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Dopo Ecuador, Argentina, Perù e Messico, Cassa Padana lo scorso novembre 2008 è volata in Paraguay. La missione della Bcc di Leno in Paraguay è nata dall’invito delle autorità del Paese a conoscerne la realtà e le istituzioni con l’obiettivo di un eventuale supporto da parte della banca nella rinascita economica e sociale del Paraguay attraverso gli strumenti del credito cooperativo.

Il progetto elaborato da Cassa Padana vuole coinvolgere in primo luogo gli immigrati paraguaiani in Argentina nella costituzione di una loro cassa di credito, nell’ottica della creazione di legami con le cooperative di credito del Paraguay volta alla canalizzazione delle rimesse degli immigrati verso investimenti produttivi.

Paraguay, terra degli indios guaranì, discendenti dei karaì gli immortali, destinati ad una vita nomade dopo che il paradiso dei loro antenati, cresciuto su cinque palme di Pindù, era stato contaminato da un serpente, costringendoli a vagare danzando alla ricerca della “Terra senza Male”.

E’ qui che siamo approdati lo scorso novembre, in un caldo infernale nonostante fosse solo primavera, in una città, Asunción, dove le case sembravano riuscire a stento a guadagnarsi uno spazio vitale tra la vegetazione rigogliosa. Paraguay, paese dell’eterna primavera, condannato a 60 anni di governo di un unico partito, il Partido Colorado, incantesimo rotto solo di recente, nell’aprile 2008, con l’elezione a Presidente della Repubblica di un ex-vescovo, Fernando Lugo.

E’ proprio Lugo che incontriamo da poco arrivati nel cuore geografico dell’America Latina, che ha il triste primato di essere il paese più povero del cono sud e sul quale è a dir poco difficile reperire informazioni.
Il neo-eletto presidente, con i suoi sandali francescani e la camicia bianca di cotone leggero con i ricami ao po’i tipici del dipartimento di Guaira, ci ascolta paziente e ci lascia esporre il nostro progetto: sfruttare la legge argentina di recente approvazione per costituire una cassa di credito cooperativa i cui soci siano gli immigrati paraguaiani nel paese confinante.

Tale progetto avrebbe, tra gli altri, lo scopo di gestire l’enorme flusso di rimesse di ritorno in Paraguay per convogliarle verso investimenti produttivi che permettano agli emigrati di crearsi un futuro in madre patria e quindi un’occasione per ritornarci.

Il progetto è molto ambizioso, ma sappiamo anche che il momento non potrebbe essere più propizio in un Paraguay che mai come adesso ha ansie di rinascita e rinnovamento, che mai come ora sta cercando di scrollarsi di dosso corruzione, clientelismo e l’enorme disuguaglianza che ne hanno caratterizzato la vita politica, economica e sociale degli ultimi sei decenni.

Al Presidente il progetto piace, lo trova calibrato alle esigenze del paese e di un tempismo perfetto nel suo tentativo di liberare il Paraguay dall’isolazionismo degli ultimi anni e di riallacciare alleanze a livello internazionale. Ci aspetta ora una intensa attività di sensibilizzazione degli immigrati paraguaiani in Argentina sui temi del cooperativismo di credito: il CIACC sarà impegnato in questa fase, coadiuvato dalla Pastorale Sociale paraguaiana, già a partire dai primi di dicembre.

Il Paraguay è un paese in cui il cooperativismo è molto sviluppato e le cooperative di risparmio e credito (CAC) sono sopravvissute alla grande crisi finanziaria del 1995, contrariamente a molte banche commerciali. Le CAC vantano oggi quote di mercato molto elevate, pari al 20% dei depositi e il 25% dei prestiti. Di fatto, però, il mercato finanziario è ancora molto piccolo e i livelli di bancarizzazione del paese sono bassi e in linea con il continente sudamericano.

Paraguay, terra dei Gesuiti e delle loro missioni, come quella di Don Aldo Trento, missionario bellunese che ad Asunción ha voluto ricreare una comunità sulla falsa riga delle riduzioni gesuitiche che si sono sviluppate a partire dal XVI secolo nel cuore dell’America Latina.

Don Aldo ha lo sguardo penetrante, quasi a denudarci l’anima, quando ci spiega che ha voluto creare una comunità in cui la vita e la morte si fanno compagnia a vicenda nella scuola per bambini di strada, nell’ospedale per malati terminali di AIDS e cancro, nelle casette che ospitano bimbi abbandonati o malati o che hanno subito violenze, ma anche nella pizzeria della sua “missione”, nella cooperativa di credito visitata anche da Muhammad Yunus o nel caffè letterario dove chi non ne ha le possibilità può scoprire il bello della letteratura e dell’arte in una casetta che ricorda una baita dolomitica.

Tutto è ispirato all’eccellenza del bello, come facevano i Gesuiti nelle loro missioni, e ogni derelitto, emarginato dalla famiglia e dalla comunità di appartenenza per la sua condizione di malato, viene accolto, lavato, pulito, vestito e accompagnato con amore verso la morte come un nuovo Gesù sulla croce.

É con il cuore rotto dalle immagini dei tanti bimbi malati che abbiamo visto nella comunità di Don Aldo che lasciamo questo paese, consapevoli dell’enorme contenuto di umanità e di solidarietà che abbiamo incontrato in questo ritaglio di terra senza mare.

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