Fraine, frazione di Pisogne, nella Bassa Vallecamonica. Se, “un’antica leggenda narra della fondazione del paese da una colonia di schiavi dediti all’estrazione del ferro”, ricavato dalle miniere di questa zona immersa fra le alture dell’entroterra dell’Alto Sebino, pare che una meglio circostanziata serie di manoscritti dell’inizio del Diciannovesimo secolo attesti, invece, la presenza della cosiddetta “Compagnia di Fraine” della quale l’edizione del “Giornale di Brescia” di sabato 27 dicembre 1952, ne aveva presentato, attraverso un resoconto storico, il carattere fuorilegge, precisando che “un’accolta di individui rapaci e sanguinari imperversò agli inizi del secolo scorso, finchè la giustizia lì colpì duramente”.

BrigantiQuesta impervia ed isolata località camuna sembra sia stata sede di “una masnada raccogliticcia e pericolosa” che dal 1809 al 1811, fino all’epilogo nell’anno seguente, aveva contrassegnato, con l’impronta delle proprie eclatanti imprese, le cronache giudiziarie dell’allora Regno d’Italia napoleonico, riguardanti i territori di pertinenza delle gendarmerie dei dipartimenti del Serio e del Mella, nei documenti stilati presso la “Corte Speciale Straordinaria” di Bergamo, derivata dalla “Corte di Giustizia civile e penale” che, alla fine, aveva provveduto ad estirpare questi malfattori dalle contrade da loro battute impartendo le violente grassazioni nelle quali parecchie persone si erano imbattute.

Per tali scorribande “non agivano in massa, ma di solito a gruppetti di tre o quattro; vasto il loro raggio d’azione; eterogenee le armi adoperate: dal randello al pugnale, dallo schioppo ai sassi. I crimini accertati assommavano ad un centinaio. Secondo l’occorrenza, si travestivano anche da agenti di finanza, da religiosi, da pescatori e talvolta perfino da donne. Assaltavano viandanti, bruciavano cascinali, forzavano di notte usci domestici, ricattavano, taglieggiavano”.

Alla luce di queste tracce, impresse nel passato di Fraine, la caratteristica “festa dei briganti”, nella popolare accezione dialettale con la quale la stessa manifestazione estiva si esprime nella tradizione locale, tra le giornate agostane gravitanti sulle pendici valligiane di una persistente appendice territoriale, assurge ad evocazione di quel retaggio sostanziale che pare porsi nella memoria di questa estemporanea manifestazione criminale, sviluppatasi in una forma d’aggregazione particolare.

In buona parte disertori, come, fra gli altri, Francesco Francesconi da Fraine del terzo reggimento di fanteria italiana, Angelo Dell’Angelo da Endine, del primo reggimento Ussari di cavalleria, Giovanni Cotti da Artogne, del settimo fanteria, ma anche renitenti alla leva, come Francesco Salvetti da Breno, e pure contadini, fabbri, braccianti, carbonai della zona. A loro si imputavano misfatti del genere, ad esempio, di quello accaduto a Rogno dove “spogliarono dei soldi e dei vestiti un mercante il quale dovette rifugiarsi in paese tenendo le mani al posto delle mutande”.

L’epopea napoleonica passava tumultuosamente fra queste contrade, assimilando alle proprie maggiori vicende, di un avvicendarsi di battaglie e di confini, fino alle ripristinate origini delle restaurate dinastie, le ribalderie della “Compagnia di Fraine”, nota pure per essere stata a riferimento di un andirivieni di gente della stessa risma, rispetto alla maggior consistenza con la quale è risultata essere rappresentata, per la deriva travagliata di quei giorni che alla storia è stata consegnata.