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Cavriana (Mantova) – C’è un disagio silente e diffuso oggi tra i giovani, un malessere dell’anima che sembra quasi connaturato alla nostra società, luogo astratto dove tutti devono essere qualcuno, dove non c’è spazio per paure, timidezze e diversità. Ciò che importa è divertirsi, stare “bene”, evadere. Il monito da seguire sembra essere il facile raggiungimento di un benessere momentaneo, contro ogni scelta che implichi impegno, sofferenza e fatica. Ed è proprio inseguendo la falsa chimera del divertimento “a portata di mano” che molti giovani cadono nell’incubo delle droghe. A parlarcene è Giovanni Mazzi, responsabile della Casa di Beniamino nata a Cavriana nel 2006, una delle realtà della Fondazione Exodus, la comunità creata da Don Antonio Mazzi e impegnata da oltre venticinque anni nello svolgimento di attività di comunicazione sociale, formazione e promozione di programmi con adolescenti, per la prevenzione e la cura delle dipendenze e delle forme di grave disagio sociale.

“Il più delle volte la molla che spinge all’utilizzo di sostanze stupefacenti è il mero divertimento.” – spiega Giovanni Mazzi – “Non si sceglie di drogarsi, semplicemente capita di farlo. Perché si è in compagnia di un ragazzo più grande che fa uso di quella sostanza, per provare un’esperienza nuova, perché nel gruppo lo fanno tutti. La facile reperibilità, poi, di cui oggi giorno godono le droghe, rende tutto ancora più semplice e fruibile.”.

L’età in cui ci si imbatte nel problema è quello dell’adolescenza, periodo particolarmente critico dello sviluppo. La Casa di Beniamino si concentra proprio su questa delicata fascia d’età: “ noi lavoriamo con ragazzi di età compresa tra i quindici e i venticinque anni,” – prosegue Mazzi –“ sono soggetti che non presentano ancora quella radicata abitudine all’utilizzo delle sostanze, ma hanno già “assaggiato” cosa significhi l’euforia di una pasticca. Tra i giovani che ospita attualmente la nostra struttura ci sono ragazzi e ragazze che si sono avvicinati al mondo delle sostanze stupefacenti per motivi vari: in seguito a gravi situazioni famigliari, come sfogo a causa di abusi subiti in famiglia, o anche per semplice curiosità e desiderio di evasione e svago, come se la droga fosse in grado di creare un mondo migliore dove poter, finalmente, esprimere la propria creatività, la propria personalità”. La droga è, infatti, vista molto spesso proprio come propellente per esprimere il proprio io, per sentirsi vivi, un carburante necessario per far uscire il meglio di sé e, finalmente, sentire di essere vivi. “E’ difficile convincere un ragazzo, che finalmente ha provato tutte queste belle sensazioni, che la droga è un male, che è dannosa alla salute: sarebbe come negare l’evidenza!” – ammette Mazzi – “Per questo, quando mi trovo per la prima volta di fronte a ragazzi con questa problematica, non nego che la droga fa star bene. Ma non fa bene. Questa è la grande illusione. E non si tratta certo di una scoperta del ventunesimo secolo. Fin dall’antichità l’uomo ha fatto uso di sostanze stupefacenti per uscire da sé, evadere dalla prigione del proprio corpo così limitato, fragile e minacciato. Le motivazioni che spingevano gli uomini a ricorrere a queste droghe primitive erano le stesse motivazioni di oggi: la paura, l’incapacità di sopportare il peso di una vita insicura, l’illusione di essere onnipotenti, il desiderio di acuire i propri sensi, il desiderio della festa come stordimento ed eccitazione in grado di rompere la responsabilità della vita di tutti i giorni, l’evasione”.

La “storia” della droga affonda nel passato per millenni. Nel 5000 a.c. i Sumeri usavano l’oppio associandolo a celebrazioni religiose, nelle tombe dei faraoni d’Egitto sono stati trovati unguenti contenenti morfina. Omero stesso parla di un farmaco, il nepenthes, una sostanza oppiacea somministrata ad Elena da Telemaco. Probabilmente il dolce fiore di Loto è il papavero sonnifero, e il succo “esiziale” della maga Circe era uno stupefacente, forse derivato da una pianta allucinogena. Anche Marco Polo ci parla, nel suo Milione, dell’uso della canapa indiana da parte della setta di Assassini (da cui il nome di hashish). Nonostante l’incredibile progresso tecnologico e civile dell’umanità, oggi la situazione non è molto cambiata, l’uomo è da sempre alla disperata ricerca della felicità, dell’appagamento, e ha trovato sulla strada delle sostanze che sembrano offrire una scorciatoia alla fatica e all’impegno quotidiano.

“Quando parlo con i giovani” – prosegue – “cerco di mettermi nei loro panni e comprendere come si sentono quando usano droghe. Il passo difficile e, poi, convincerli che le stesse emozioni, la stessa gioia e le stesse sensazioni si possono provare, con ancor più soddisfazione, senza l’uso di droghe e sostanze allucinogene. Scoprire, ogni giorno, come questo sia possibile, partendo dalle cose semplici, dal lavoro, da una passeggiata a cavallo, dalla condivisione e dello stare insieme in armonia è la missione del lavoro che svolgiamo nella casa di Beniamino che diventa, così, la nuova famiglia dove i giovani possono ritrovare serenità e forza”. Il nome stesso della fondazione si rifà al concetto del nucleo familiare e deriva dal racconto biblico sui dodici fratelli di Israele. Beniamino era il fratello più piccolo e il più indifeso, ma proprio grazie a lui fu ritrovata l’unità dell’intera casata. Il senso della Casa di Beniamino vuole essere lo stesso. Attorno al fratello debole, il ragazzo tossicodipendente o disagiato, si riunisce l’intera società per ritrovare quel calore tipico della famiglia unita.

Mentre passeggiamo nel giardino della casa, alcuni ragazzi lucidano dei serramenti, altri raccolgono la sterpaglia, altri ancora sono impegnati nel rassettare e pulire i capannoni adibiti alle varie attività. Riscoprire la quotidianità, il lavoro e il sacrificio è lo strumento per il recupero dei giovani ospiti della struttura: “la giornata dei ragazzi ruota attorno alle diverse attività, per ritrovare i valori dell’impegno e riuscire a trarre la giusta gratificazione da una mansione ben svolta, un lavoro portato a termine interamente con le proprie forze, con il proprio sudore, senza l’aiuto di nient’altro. A coadiuvare ogni tappa riabilitativa, poi, ci sono gli incontri con l’equipe di psichiatri e psicologi che, insieme a noi educatori, aiutano i ragazzi ad interiorizzare il nuovo stile di vita e far si che le nuove esperienze rappresentino il punto di inizio del nuovo cammino riabilitativo, nell’attesa del totale rientro nella società”.

Tra le attività svolte dalla casa di Beniamino, inoltre, grande importanza è data alla campagna preventiva ed informativa contro quella che resta, purtroppo, tra le prime causa di morte giovanile in Italia: gli incidenti sulla strada. Proprio per informare i giovani sui pericoli della strada e sensibilizzarli ad un atteggiamento prudente e rispettoso alla guida, lo scorso 25 settembre si è disputata la partita tra la Nazionale Cantanti e Team Exodus, insieme per la sicurezza stradale e in ricordo di due splendidi angeli come Benedetta e Ornella, mamma e figlia di soli 9 anni strappate alla vita in seguito ad un grave incidente automobilistico che non può trovare giustificazioni, dato che alla guida c’era un tossicodipendente, un camionista risultato positivo al test della cocaina. “Una tremenda voglia di vivere” è stato lo slogan che ha riassunto lo spirito dell’iniziativa. Perché a volte conservare la voglia di vivere sembra quasi impossibile. Come quando, senza alcun motivo, ti trovi a dover continuare a vivere strappato dell’affetto di una madre, di un padre o di un fratello. Per questo la Fondazione Exodus è promotrice- in sinergia con le associazioni e gli enti del territorio- del progetto biennale di prevenzione “Il futuro non è più quello di una volta”, insieme di progetti dedicati alle complesse problematiche del mondo giovanile.

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Laura Simoncelli
Dopo il diploma di liceo scientifico, si laurea all’Univeristà Cattolica di Brescia nel 2004 in Lettere e Filosofia. Collabora con Fondazione Civiltà Bresciana e Bresciaoggi con stesura di articoli sportivi, cronaca e tempo libero. Dal 2004 al 2017 fa parte della redazione di popolis. E’ docente di italiano e storia presso le scuole medie e superiori

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