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La luce ha bisogno del buio, come l’oscurità cede alla sua alba luminosa.
Se non ci fosse l’alternanza fra il chiaro e lo scuro, il caleidoscopico gioco di luci, approntato in faccia alla “Pinacoteca Tosio Martinengo” di Brescia, non varrebbe la frizzante portata scenografica che, invece, a tutta vista, comporta.

Allestimento voluto dal Comune di Brescia e da “A2A” per questa perla cittadina della cultura, organizzata in una sollecitudine museale, consacrata al sapere, quale struttura implicita nell’arte al deposito espositivo di una ricchezza inesauribile, rispetto al lascito ideale e fattuale di un eccellente ambito sostanziale, in grado di elevare ogni sensibilità alle cifre stilistiche proprie del computare somme espressive, in capolavori sperimentabili nelle loro fondanti prerogative.

Come se non fosse sufficiente la ricercatezza architettonica del medesimo palazzo dove questo noto recapito bresciano si situa, interviene un cangiante incastro di luminosità appariscenti a ricordare ai passanti che intercorre il Natale, in un avvicendamento con quel presente che ingiunge al calendario il cambiamento imminente dell’anno, su un altro da subito susseguente.

L’occhio vuole la sua parte, pare che si dica, e, anche qui, la vista pare abbia il suo nutrimento di emozioni, in un pubblico esercizio di assolvimento, sviluppato nel recare immagine di cromie al possibile ingenerarsi di fantasie, racchiuse nelle dinamiche di un fantasmagorico assembramento di colori e di sfumature, non perseguibili nel loro stretto stare insieme, per via dell’innocua portata di un libero e di un leggero fluire, nel sorgere e nello svanire, in uno stesso inintaccato insieme, evocativo di fatue, ma di incisive, allegorie.

Tutto passa, anche le luci di quel forte impatto attrattivo che si scorgono da ben lungi, nel circuito del centro urbano di Brescia, mediante quanto la via Moretto e la piazza omonima concedono nel merito dei percorsi viari intersecantisi nella celebrata memoria del medesimo artista, secondo ciò che la toponomastica sfoggia in quella riservata e tipica ambientazione che a lui attiene.

Alle spalle del monumento, eretto in omaggio a questo pittore del primo Rinascimento, la “Pinacoteca Tosio Martinengo” sembra suggerire al maestro quanto i colori abbiano una forza incommensurabile nel loro stesso provvido combinarsi, tra campiture e gradazioni di riferimento, confermando, in una natura pittorica inclusiva, lo snodo della gemmazione coloristica quale efficace condizione di una modulabile strategia.

Alcune ricche perle di luci sfavillanti, in diafane liane inghirlandante secondo l’effetto di guizzi di ghiaccio, scendono dalle grondaie dell’immobile aristocratico, non a caso storicamente adibito a pinacoteca, concorrendo a sezionare il gravitare dei conturbanti colori diversi, nel loro stesso susseguirsi, su tutta la facciata della struttura, per il tramite dei faretti ad esse sottostanti, grazie a mimetizzati accorgimenti irradianti.

Sul posto di questa estemporanea rappresentazione, alcune antiche ed alte conifere concorrono alla varietà dei riflessi esercitati dai colori diversi, facendo di questa porzione urbana una parte certamente gentilizia e mediata, nella consegna artistica per l’evocazione musiva di una composita attestazione della bellezza raffinata, ma anche un richiamo alla natura, quale persistenza di carattere, in una prima battuta, propria dei rudi declivi di quel medolo bresciano che non è mai stato abiurato dalla irsuta tradizione locale, come presunto stigma del bresciano, nella sua conclamata genuinità originale.

Blu cobalto, forse viola, verde, giallo, forse bianco, rosso, forse amaranto, in uno strascico mutante di colori contesi al buio serotino e notturno incombente, ed è ancora Natale, per gli organizzatori di questo evento, incardinato ad un luogo inestimabile, anche perché gravido di promesse per le attese che, alla gestazione della cultura, sono da sempre connesse.

L’alleanza della luce con le tenebre, nella rispettiva alternanza che le vagheggia reciprocamente, pare associarsi a quanto ha, fra l’altro, scritto Thomas Stearns Eliot, suscitando, forse a margine immaginifico di una compenetrazione ragionata, emergente a metafora esistenziale attraversata dalle disparate vibrazioni coloristiche, l’abisso circostante, nella vastità di un mistero, pervaso da quel chiaroscuro che prelude alla condizione umana, nella sua “Gli uomini vuoti”: “(…) Fra l’idea/ E la realtà/ Fra il movimento/ E l’atto/ Cade l’ombra (…)”.

1 commento

  1. Ma è questo articolo è uno scherzo o il risultato di un assemblaggio casuale di parole colte ?
    In fin dei conti si tratta di quattro lampadine colorate.

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