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PeloponnesoBella, silenziosa e solitaria la notte nella baia di Paleocastro, poche miglia a sud di Neapoli e di fronte all’isola di Elafonisos. Siamo solo noi. E sopra di noi una stellata gloriosa.

Elafonisos, l’isola dei cervi, anche se nessuno mai li ha visti, non è fatta per riposare tranquilli. La baia a nord è l’attracco dei ferry boat che quasi ininterrottamente per tutta la giornata fanno spola con la terraferma. La baia a sud, cinta da una lunga spiaggia bianca, è troppo esposta allo scirocco. Quindi, meglio Paleocastro sulla penisola laconica.

Oggi è il giorno di Capo Malea. Il temutissimo spartiacque, l’entrata ufficiale nell’Egeo. Il mare è calmo di prima mattina. All’orizzonte appare a malapena come un fantasma l’isola di Kitera, la veneziana Cerigo. E ancora più in là, invisibile a occhio nudo, l’inaccessibile Anticetera. Ultimo approdo prima di altri due temibili capi, quelli della Creta occidentale.

La nostra meta oggi è Monensavia, dall’altra parte del capo, più a nord.

Sbagliamo. Spinti dall’ardore di arrivare vicini quanto prima alla meta finale, Aegina dove lasceremo Zara per l’inverno, non facciamo rotta di Cerigo.

Non andiamo proprio lì dove nacque Afrodite. E non andiamo neppure nella vicina isola dell’uovo, così tonda da sembrare un muffin, patria di centinaia di gabbiani e dove c’è una grotta profonda abitata dalle foche monache. Sugli scogli vicini si racconta che spesso si vedono intere famiglie di foche che riposano, chiacchierano e nuotano a zonzo per far passare la giornata.

Non sentiremo neppure il canto dei galli di Cerigo. Quello raccontato da Patrick Fermor nel suo Mani. Un canto così ardito che nelle giornate di bonaccia raggiunge spavaldo capo Matapan, punta estrema del basso Mani. Sì, sbagliamo. Ma bisogna andare avanti.

Nonostante la mia apprensione doppiamo capo Malea con poco vento e poco mare. Perfetto per gli ansiosi.

Dall’alto ci guardava il monastero abbarbicato sull’ultimo sperone di roccia. Lamartine, quando nell’800 doppiò Capo Malea in condizioni molto meno placide, scrisse di aver visto un monaco con le lunghe vesti che, al loro passaggio periglioso, si inginocchiò per pregare e chiedere a Dio la benedizione di un passaggio indenne dai naufragi. E lo vide spostarsi per poter seguire con lo sguardo la barca che affrontava le onde impetuose. E lo vide ancora inginocchiarsi e pregare e invocare Dio.

Poi ancora una volta e un’altra ancora. Fino a quando il capo non fu doppiato.

Qualcuno prega ancora in quel monastero. Lo si raggiunge solo a piedi, lungo un sentiero a picco sul mare. Ogni tanto guardando questi monasteri greci sulle rocce più inaccessibili ci si domanda se i monaci abbiano le ali.

Poco oltre il convento, ecco il faro di capo Malea. Grande e solitario guardiano dell’Egeo settentrionale. In lontananza, verso nord, spinti dallo scirocco pomeridiano intravvediamo la rocca di Monenvasia.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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