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Un passo dopo l’altro, il sogno si concretizzava: tutto quanto il mondo percorso a piedi. Intuizione fascinosa di una riappropriazione globale dell’intero pianeta, su cui poter camminare, nell’ottica di unirne gli estremi, mediante un progressivo incedere consequenziale.

Se, quest’idea, si strutturava in un progetto da attuare, secondo quei liberi canoni che, della competizione, non avevano nulla a che fare, allora, stando a questo presupposto, nemmeno il fattore tempo, come non indifferente mole da impiegare, andava a confliggere con un’aperta modalità di ingaggio, con la quale tale lunga camminata era stata intesa, nel suo disarmante piglio amatoriale.

Bisognava essere, in ogni caso, equipaggiati, per dare sostanza ad un investimento particolare, quale frutto da maturare, nella somma di giorni e giorni, come auspicato risultato da confermare, in un indefesso impegno personale, lungo le vie del mondo da scoprire in ogni contrada del percorso da procedere a svelare, su un orizzonte sempre da oltrepassare, fino all’ultima meta, guadagnata con la costanza di una coerente e, per lo meno, fortunata sfida da riuscire ad attuare.

Un certo adagio comune si riferisce a quel paio di scarpe nuove che, insieme, alla salute, sono bastevoli a poter girare tutto il mondo, secondo una versione che intende allargare il cuore quando è professata in una bonaria battuta da assaporare, come il sorso di un buon vino corroborante, che, dissipando tristezze, incoraggia a superare le asprezze ed a non formalizzarsi sull’incombere di preoccupanti evenienze.

Non è dato il sapere con quale calzature questi tre coraggiosi campioni della camminata abbiano cominciato la loro singolare impresa. Ciò che il tempo trascorso ancora tramanda, fino ad oggi, è, a loro riguardo, una notizia data dall’Illustrazione Bresciana del 16 aprile 1906, pubblicazione a tiratura locale che, nella sua testata, rivelava il nesso di una dedicazione territoriale, non ritenuta, comunque, a vincolo per riferire anche di notizie compromesse da un piano più generale.

In questo caso, si evidenziava l’avvicendarsi di alcune ispirazioni narranti, volte a valorizzare il bacino d’utenza di una effettiva vocazione originale di questa specificità editoriale, per il tramite della curiosa informazione connessa all’iniziativa di un terzetto, già da tempo in movimento, per aggiudicarsi la palma di un iridato percorso a tappe, mutuato dal genere avventuroso delle esplorazioni che, con la geografia e gli elementi imprevisti del Creato, si sono sempre trovate ad avere a che fare.

Una sommaria tripartizione fotografica concorreva in pagina a rendere l’idea di come la lunga marcia secernesse anche tracce visive, da poter documentare, dal momento che, a sviluppo del titolo “Il giro del mondo a piedi”, le immagini didascaliche, rispettivamente, dedicate alla rappresentazione di “Una sosta”, di una “Salita faticosa” e di “In cerca di indicazioni”, illustravano il testo, a sommario resoconto, che un autore, a noi ignoto, aveva inteso pubblicare.

Si potrà forse dire che la cosa, coi tanti globetrotters che abbiamo veduto – ci sono stati perfino i due che andarono dalla Francia in Russia e forse più in là, conducendosi vicendevolmente in carriola – non sia proprio inaudita: certo è prova di una grande energia e di molta fiducia nella resistenza dei propri garretti”: era il preambolo del progressivo contesto osservato, presentandolo sulla falsariga di altre pregresse iniziative analoghe, come se, ad un certo giro di boa della storia, tra gli esseri umani del cosidetto “mondo civilizzato” si fosse fatta strada la contagiosa ambizione di un approccio più diretto e personale verso l’orbe terracqueo che, sempre di più, diveniva oggetto, di una crescente industrializzazione, di una diffusa meccanizzazione e di una ambiziosa pervadenza infrastrutturale dei trasporti in costante e vorace evoluzione.

Da qui, il passare, per il cronista di questo periodico bresciano, ad andare a focalizzare il fulcro di quest’altra vertenza podistica, fra i suoi interpreti e tutto un loro tragitto da assimilare: “Immaginate: attraversare tutto il mondo civile a piedi, senza un centesimo in tasca, percorrendo oltre 150000 chilometri e ciò per guadagnare in tre una scommessa di 100000 lire, è una trovata non comune”.

Per quanto i parametri olimpionici, tipici dei rispettivi sport competitivi, fossero estranei a questo progetto, lanciato a spettro planetario, quanto ne disciplinava la natura di una posta in gioco, pare fosse l’aver concordemente scommesso, circa la buona riuscita dell’impresa stessa.

Soddisfatta la curiosità del sapere chi fossero gli attori di questa peripatetica sequenza, transfuga di orizzonti, sempre in successione impermanente su geografie gradualmente in divenire, che, nelle righe a seguire, avevano svelata l’identità di chi fossero gli ispiratori del pezzo giornalistico che si era inteso qui scrivere: “I tre che si sono accinti alla straordinaria impresa sono tre redattori di giornali belgi – già, gran genti i giornalisti ! – Gustavo Hoste, William Philippart ed Alberto Viteux, che fecero la scommessa sopra accennata contro il giornale “Le Sportman”. Partiti da Bruxelles il 24 settembre 1905, senza un soldo in tasca, si diedero subito a percorrere gli stati civili, e dalla Francia passarono in Ispagna e nel Portogallo, poi lungo il Mezzogiorno francese, ed attraverso l’Italia settentrionale e la Svizzera si recarono in Germania dove ora si trovano. (…)”.

Chissà, se dopo aver percorso, nella loro asserita cinquantina di chilometri quotidiani, anche la Lombardia, trovandosi, al momento della redazione di quest’articolo, fra le vicine terre tedesche che, a loro volta, preludevano altre più lontane mire, questi camminatori stessero sperimentando gli accenti poetici, percepibili nella nota “Foresta Nera” che, nello stesso numero dell’Illustrazione Bresciana, avevano spazio per manifestarsi nel componimento lirico di Arturo Graf che, nella suggestione di un’ispirazione onirica, aveva percorso, in altro modo, rispetto al camminarci, quelle lande teutoniche dove pare abbia trovato presa il suo versificare che: “Solitario, perduto/ Fra queste selve oscure,/ Come sei cupo e muto, O picciol lago! Eppure, / Chi ti miri dal lembo/ della scabrosa riva/ sogna che nel tuo grembo/ alcuna cosa viva./ Che fa laggiù, nel fondo,/ la favolosa ondina,/ segregata dal mondo,/ nel freddo umor supina? (…)”.