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Si abbinano fra loro, alla periferia di Verona, nei pressi dell’area dismessa del mercato ortofrutticolo, poco distante dall’importante polo fieristico.

Qui dove, in un immenso stabile, convergono vari recapiti, afferenti le più disparate sedi, proprie di altrettante istituzioni, si ergono all’esterno dell’ambiente, vocato all’Ordine degli Ingegneri di Verona e Provincia, due enormi sculture a foggia di sacchetto.

Rovesciati, rispetto alla usuale apertura che ne rappresenta, invece, la base, tali involucri, realizzati a manufatti rigonfi, si esplicano nel loro assetto perpendicolare, secondo l’effetto che ne evoca la calzante foggia di un diafano cappuccio.

Simili nei particolari, se non fosse che uno si presta ad esprimere un solo foro, verosimilmente appropriato per un volto celato con, al centro, un occhio solo, mentre l’altro ha, invece, un paio di aperture calzanti con il consueto appaiamento visivo, incavato in quel duplice spettro oculare che attiene ad un comune profilo.

La doppia scultura del noto artista Fabio Viale attraversa questa evocativa spersonalizzazione per la quale si può ritenere allusiva l’azione plastica del suo lavoro, secondo i canoni metaforici di una trattazione propria della figura umana, sottintendendola alle prese con una riflessione circa una condizione compromessa dall’incombente infingimento che ne nasconde la rivelazione.

Il cappuccio, per antonomasia, è emblema di quel nascondimento che, nell’uniformare a tale parco mezzo di copertura, ogni testa, nell’apparenza di una egual forma e misura, al tempo stesso, richiama al fascino suggestivo del mistero, circa lo spontaneo interrogativo relativo al perché del gravare di questa protezione, intervenuta a precludere la naturale apertura, rispetto al contatto intercorrente con il mondo, in una manifesta connotazione fisica, scolpita da madre natura.

Il vincolo identitario dei connotati facciali pare insacchettato, nella proporzione espressiva di questi manufatti, mediante l’ingiuntiva costrizione di due simulacri, essenziali, ermetici ed imponderabili, sui quali lo sguardo di chi li osserva scivola via, scorrendone i rilievi dei particolari, assestandosi nella compiutezza di una robusta estrinsecazione artistica tradotta nella proposta della resa visiva di un oggetto, a tutta evidenza, assurto a mezzo atto ad implicitamente veicolare le varie sfaccettature di quella possibile riflessione che va ad ispirare.

Definiti, per il tramite di targhetta posizionata in loco, con l’accezione sostanziale di “marmo – bianco altissimo”, nella storica correlazione del “Primo Premio Fondazione Henraux 2012”, questi due lavori competono l’uno all’altro, nella interessante misura esemplificativa di una condivisa prospettiva di ravvicinata ambientazione, contraddistinguendo questa circoscritta porzione pubblica cittadina entro l’alveo curioso di una surreale prossimità, concentrata in una virulenza impattante di rappresentazione effettiva.

 

Attorno ai loro volumi si intersecano le più disparate vie di frequentazione del luogo dove tali sculture si trovano bene posizionate, con tanto di elegante piedistallo, che vanno, ad esempio, dal recapito del “CVM Children’s Museum” che richiama tanti fanciulli e genitori in erba, all’Ance Verona Costruttori Edili, per arrivare a sfiorare pure i passi di chi vuol raggiungere la locale sede dell’Archivio di Stato e del caratteristico “Musa.Lab Museo Archivio Laboratorio Franca Rame Dario Fo”.

Con tante opportunità che, ad una certa ora giornaliera, chiudono i battenti, confondendosi nella dispersione del silenzio subentrante della sera, queste opere seguitano a svelarsi nel loro rinnovato comporsi ad ogni momento della luce passeggera che le definisce contestualmente sia in una circostante assenza notturna che nella convulsa compresenza della normale distrazione diurna.

In questo senso, questi due manufatti paiono appelli ad una robusta demarcazione di sintesi circa il ribadire lo spaesamento indotto oltre l’apparenza di quanto un’attenzione renitente a farsi assorbire da una data sollecitazione, può compenetrarsi nei rispettivi vissuti che, a tali voluminose opere concettuali, riconducono un frammento di estemporanea condivisione, quali simboli di un’altra dimensione, percepibili nella cifra surreale di un identitario richiamo ad un senso di svelata riappropriazione.