Carducci velatamente intriso di vino. La poetica carducciana irrorata dal nettare dell’uva, per via di quei suoi metaforici tralci compositivi, intrecciati in quella serie di espliciti accenni evocativi che, delle libazioni, somministrano immagini compromesse con quanto, pure, si presta a trascendere, una sobria natura, con l’insinuazione del perdersi nell’apparente deriva di una licenziosa misura.

In questo modo, appassionandosi, in belle lettere, all’apporto d’immagine poeticamente ispirato al vino, al netto del risultato, pare ci sia stata, invece, la possibile interpretazione, da altrui adattata nel tacciare questo autore di essersi implicitamente reso emulo della ricerca dell’ebrezza nel bere.

In realtà, come “La Sentinella” del 21 ottobre 1923, fra l’altro, pubblicava “(…) Carducci amò certamente il vino, come lo amò il buon padre Omero che fece di esso un “ristoro olimpico” per tutti i suoi eroi: Carducci colpì col suo verso “la scellerata astemia romantica famiglia”, ma non fu mai uno schiavo del vino e non fu neppure, mai, vero e proprio poeta ditirambico. Cantando il vino, egli non si limitò a cantarne semplicemente la bellezza o il gusto squisito, ma riscaldò sempre la sua poesia al fuoco di qualche sentimento nobile e generoso, per cui il vino, in tutta la lirica carducciana, non fu altro che un mezzo di cui si servì il poeta per compiere il suo alto apostolato di educazione civile (…)”.

Questa considerazione, espressa su Giosuè Carducci (1835 – 1907), si sviluppava nel contesto di un più diffuso ed articolato insieme, via via svelato, di curiosi contenuti espressi su tale asserito nesso menzionato, per cui, nel titolo allusivo che, per lo stesso testo, risultava utilizzato, si profilava, in un dato articolo, l’accostamento di “Carducci e il vino”, trovando l’effetto particolare di una disamina culturale, editorialmente raggiunta tra le pagine di questo giornale.

Allo stesso modo, era messo in evidenza un altro elemento, focalizzato, in pari contesto, mediante l’inoltrarsi nell’analisi vertente su questo illustre esponente della letteratura italiana, per il tramite di un’ulteriore traccia che si accampagnava al ricordare l’evasivo, ed al medesimo tempo, corroborante, ruolo attribuito al vino da parte del medesimo autore, nell’aver egli, fra l’altro, scritto, ad esempio, in “Juvenilia” che “(…) Tenti le noie assidue/ cò vin d’ogni terreno/ e l’irrompente nausea/ freni con l’acre Reno (…)”.

Era questo il caso del riverbero di una esplicita visibilità, emanato da tale componimento, in omaggio al vino della zona romagnola del fiume Reno, analogamente ad una versione altrettanto significativa, anche se più generica, rispetto al tipo di una data e specifica libazione, inneggiando, pure in tale versificare, all’oggetto comune dell’elevarsi di un brindisi concorde, come nel rimarcare “(…) ne’ calici/ fuma, gorgoglia e splendi (…)”.

In questo modo, un prodotto a vari livelli qualitativi d’eccellenza, ma, al medesimo tempo, anche comune, per l’uso diffuso, praticato nella dieta tradizionale che ne esplica il radicato estrinsecarsi in una linea di tenuta tuttora ricorrente, rivelava una quota parte di notorietà anche letteraria, per quel destreggiarsi poetico che, nel suo stesso ambito, si era interpretato in una rielaborazione lirica corrispondente, al punto che, seguitando a scorrere quanto puntualizzato nello scritto, riguardo Carducci “(…) egli celebrò il nostro vino: ma nello stesso tempo ne prescrisse un uso moderato e temperante. Nel 25° carme del “Juvenilia” designò come “candide” le gioie di Bacco e più oltre, alludendo alle Muse, scrisse testualmente: – Nè san le dive offendersi del temperato bere – (…). Nella lirica carducciana, pertanto, il vino ha il posto che si conviene alla mensa di un uomo che sa regolare e dominare se stesso (…)”.

Più nello specifico, in una vaga patina biografica meglio confacente ad un possibile interesse calibrato attorno ad una indiscrezione inerente la figura di questo accademico, fra l’altro, qualificatosi al trentatreesimo grado della libera muratoria, al pari di altro poeta, nella fattispecie di Giovanni Pascoli (1855 – 1912), per la coincidente misura di essere anch’egli analogamente inziato a tale aggregazione esoterica, il contributo bresciano, riguardo la peculiare trattazione accennata, andava poi a precisare, riconducendosi al libro di Sebastiano Sani dal titolo “Bologna di ieri”, che, in tale pubblicazione “(…) sono delineate, con rilievi efficaci, belle e care figure di artisti e di poeti, il cui nome appartiene alla storia, che convenivano nelle ore piccine al “Caffè de Cacciatori” e non se ne allontanavano se non dopo essersi indugiate, ancora qualche volta, a bere ed a discorrere. Tra costoro, non mancavano quasi mai Severino Ferrari, il Pascoli ed il Carducci, il quale, ultimo, aveva già fatto una sosta non breve, nel suo solito locale, con gli amici abituali, tutt’altro che astemi (…)”.

L’indulgere, a tali licenze conviviali, pare vada a sancire alcuni aspetti di una visione aperta su un punto d’approdo stilistico, rispetto a tutto un discettare nel merito, attorno al magma compositivo carducciano, grazie a quanto esplicitamente avocato nella citazione espressa, poi, a sintesi del ruolo cerimoniale del vino, per un connubio letterario convinto, nel simbolismo strumentale, associato a tale bevanda, secondo un versificare scolpito, in un empito carismatico ben distinto: “(…) La libertà – non la licenza – la libertà che è una forma di saggezza, intesa sotto tutte le forme, specialmente sotto quella politica, ecco il tema dominante di tutti i brindisi del Carducci. Ricordo, per tutte, la lirica “A una bottiglia di Valtellina” del 1848: “Rezia, salute! Di padri liberi/ figlia ed a nuove glorie più libera! (…)”.