di Brescia, il servizio giornalistico attestava la partecipazione, fra le autorità convenute, anche del prefetto Aurigemma, in un contesto assurto pure a saggio artistico, a motivo delle numerose tele allestite e celebrate in quel variegato messaggio d’arte visiva che, per il vertice della Prefettura bresciana, si era già tradotto nel dono di un’opera, a firma dell’insigne pittore Oscar di Prata, personalmente consegnatagli in quella peculiare dinamica di relazioni che, sopravvivendo al tempo, reca ancor oggi, sul retro dello stesso manufatto figurativo, un appunto esplicativo: “Brescia, alla Sosta, 9 ottobre 1973, all’Eccellenza dr. Vincenzo Aurigemma, Prefetto di Brescia i Segretari Generali della Provincia con i migliori voti augurali”.

Trattasi di una suggestiva interpretazione artistica della figura femminile, in olio su tela, secondo i tradizionali canoni espressivi propri del maestro bresciano Oscar di Prata (1910 – 2006) di cui ne esiste una feconda produzione particolarmente concentrata nel bresciano, ma non solo, oltre che una sopraggiunta letteratura, in chiave biografica e di lettura critica del suo operato, concordemente ritenuto ai più alti ed avvalorati livelli di riconosciuta maestria, nell’attribuitogli notevole spessore stilistico e contenutistico.

Lungo questa sottile sensibilità, verso “il bello ed il vero”, anche il vagliato concetto di “bontà” aveva avuto un fulcro attrattivo di prima visibilità nella seconda metà di quell’anno, con la puntuale edizione del “Premio Bulloni”, di nome e di fatto, ispirato al primo prefetto incaricato a Brescia, dopo la fine del Secondo Conflitto mondiale, Pietro Bulloni (1895 – 1950), quale annuale appuntamento eloquentemente percepibile a perdurante retaggio di un’impronta prefettizia lasciata nel territorio dove ancora se ne ricorda la figura, nello spontaneo capolavoro di una pubblica manifestazione che reca riscontro all’uomo e, con lui, all’istituzione stessa che ha degnamente rappresentato.

Nel 1973, tale effettiva attestazione di merito, pensata pure ad educativo sprone corale verso l’emulazione civile di un impegno filantropico, era andata nel premio espresso a Teresa Lena di Bagnolo Mella: “Una donna minuta, un po’ curva per gli anni – che non sono pochi – (avendo la Gege come tutti la chiamano, doppiato l’ottantina) compendia nell’umiltà, nella generosità senza limiti, nella parola arguta, nella simpatia che riscuote, le caratteristiche di tante protagoniste del premio della bontà nei molti anni ormai trascorsi dalla fondazione (…)”: come era messo in pagina il 28 dicembre 1973 da “La Voce del Popolo”.

L’anno entrante, per il prefetto Vincenzo Aurigemma, avrebbe fatto coincidere, con la fine luglio, il termine del suo incarico a Brescia, durante quella tragica annata, notoriamente intesa, per il preponderante evento storicamente tradottosi nel crudele attentato terroristico verificatosi nell’ambito della comunemente conosciuta “strage di piazza della Loggia” del 28 maggio.

Come, fra l’altro, documenta la pubblicazione di Bianca Bardini e di Stefania Noventa, intitolata “28 maggio 1974 – strage di piazza della Loggia – Le risposte della società bresciana”, per la “Casa della Memoria”, durante i giorni successivi alla barbarie dell’attentato: “(…) Presso la Prefettura, si costituiva un comitato per il coordinamento dell’amministrazione dei fondi raccolti per le famiglie vittime e per i feriti della strage di piazza Loggia. Il comitato, oltre al Prefetto e al rappresentante delle famiglie, raccoglieva le rappresentanze degli enti e delle organizzazioni promotori delle sottoscrizioni. Furono raccolte circa lire 562.000.000 di cui lire 323.000.000 furono destinate alle famiglie e ai feriti. L’utilizzo della somma restante fu deciso nell’ultima riunione che il comitato tenne nel marzo del 1976, prima del suo scioglimento. Il comitato, infatti, dopo ampia discussione, rilevò “che i contributi già versati alle famiglie ed ai feriti avessero già sufficientemente soddisfatto le esigenze economiche e curative dei predetti e ritenne che, in ossequio agli intendimenti espressamente manifestati da alcuni promotori delle sottoscrizioni, si individuassero alcune iniziative da realizzare a perpetua memoria dell’eccidio, a testimonianza degli unanimi sentimenti di esacrazione che provocò ed ai connessi aspetti culturali”. Deliberò, per tanto, la destinazione delle somme residuate delle sottoscrizioni e venne dato mandato al Comune di Brescia di operare (…)”.