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Una torretta dietro ad una siepe. Che non si tratti di un appostamento di caccia lo si capisce da subito, anche se, in tali ambienti dedicati alla più stanziale forma dell’arte venatoria, c’è sia l’uno che l’altro, come qui, sussiste, appunto, sia una schermatura che un ambiente di avvistamento.

In realtà, che cosa sia questo apparente fortilizio, rivolto alla campagna, è nello svelamento estemporaneo dello sbirciarci dentro, una volta che ci si è approssimati, prendendo confidenza con questo posto, fra i campi di Capodimonte, frazione di Castenedolo, a pochi chilometri dal degradare a mattina di Brescia, lungo l’estendersi del territorio, in una conformazione, rispetto altrove, diversamente inclusiva.

E’ proprio per quel declivio a cui allude anche la denominazione locale, secondo la toponomastica che si esplica pure a segno di una sua caratterizzazione basilare, che un differente piano di quota, bene individuabile all’orizzonte, accompagna l’intero assortimento di questa mole tridimensionale con cui una certa ambientazione, del tutto particolare, esercita, lungo il dolce degradare di un declivio collinare, il proprio dispiegamento ad effetto concettuale.

Il concetto implicito pare sia nel simbolismo prospettico, diluito nel respiro di un grande giardino, attraversato da gradevoli ed ombreggiati camminamenti, predisposti in corridoi periferici, mediante la guarnizione dei concomitanti elementi ivi presenti, per effondere richiami differenti ai significati che vi possono risultare corrispondenti.

Il gioco di prospettiva, tipico di questa antica villa patrizia che è stata voluta, in questo modo, dalla famiglia dei Longhena, sale e scende, a seconda di come si guardi l’insieme architettonico che le compete, mediante un complesso di massima che è originario della seconda metà del Settecento.

Sempre ed in ogni caso, sono sei, i gradini esterni della costruzione, posta all’altra estremità della dimora gentilizia, con l’apertura maggiore al centro, fra i tre passaggi, smussati ad arco, con i quali è ripartita.

Quasi fosse a sembiante della peculiare manifestazione di un arco di trionfo, situato a vertice volumetrico di un circoscritto ambiente isolato, tale struttura appare contrapposta al resto dell’insediamento, presentandosi, cioè, come una sorta di bilanciamento, effettuato in linea diretta con la villa stessa che è più in basso, nei confronti di ciò che, dallo stesso edificio nobiliare si eleva, in una percentuale di maggior altezza.

Tale edificio, attraversato dalle prescrizioni stilistiche di un’armonia contraddistinguente i corposi spazi attigui che risultano a sfoggio di una disponibilità d’agio coincidente, appare sul piano di battuta della strada dove si esplica l’abitato prospiciente, mentre questa struttura dalle tre arcate, anche chiamata castello o castelletto, è stata realizzata a mero artificio di simmetria, perché ne derivi, a corredo, la funzione di un limite affidatole, trovandosi nella parte sopraelevata della collina stessa.

A svilupparne capillarmente l’accennato dislivello, intercorrente sul dorso collinare ed ulteriormente risaltato da una inclusa torretta incorniciata da uno sfondo virente, è un lungo irraggiamento di siepe, piantata a carpino, a demarcazione dei lati, a modo di rettangolo, di questa estesa superficie a cielo aperto dove, al centro, si pone una statua bipartita di putti festanti, svettante sopra ciò che sembra l’area quadrangolare di una fontana, a presidio di una costruzione, a nicchia laterale, dove, invece, si distingue, o meglio, si intravede, a distanza, una non meglio altra identificata statua, simil simile ad un idolo classicheggiante.

Nel considerare questo generoso distendersi di vegetazione, volutamente eretta a muro separatore, non si può che percepirne l’essenza di una sua destinazione, strumentalmente intesa secondo quella compenetrazione dove la natura concorre a disciplinare complessivamente un’impronta umana, attraverso i disegni esoterici di una composita rappresentazione.

Quella rappresentazione che si avvale dei rettilinei labirintici di arbusti messi in ordinata schiera, ed in molteplice fila parallela, entro i quali si snodano, in ampi spazi di raccordo, contestualmente prospettati in un unitario consesso, i bianchi manufatti superstiti che, non a caso, sono collocati nella fattispecie di simulacri inerti, perché ne consegua un effetto trasversale, fra parti diverse, che assurgono, tra il creato e l’increato, a condensarne, insieme, una comune e riuscita orditura dalle associate componenti.

Da tutto intorno giunge l’eco dell’attività rurale, con i muggiti dalle stalle che sono significativi di una cura anche allevatoriale, mentre il nome della località, potendo andare lontano, addirittura coincide con quello di una reggia partenopea, pari località, ovvero anch’essa Capodimonte, ma, appunto, a Napoli, in un sigillo ugualmente aristocratico, da non confondersi, però, con quello meno sfarzoso bresciano dove, nel territorio di Castenedolo, appare un nesso di omonimia ed anche di attinenza con ciò che si instrada nei pressi del Vesuvio, per via di ciò che, nell’Enciclopedia Bresciana, per le edizioni “La Voce del Popolo”, è scritto in proposito: “(…) La villa è definita da Perogalli e Sandri “uno degli esempi più felici delle ville del Settecento bresciano”. L’integrazione fra natura ed organismo architettonico è completa. Superbo il viale con galleria continua (un tempo vi dovevano essere molte statue di cui rimasero i basamenti) che sta alle spalle della villa. Il giardino rivela delle tracce geometriche in cui si inseriscono elementi scultorei e la cancellata: il tutto secondo schemi di prospettiva, secondo un gusto scenografico. La villa vera e propria si presenta inserita in una “U” di cui costituisce il corpo centrale nel quale si inseriscono sia le ali che due corpi di fabbricati agricoli che formano un altro cortile diviso da un giardino “a canocchiale”. Molto bella architettonicamente, la villa nella parte finita, per l’elegante schema geometrico, per l’immediatezza di gusto, la simmetria tra esterno e interno (…)”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.