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Il Carnevale, secondo le indicazioni sottoscritte dall’allora questore di Brescia.
Lontani gli anni, circa un secolo prima, quando il primo prefetto di Brescia, organizzava ricevimenti danzanti in Prefettura, proprio a ridosso del Carnevale, in una ricorrenza pure istituzionalmente utile alle pubbliche relazioni, poste a margine di un’amministrazione che, con l’avvento dello Stato Sabaudo, si andava via via ad affermare, nell’avvicendamento unitario di un subentrato assetto statale.

Si ha, a tal proposito, da “La Sentinella Bresciana” del 14 gennaio 1862, nel merito della testualmente riferita: “Cronaca della città. Iersera le sale della Prefettura si schiudevano al primo dei trattenimenti serali ai quali il sig. Barone Natoli invitò l’eletta della nostra popolazione tutti i lunedì del corrente carnevale. Numeroso fu il concorso; vivace il convegno che venne acquistando maggior brio nelle danze che vi si intrecciarono. Il Barone Natoli con quella cortesia di modi, con quella cordialità di eloquio, con quel carattere dignitosamente assegnato, ma fraternamente espansivo, che tanto lo distinguono, ha saputo imprimere alla riunione la fisionomia di una vera adunanza di famiglia, alla viemmeglio a stringere i legami fra il Paese ed il governo da lui sì degnamente rappresentato fra noi”.

Da questa figura di prefetto, a quella del questore, lungo il catapultarsi del tempo nei primi anni del Secondo dopoguerra, è ancora la stampa locale ad intercettare il riproporsi del Carnevale, fra le informazioni ritenute rimarchevoli in quei giorni, rilevate, in questo caso, dal settimanale “La Voce del Popolo” del 27 gennaio 1951, dalla quale emergevano i contorni della ricorrenza festaiola, come testimoniati nel sollecito paradigma delle prescrizioni alle quali tale evento si rapportava.

Le disposizioni di Polizia si ispiravano alla base normativa inerente la pubblica sicurezza, con le istruzioni attuative ministeriali dell’epoca, tra le quali, come era ingiunto dalla Questura bresciana, si aveva che “in occasione dell’attuale periodo di Carnevale è assolutamente vietato comparire mascherati in luoghi e locali pubblici, fatta eccezione per i teatri e i circoli privati, dove tengasi veglioni o trattenimenti carnevaleschi e purché venga fatto uso della maschera soltanto dopo l’ingresso in detti locali”.

Tale pronunciamento era divulgato nella formale versione originaria di un’ordinanza che ne avvallava la portata, unitamente ad altri accorgimenti prescrittivi che ne facevano discendere gli effetti, anche in ciò che poteva derivare dal prendere, fra l’altro, atto che “Sono, in ogni caso, proibite le mascherate ed i travestimenti che, con le loro manifestazioni allusive, possono recare offesa alla moralità, alla religione ed alle istituzioni dello Stato o comunque dar luogo ad incidenti ed a turbamento dell’ordine pubblico”.

In riferimento a quest’ultimo aspetto, in analogia con l’impostazione complessiva di quanto era da applicare nel modo di vivere pubblicamente il Carnevale, ci si era pure prodigati di stabilire che “le mascherate collettive ed allegoriche dovranno essere preventivamente autorizzate da quest’Ufficio, al quale dovranno essere presentati i relativi progetti, nonché gli elenchi nominativi delle persone partecipanti alle mascherate stesse”.

In un orizzonte in cui era anche in auge il vietare esplicitamente che, durante la festa, ci si prendesse la “libertà” di imbrattare, accendere fuochi o recare pure un qualche fastidio alla gente, oltre alla proibizione di portare con sé armi od oggetti potenzialmente offensivi, il Carnevale, come inteso in quell’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, si avviava a scivolare in quel tratto della propria tradizione, contesa fra un prima ed un dopo, nel corso della quale, altre tracce, correlate al volgersi effettivamente a reiterata manifestazione, sarebbero ancora naturalmente affiorate, anche in una sorta di sua ulteriore caratterizzazione.

Ancora le forze dell’ordine, ad avere un ruolo rispetto all’estemporaneo strutturarsi in società di tale ricorrenza, come sottolineato dall’edizione del “Giornale di Brescia” del 23 febbraio 1955, dove, insieme, naturalmente, ad altri particolari, ci si era presa la briga di scrivere: “Uno speciale elogio meritano i componenti il servizio d’ordine – vigili urbani, carabinieri e agenti della Questura – che hanno fatto sì che la manifestazione avesse luogo senza alcun incidente”.

L’evento, come affermava il cronista nell’articolo pubblicato senza firma su tale quotidiano, era stato organizzato “sul verde non ancora smeraldino dei Giardini di Canton Mombello; da lassù, il corteo dei carri ha fatto il giro della città, sino a concludersi dall’altra parte del Castello. Nove erano i carri partecipanti ed il lavoro della giuria – si trattava di assegnare il famoso asinello – non è stato facile”.

Al netto di una rilevata massiccia partecipazione, con tanto di “manate di coriandoli”, sparse al vento ed addosso alla gente, e pure tra l’imbiancarsi giocoso di getti di borotalco, tra i partecipanti e gli spettatori alla sfilata in questione, il giornale bresciano resocontava, al proprio territorio, quanti si erano distinti in gruppo nelle attrattive di quella recente giornata di fine inverno, dove, già si era pensato all’imminente primavera, tanto da ispirarsi a questa amena stagione di ripresa, per l’allestimento e l’abbellimento di uno dei carri del Carnevale, esibitisi tra le strade cittadine: “la giuria ha assegnato i premi secondo questo ordine: l’asinello del Carnevale all’oratorio di san Nazaro, per il carro “disco volante” e per il punteggio precedentemente ottenuto al “Festival delle maschere”; il “Trofeo del Carnevale” ai Salesiani, per il loro “Diavolo”, notevole per imponenza ed effetti; la coppa “ENAL” alla Pavoniana, per la sua “Mille Miglia” di cui è stato giustamente apprezzato il motivo bresciano; a Pisogne ed alla Parrocchia del “Sacro Cuore”, rispettivamente le coppe “Federazione Leone XIII” e “G.I.A.C” (Gioventù Italiana d’Azione Cattolica).”.