Destinatario della capillare relazione, redatta in un rapporto ufficiale improntato su un’indagine a carattere socioculturale, era Napoleone Bonaparte, attraverso l’intermediazione del “Consigliere di Stato e Direttore Generale della Pubblica Istruzione, Stampa e Libreria”, conte Giovanni Scopoli (1774 – 1854) di Verona, referente istituzionale del progetto ispirato all’intento di procedere a mappare le zone dove l’aquila napoleonica aveva dispiegato il proprio incombere, prima con l’istituzione della Repubblica Cisalpina, in seguito evolutasi in quella italiana, e poi nella forma dell’allora vigente Regno d’Italia.

Era il 1811 ed a Brescia, per conto del “Dipartimento del Mella”, il poeta bresciano Cesare Arici (1782 – 1836) redigeva un apposito studio sulla realtà locale che pare, nel corso del tempo, avere ulteriormente acquisito lo spessore qualitativo di uno storico memoriale, relativo a tutto un ampio spettro territoriale, descritto in quella epoca dove la sua analisi, diretta ed ordinata secondo un proprio criterio personale, si prodigava nel fornire un composito materiale, sviluppato nel testo descrittivo di un articolato documento sostanziale.

Il “Dipartimento del Mella” traeva il proprio nome dal fiume geograficamente proteso in una vaga bisettrice, tracciata nella sua proiezione torrentizia che, nel territorio bresciano, ne contraddistingue tuttora la persistenza, in una connotativa posizione apportatrice di un’impronta naturale espressa nella fascia centrale di tutta la sua area di percorrenza, riscontrabile in una lunga incidenza fluviale che, attigua all’estensione della stessa, si traduce in una caratteristica definizione, tipicamente rivelatrice di una provincia di pertinenza.

NapoleoneIn questo nesso di ravvisata territorialità, le caratteristiche, in quel tempo, evidenziate dall’allora “professore del Liceo di Brescia”, Cesare Arici, andavano a proporzionare anche alcune curiosità che, ad esempio, si deducono dalla lettura di quella parte del documento da cui emerge, fra l’altro, la segnalazione che, riguardo la Valtrompia, “ò sentito raccontarmi da parecchi di certe miracolose apparizioni di spiriti e di cattivi geni che alcuna volta sturbano i lavori nella miniera e fanno tristi burle. Questi spiriti (che altro non sono che le “muffette” o vaporose esalazioni, o gli scrolli fortuiti della cave) mi furono dipinti per tanti spettri con larghissimi cappelli neri rabbassati, con lunga barba, nebbiosi e bagnati la faccia e con grandi lanternoni chiusi sotto il tabarro, i quali, errando sotterra, attossicano cò loro fiati i lavoratori, conducono in fallo le ricerche dei filoni e franando, alcuna volta, le arcate della miniera seppelliscon vivi i lavoratori”.

In riferimento, ancora, a certe credenze popolari che, per tale resoconto, erano state raccolte dalle tradizioni bresciane, per rappresentarne la ricorrente incidenza di certe diffuse ed invalse manifestazioni, l’estensore del documento non mancava di rilevare che, nella zona della pianura, “si crede ai malefici e si darebbe per morto quel bambino nella cui culla si trovassero ciocche di capegli raggruppati, ossa abbrustolite o altro. E quando fa sole e piove nello stesso tempo, il melume attossica l’erbe, si dice che allora le streghe si acconciano i capegli ed escano a malvage opere; e tengono che i nati la vigilia di Natale non sieno dopo morti soggetti a putrefazione. Il cattivo nutrimento, di sorgo turco per lo più, l’aria umida li rende soggetti a febbri periodiche che, persistendo, disfano i corpi conducendoli alle idropi, all’ossite, all’itterizia malinconica, a tutte le malattie del fegato. Trovando, essi, la febbre ribelle ad ogni rimedio, si argomentano di disfarsene con mezzi soprannaturali e si cingono ai polsi smanigli di querce e legando gli alberi con certi vimini, dicono legarvi anche la febbre”.

Tra le ricercate guarigioni e la pietà verso i defunti, la tradizione pare suscitasse una serie di accorgimenti indotti dal profilo scaramantico di una scrupolosa soggezione verso il grande incognito del trascendente, stemperato in quella arcana dimensione ultraterrena che, attraverso una praticata religiosità, era posta in relazione con la viva realtà contingente: “Intendono di guarire i fanciulli rattratti dalla rachidite (presentando appunto questa malattia ai superstiziosi i caratteri di un maleficio) col farli passare e ripassare il sabbato santo a traverso le carreggiature che mettono ai cimiteri. Sono in particolar modo osservatori dei loro morti; e il giorno in cui ne ricorre la memoria, si levano di notte per assistere ai divini uffici, e portano alla chiesa i prodotti della terra perchè il parroco provvegga alla continuazione dè sacrifici”.

Da questa manifestazione collettiva, osservata nella comunitarietà di una puntuale ricorrenza votiva, è raro che, nel resoconto in questione, traspaiano esplicite menzioni delle località del territorio da cui ne erano state tratte le informazioni, proponendo una sintesi complessiva delle stesse nell’ambito di una argomentata trattazione globalmente rappresentativa, se non fosse per il caso di Leno che si trova, invece, espressamente citato nel dipanarsi del tema accennato: “Io mi sono trovato più volte presente a queste pratiche religiose nel comune di Leno, dove possiede mio padre, e queste pietose dimostrazioni d’amore verso gli estinti, mi ànno commosso fino alle lagrime. Le donne vestite a lutto, dopo l’essere state alla chiesa, si mettono assieme inginocchiate a pregare per le vie e gli uomini vanno ai campi santi e rivolgono sossopra il terreno che copre le ossa dè loro congiunti e rifanno le croci o tolte o scommesse; e quel giorno donano tutte le famiglie ai poveri minestre e pane di miglio che dicono il ben dei morti”.

Pure oggetto di un successivo e diffuso articolo dedicatole da parte di Franco Riva, tra le pagine dell’edizione del 1959 dei “Commentari dell’Ateneo” di Brescia, l’antica relazione, datata 30 ottobre 1811, contemperava anche i tempi dello sbocciare della vita, precisando, fra altre pittoresche costumanze locali, che “al morire come al nascere, si suonano le campane a festa. La famiglia a cui nasce un bambino, ne dà avviso ai parenti e fra questi si suole scegliere il compare che lo tiene a battesimo. Questi dona alla levatrice, a chi porta il neonato ed alla sagrestia, e getta dè danari fuori dalla chiesa ai ragazzi che li raccolgono. Se povera è la puerpera, si mette fra le fasce del bambino alcuna moneta e le si manda un cestello di pane fatto coll’ova, butirro e zucchero. Fra i cittadini d’ogni condizione si mandavano due uova fresche in bei panerini d’argento, di cristallo o di fiori”.

gnomo delle caverneAnche il periodo del fidanzamento pare trovasse alcune tipiche espressioni per un proprio individuabile pronunciamento, nell’ambito delle abitudini di quel tempo che, in questo campo, esprimevano una serie di specifiche manifestazioni fattibili, di solito, a rivelarsi tali in modo da rappresentare, del matrimonio, un romantico avvento: “Dai giovani si suole “piantar” il maggio, e questo uso consiste nel porre sulla porta delle loro innamorate una pianticella verde e farvi festa intorno, cantando e suonando canzoni e strambotti che alludono all’amore che le portano ed alla speranza di possederle. Se poi le amanti sono sospettate di infedeltà, in iscambio della pianticella verde pongono sulle porte degli spini e frasche inaridate, e fannovi intorno disprezzi e scongiuri di più non amarle”.

All’autorità istituzionale del tempo, il “Dipartimento del Mella” era presentato suddiviso nelle sue maggiori omogeneità geografiche, attraverso le quali poi, da tali caratterizzazioni, scaturivano le conseguenti ed attribuite diramazioni etnografiche, rispettivamente ascritte alla fascia montuosa delle tre valli, alla cintura mediana delle colline ed alla pianura, degradante lungo il verso della corsa dei fiumi irrigui, attraverso le rogge ed i canali, fra i campi cerealicoli ed i boschi attigui, in fitte ambientazioni complanari.

Documentando anche la diffusa abitudine popolare di approntare all’aperto il falò del giovedì di mezza Quaresima e pure l’invalsa tradizione della ricorrenza di Santa Lucia, legata invece al dispensare doni per i fanciulli, in merito alla quale il testo specifica fosse “pia credenza nella buona fede dei ragazzi che quella Santa con un certo suo alato asino celeste, svolazzi quella notte su pei balconi delle case e riempia di doni le scarpe che si trovano esposte di ciambelle, di canditi e di confetti”, il rapporto attribuiva al mondo agreste il fatto che “si à molto riguardo alle fasi lunari da cui traggono sinistri o felici auguri nella seminagione, nella potatura e nei raccolti”.

In ordine alla natura dei luoghi, secondo quanto si è reputato di precisare nello scritto stilato per la sommaria ricerca corrispondente ad una complessiva ricognizione ad essa attinente, appaiono quelle considerazioni che l’analisi ottocentesca sviluppa nella fattispecie delle rispettive e delle mirate localizzazioni, secondo quanto, tra l’altro, pare evincersi nel documento stesso, potendovi pure constatare l’affermazione che “variando nel nostro Dipartimento i costumi, i caratteri e i dialetti, secondo la diversità del suolo, giovi preliminarmente osservare che in tre uguali porzioni si potrebbe dividere il Dipartimento, la prima affatto montuosa, piacevolmente elevata in colline la seconda, la terza piana”.

Una tripartizione che, trasposta, invece, nel medesimo numero, sul piano cromatico dell’arcobaleno, trovava, in questo fenomeno del cielo, una spiegazione popolare che sembra potersi tradurre in una perpetuata concezione riscontrabile nell’azzardo di una suffragata incidenza probabilistica ancora attuale: “Credono che dispiegandosi l’arcobaleno, segni, prevalendo in esso o l’uno o l’altro colore, l’abbondanza o scarsità dell’annata. Se il verde primeggia avrassi molto oglio dagli ulivi e buon fieno; se il rosso prevale, non si troveranno doghe bastevoli per alloggiare il vino; se il giallo, il sorgo turco si darà anco ai polli”.