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Il caldo, secoli fa, tale e quale ad una certa ispirazione che, come allora, ne percepisce inalterata la natura e l’entità.

Anche in quei giorni lontani dall’oggi, la riflessione era il come sfuggirne, arginarne la morsa, svilirne la portata, ma, soprattutto, fra le congetture possibili, il riuscire, comunque, a meglio conviverci.

Nel merito, interveniva, sul piano pratico, un contributo di lettura del “Giornale della Provincia di Bergamo” di venerdì 17 novembre 1837, pubblicando: “Sul riparare le stanze dal caldo. Quasi tutti, usano lasciare aperte le stanze nelle giornate più calde, sperando che l’aria abbia a portare del fresco; ed, invece, ottengono l’effetto opposto. L’aria che si move, produce su di noi un senso di fresco, ma è un errore il credere che essa rinfreschi le stanze. Anche l’aria, mossa da un ventaglio, produce su di noi un senso di fresco, ma l’aria non diventa, per questo, più fresca. L’errore comune, proviene da ciò che noi, come animali a sangue caldo, riscaldiamo (ove l’atmosfera non sia già per sé ad una temperatura elevatissima) l’aria dalla quale siamo circondati; se, quindi, noi procuriamo un movimento all’aria, si cangia quella che avevamo riscaldata, e ne sott’entra dell’altra che, quand’anche sia più calda di quella della stanza, è però meno calda di quella che circonda la nostra persona, ed, in conseguenza, abbiamo un senso di fresco, il quale facilmente illude le persone che non riflettono alla cosa. Se l’aria nella stanza è a 20 gradi, e l’aria esterna è a 22, questa, entrando nella stanza, produce su di noi un senso di fresco; eppure, essa è più calda dell’aria della stanza; ma, siccome, è più fresca dell’aria da cui siamo circondati, e che viene scacciata, noi sentiamo, per qualche momento, un po’ di fresco; ma questo dura pochissimo, e dopo, sì l’aria che ci veste, come quella della stanza, diventa più calda di prima. Non bisogna, dunque, lasciarsi illudere dal momentaneo senso che si ha di fresco, seguito bentosto da maggior calore, ma giova tenere chiuse le aperture, rinfrescandosi con dei ventagli, coi quali si cangia l’aria che ci veste, senza fare entrare nelle stanze dell’aria calda (…)”.

Il tema tornava alla ribalta, anni più in là, stavolta nella stagione del solleone, ma, analogamente, sviluppandosi nel risalto di una pubblicazione veicolata ancora sul “Giornale della Provincia di Bergamo”, intrisa dalla sfumature dell’epoca, principiando dal fatto che l’approccio al caldo, fosse inteso nella sezione editoriale del “Bollettino Sanitario”, alla voce “Igiene”, per la quale visione , il metro di misura pare fosse una valutazione critica, relativamente al nesso con la “Influenza della temperatura”.

Anche qui, nella stampa di venerdì 24 luglio 1840, si reputava opportuno che le finestre fossero chiuse, focalizzando questo aspetto per via di un motivo argomentato in modo differente: “(…) Qualunque sia il tempo, non debbesi giammai coricarsi colle finestre aperte. E’ più facile acquistar raffreddori di notte che di giorno. Diventiamo costipati non solamente perché l’aria è più fresca, ancora perché l’energia vitale diminuisce nel sonno: i nostri organi reagiscono con minore vigoria contro tutte quelle cause che tendono al loro indebolimento. (…)”.

Aprire gli ambienti abitati, perché si giovasse dell’esterno, anche per contrastare una patita sensazione di calura, era tendenza ridimensionata alla luce del provvedere di evitare di trovarsi esposti ad “una corrente d’aria impercettibile”.

Parimenti era specificato che fosse “dannoso d’assai passare rapidamente dal caldo al freddo, e principalmente quando siamo avvezzati a questi subitanei passaggi: l’impressione d’un freddo vivo sul corpo, benché si ha caldo, ristringe subitamente i pori della pelle, e sopprime la traspirazione; tale evacuazione, non potendo aver luogo per le ordinarie vie, si porta rapidamente sugli organi interni, e produce irritazione, infiammazione, spasimi ed altre simili affezioni dannose (…)”.

A seguire, si precisavano alcuni consigli circa il cosa fare, se oppressi sotto l’opprimente portata di un caldo da fronteggiare: “(…) Quando si ha caldo, il miglior mezzo per non acquistarsi dei malanni è di cangiare la lingeria e bevere di seguito un bicchiere di vino puro, od un piccolo bicchiere di un liquore spiritoso qualunque; con tale mezzo si procura forza, elasticità alla pelle, la quale era stata pel calore indebolita e si sopprime il sudore senza impedire la traspirazione (…)”.

Ancora, a margine di una sorta di brindisi verso l’incombere di una fastidiosa percezione di calura, era ribadita attenzione al trovarsi in un qualche modo esposti a malintese opportunità di sollievo, spiegando che: “(…) Quando patite troppo caldo, evitate diligentemente di collocarvi presso una porta aperta, od una finestra, di sdrajarsi all’ombra sulla terra, o sull’erbose zolle, di prendere sonno colà, ed in particolare di cercare bevande fredde (…)”.

Da tali considerazioni, era pure naturale che discendesse, ancora, il correggere, nel quadro comune della dinamica di spontanei atteggiamenti, quanto risultava ad oggetto della indicazione che: “(…) Quando siete in sudore, non deponete gli abiti, per esporvi ad un’aria più fresca, soprattutto non lasciateli diventar freddi, né seccare sul corpo, perrocchè di questa maniera si gaudagnano raffreddori, flussioni di petto, reumatismi, ecc. (…)”.

Sullo sfondo, a quanto pare, già un’industria farmaceutica che sembrava arrogarsi una qualche voce in capitolo, per intervenire con vari prodotti, verso ciò che era attraversato dalle accennate valutazioni empiriche, le quali, a loro volta, chiudevano, la sequenza dei loro ammonimenti, con lo sfiorare la tendenza, già allora rilevabile, di cercare benessere e salute in rimedi medicamentosi o ricostituenti, quando, invece, era, ancor prima, meritevole di attenzione, l’applicare, anziché, per chi poteva, andare in farmacia, il ricorso ad un sano stile di vita: “(…) Queste salutari discipline, ed altre ancora che non vorremmo passare in rassegna perché troppo lampanti, a risparmio di tanti disgustosi farmachi apprestati dalla medicina, potranno, certamente, mettere sott’occhio un tutto, il quale sollevi in parte il misterioso velame che nasconde il segreto di vivere lungamente, di vivere sano!”.