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Formigara, Cremona. Le sere del 30, 31 gennaio e 1 febbraio nel piccolo centro agricolo della pianura cremonese, affacciato sulle sponde dell’Adda, dopo un silenzio protrattosi per lunghi anni è tornato a riecheggiare il “canto della merla”. L’usanza del cantare “La Merla” si era persa nei paesi, nelle campagne già alla fine degli anni trenta.  In altri luoghi la scomparsa del rito è stata determinata dalla regola del coprifuoco instaurata durante la seconda guerra mondiale.

Nel primo dopo guerra lo spopolamento delle campagne verso i centri industrializzati, le mutate condizioni sociali avevano rotto l’equilibrio della comunità rurale basato sul suo stretto rapporto con la natura. Legato al ciclo di riti propiziatori d’inizio anno, il rito della Merla, costituisce una tappa fondamentale del calendario contadino, era necessario assicurarsi il buon andamento dell’annata agricola ed in particolare la riuscita dell’allevamento dei bachi da seta, un tempo primo prodotto dell’anno e prima fonte di guadagno per la famiglia contadina.

La riuscita estetico-espressiva del canto e delle rappresentazioni drammatiche del rito, avrebbe determinato il valore propiziatorio; se le soliste avessero cantato bene, con una voce nitida e forte, se le fucilate fossero state potenti e la mascherata finale avesse raggiunto l’obiettivo di coinvolgere tutti in un grande divertimento dissacrante e liberatorio, ci sarebbe stato un raccolto ottimo ed abbondante; viceversa si sarebbero tratti auspici sfavorevoli.

Durante i tre giorni “della merla”, calate le tenebre, il piccolo paesetto di Formigara si anima, freddo e nebbia non fermano i due gruppi che dal sagrato della chiesa si alternano nell’intonare il canto, come da tradizione a botta e risposta nel dialetto contadino. Un tacito appuntamento che si rinnova di casa in casa, ogni inverno senza bisogno di programmazione, da parte di tutta la popolazione. Giovani e vecchi, grandi e piccoli, intonati e stonati spontaneamente uniscono le loro voci, ripetendo a memoria le antiche strofe, insegnandole ai più piccoli con la garanzia che saranno tramandate

Non si conosce l’origine precisa del rito, taluni sostengono che fosse già celebrato in epoca longobarda o durante il Medioevo, come testimonia Dante nei vv. 122-123 del XIII canto del Purgatorio “ormai più non ti temo! / come fè il merlo per la gran bonaccia” pronunciate da Sapia, donna senese.

I cantori si dispongono a semicerchio su un palco, non molto alto, contro la porta principale della chiesa, molto brevemente vengono distribuiti i ruoli delle voci si stabilisce chi tra le donne  farà la voce solista e chi tra gli uomini  farà il basso,  si prendono poi accordi sulla tonalità dell’intonazione  ed inizia il canto.  Alla fine dell’esecuzione di ogni canto si esprimono commenti ad alta voce sulla qualità della esibizione canora con riferimenti all’aspetto propiziatorio.

I canti si susseguono abbastanza rapidamente, durante l’esecuzione dell’ultimo canto alcuni cacciatori sparano delle fucilate a salve contro il cielo. Le prime due sere del triduo dopo i colpi di fucile si mangiano le castagne e si beve vin brulé.

L’ultima sera, dopo i canti si rappresenta la “ mascherata”  di Martino e Marianna. gli uomini e le donne si mettono gli uni di fronte alle altre ed in mezzo si pone una grande porta di legno a ricordo della porta delle stalle dentro le quali si chiudevano le ragazze e le donne di un tempo, alcuni sfoggiano mantelli, cappellacci, lunghe sottane, ma il tutto è lasciato alla libera iniziativa. Terminato il “ bisticcio” tra i due cori, la porta si apre  uomini e donne  si abbracciano e si baciano;  la gazzarra si fa più festosa al momento dell’accensione del falò della vecchia  che suggella la conclusione del rito.

La Merla diventa per molti l’occasione di fare ritorno al paese, di ritrovare gli amici e i parenti, di rinsaldare i legami con la propria comunità d’origine, per altri di osare esibirsi. Lo stare a scaldarsi davanti al falò che brucia la vecchia, bere il vin brulé, mangiare le caldarroste e l’immancabile sbrisulusa, esaltano il piacere dello stare insieme.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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