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Buffalo Bill (1846–1917) era andato dal papa. Una visita menzionata pure da quella cronaca mediante la quale la stessa si era poi ritrovata ad essere divulgata. Era, questo, il caso di quell’informazione che, dal Vaticano, rimbalzava anche a Brescia, per documentare una tappa effettuata da tale personaggio americano, nel corso di una sua trasferta italiana, presa in considerazione dall’edizione di più di un quotidiano.

Tale circostanza era stata rilevata dalla stampa nell’approssimarsi della primavera del 1890 e, se, in quell’occasione, l’evento aveva fatto capo a Roma, nella medesima stagione di sedici anni dopo, sarebbe toccato, invece, al capoluogo bresciano l’ospitare quel notabile d’oltreoceano, insieme a tutto il suo seguito circense, improvvisatosi presso la zona allora denominata “Piazza d’Armi” ed, in seguito, conosciuta come “Campo Marte”, per uno spettacolo rivolto al pubblico nostrano.

Leggendario cacciatore di bisonti, fra altre sue prodezze, Buffalo Bill pare unisse l’abilità, all’uso delle armi da fuoco, con un’agile maestria da cavallerizzo e da domatore di quei capi da bestiame che, su vasta scala ed in un gran numero, proporzionavano, a cielo aperto, il pullulare, in America, di una vivente massa di quadrupedi da allevare.

Adventures_of_Buffalo_BillTutto questo pare gli fosse, pure, valso il poter diversificare la notorietà del proprio nome, pseudonimo di William Frederick Cody, nell’ambito di eccellenti manifestazioni d’intrattenimento sia antesignane del retaggio western della cinematografia, in quell’epoca, ancora a venire, che, su altro versante, significative di altrettanto fedeli coincidenze con la natura di un certo genere di spettacoli itineranti, con tanto di atletici fenomeni accattivanti, che, nella tradizione di allora, come pure di oggi, relega ai circhi il folclore dell’estemporaneità di un improvvisato palcoscenico, per l’evoluzione di varie ideazioni spettacolari.

Pare che il cronista del quotidiano “La Provincia di Brescia” facesse un poco di fatica a praticare una distinzione, fra il personaggio e l’ombra stessa del suo ruolo pubblico d’interpretazione, strettamente compromesso nei termini controversi di un esotico altrove, ironizzando, in pratica, che Buffalo Bill si fosse accordato con il papa per una “reclame” di se stesso e dei suoi panni caratteristici di un eroe ammaliatore.

In realtà, dal pontefice Leone XIII tutto sembra si fosse svolto secondo i canoni di un’assodato protocollo di formale omaggio verso quell’istituzione, al vertice di una fideistica confessione, ancor oggi, attraversata dalle molteplici tracce variopinte che rivendicano, in una autoreferenziale presentazione, le rispettive tipicità di una data nazione, come, con Buffalo Bill, non erano mancati gli indiani, ormai aggiogati ad un’appartenenza “a stelle e strisce”, pur facendo ancora sfoggio del loro originario assetto identificativo di un’autentica e di una antica caratterizzazione.

Di tale avvenimento, trapelava, sulla prima pagina del giornale “La Provincia di Brescia” di martedì 4 marzo 1890, l’informazione che “Stamane Buffalo-Bill, con tutta la sua compagnia di saltimbanchi, fu ricevuto solennemente in Vaticano nella sala ducale, alla presenza di diverse cariche di corte. Il papa fu portato pomposamente in sedia gestatoria nella sala, e fu accolto da grandi clamori e grida dai pagliacci della compagnia e delle pelli-rosse che si prostrarono emettendo i loro urli selvaggi. Il capo della compagnia Buffalo-Bill regalò al papa un gran mazzo di fiori ed un cuscino con sopra ricamato lo stemma papale. Il papa benedisse Buffalo-Bille e tutta la sua troupe. Questo fatto strano e grottesco è commentato assai e fece l’impressione che il Vaticano e Buffalo-Bill si siano accorato per una inaudita reclame”.

Cody_and_LouisaDi stampo prettamente profano, era stato, invece, quell’evento bresciano che aveva avuto, in seguito, come indiscusso protagonista il medesimo esponente americano, in un contesto che, si prendeva tutto lo spazio lasciato, prima, al sacro in Vaticano, per occupare interamente la scena, secondo un curioso programma destinato a restare alquanto insolito nel ricordo che di esso ne aveva elaborato, in un esplicito resoconto, l’accennato quotidiano.

Superato il lustro del secolo allora nascente, lo sviluppo del 1906 intersecava i giorni della fugace permanenza a Brescia di Buffalo Bill, al centro di un conclamato spettacolo d’attrazione, con alla base la vivacità appariscente dell’equitazione, in un programma della durata complessiva di due ore, secondo una duplice proposta, sia pomeridiana che serale, capace, pare, di fare enumerare, già solo per quella diurna, il positivo riscontro della partecipazione, fra le diverse tipologie di tribune predisposte per il pubblico, di undicimila persone.

All’indomani dello spettacolo, il 9 maggio 1906, “La Provincia di Brescia” attestava, fra l’altro, una descrizione dei passi salienti che avevano mosso la dinamica di quella composita interpretazione che da lì a poco, nel tempo subito a venire, sarebbe stata pure proposta a Vicenza e che, a Brescia, sembra fosse stata vissuta nella comprensibile notorietà di un evento d’eccezione.

Evento che era apparso imperniato sulla maggior personalità verso la quale poter, al fine, porre la più curiosa attenzione, nel momento in cui lo stesso “attore, cacciatore, militare, esploratore ed impresario teatrale” era entrato, di fatto, in azione: “(…) La banda intona la marcia reale ed entra un cavaliere con il vessillo italiano. Ultimo, sopra un bel cavallo baio coi finimenti d’argento e con gualdrappa pure adorna d’argento entra cavalcando elegantemente, con un ricco abito e maestoso nel volto e nei lunghi capelli bianchi dati all’aria, il colonnello Cody, acclamatissimo: egli va a disporsi dinnanzi ai primi posti, pronuncia un saluto in inglese, leva il cappello e chiama tutta la compagnia più avanti. Questo numero e l’ultimo, nel quale si ripete la sfilata sono veramente attraenti. Seguono alcuni esercizi di cavalleria dati da Cowboys, da Cosacchi, da Messicani, da Arabi ed Indiani del Nord America, in cui tutti questi si rivelano cavalcatori abilissimi di cavalli rapidi come fulmini. Un attacco delle Pelli Rosse – che avviene in accampamento notturno dopo alcuni divertimenti del Far West – respinto da esploratori e da Cow Boys – provoca un baccano indiavolato di scariche di fucili e un gran getto di lacci. Applauditissimo il colonnello Cody (che esce cavalcando il noto cavallo bianco) nei suoi esercizi di tiro. Un indiano a cavallo lo precede al galoppo, gettando in aria, molto alte, delle palle di legno. Il colonnello segue a pochi metri e col suo fucile Winchester, per tre giri del rettangolo, colpisce quasi tutti i bersagli, spezzandoli. (…)”.

Fra le sue imprese, Buffalo Bill, alias colonnello Cody, aveva annoverato anche quegli attimi bresciani nei quali, ancora una volta, la traiettoria dei suoi proiettili aveva centrato in pieno i bersagli colpiti in movimento, deflagrando nello spazio dove tale dimostrazione era confluita nella dimensione del tempo, divaricato fra il riuscito incombere della bella parata ed il ricordo dove la medesima era divenuta materia per poi essere raccontata.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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