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Chi l’ha detto che le “castagne amare” non sono buone? Certo, così come sono, le castagne del cosidetto “Castagno d’India” non sono commestibili, ma un qualche accorgimento, per poterle fare diventare apprezzabili, anche al palato, sembra che risultasse possibile in quella quarta decade di Ottocento, durante la quale, tra le colonne de “Gazzetta Privilegiata Provinciale di Brescia” di domenica primo novembre 1846, si procedeva a scrivere che “Si possono avere castagne d’India buone a mangiarsi, coll’innestare due volte il castagno d’India, cioè innestando il castagno e poi innestando una seconda volta anche i getti venuti dal primo innesto. I frutti che allora darà questo nuovo fusto, saranno di gusto squisito e di meravigliosa grossezza”.

Un accorgimento che, in quella stessa edizione giornalistica, si accompagnava a trattare il frutto dell’albero, conosciuto anche come essenza generatrice del cosidetto “Pane dei Poveri”, divulgando la proposta di una data ricetta, ideata per cercare di conseguire la percezione di un miglior gusto, nello spiegare la “Maniera di cuocere le castagne onde riescano più buone. Monda le castagne del guscio un giorno prima. Gettale nell’acqua bollente, avvertendo che non ne sian sommerse. Lasciavele, tenendo la caldaia al fuoco, finché l’acqua, penetrando nella loro peluja, abbia prodotto un lieve gonfiamento. Ritira, allora, la caldaia al fuoco, e con un legno tramenale rapidamente onde spogliarle della peluja. Poi, rimetti le castagne nella caldaja piena di altra acqua, aggiungendovi un poco di sale. Tosto che abbiano levato alcuni bollori, gettane l’acqua e ricopri la caldaja con un pezzo di tela, sopra cui calcherai il coperchio. Ciò fatto, riponi la caldaja al fuoco, e voltala di tempo in tempo. In tal modo, le castagne finiscono di cuocere ed acquistano un sapore assai migliore che non cotte in qualunque altro modo”.

Qualche giorno prima, il 16 ottobre, era la volta dei marroni, ad occupare un analogo tema, mediante una curiosa indicazione, sviluppata in una correlata contestualizzazione, specificatamente imperniata attorno all’uso dei frutti del castagno, qui intesi nella loro migliore accezione, andando a rappresentare un potenziale anche curativo, nel merito di una data bevanda benefica, asseritamente funzionale a costituire una naturale somministrazione del tutto particolare, nell’assortimento di una facile associazione ritenuta salutare, come “Il Giornale della Provincia di Bergamo” metteva in pagina, pubblicando a proposito di una “Bibita utilissima nelle malattie di consunzione. Prendi otto marroni cotti nell’acqua e sgusciati, falli bollire leggermente in un bicchiare di latte; passa per staccio; alla colatura aggiungi un altro bicchiere di latte, e fa bollire nuovamente; mettivi, in fine, un pezzetto di cannella, ed un poco di zucchero, cola per la seconda volta, e bevi la mistura così bella e calda. Questa bevanda che molto si assomigli al cioccolatte, è indicatissima per le malattie croniche di petto, le consunzioni e gli sputi sangue”.

Ancora, nell’area bergamasca, ma un paio di decenni circa addietro, ai lettori di quell’epoca era stata proposta, dal “Giornale d’indizj della Provincia di Bergamo” del 17 aprile 1828, una ricetta, ispirata ad una più comune versione d’utilizzo della stessa risorsa autunnale, nel quadro, cioè, di una tuttora ricorrente prospettiva di impiego, per la conversione dolciaria di tale genuina prelibatezza, da sempre evocativa del proprio stesso alveo di maturazione stagionale, pubblicando nel merito di “Biscottini di marroni: prendasi un centinaio di marroni, cotti a lesso ed arrosto; si sguscino, si mondino perfettamente; indi si pestino ben bene in un mortajo, aggiungendovi, di tempo in tempo, un po’ di albume d’uovo e, sulla fine, una libbra di zucchero, ovvero, libbre 1 ½ di mele. Si dibattano in una catinella 6 chiare d’uova, e vi stemperi destro la pasta di marroni che poi si versa in forme spalmate di butirro, o sopra della carta piegata a quest’uso. Si mettono poi i biscottini in un forno lievemente riscaldato, indi si accresce il fuoco, e quando sono bene rappigliati si ritirano dal forno: si avverta poi che non si possono cavar della froma che quando sono affatto freddi”.

A queste ricette ottocentesche, si accompagnava la contestuale considerazione del ritenere d’interesse, insieme alle castagne ed ai marroni, anche il tipo di albero che ne sottintendeva la disponibilità, unitamente al riconoscimento di un implicito valore a cui ricondurre certe stime immesse nelle descrizioni di alcuni fondi considerati, anche per il tramite di offerte commerciali emergenti dalle possibili compravendite dove apparivano compromesse, come, ad esempio, enunciava il “Giornale della Provincia Bresciana” del 06 agosto 1827, nel riferire che, nell’Alto Garda bresciano, era, fra l’altro, proposto un appezzamento di area “(…) montiva, castagniva con tre piante di castagne posta in Tignale, in contrada Castegol, considerata solamente la rendita del legname di castagna e i frutti delle castagne (…)”.

Giorni, in quella lontana estate, nei quali, alle amene attrattive dei declivi gardesani, con, fra l’altro, la proposta d’asta di appezzamenti “con il solo diritto di proprietà del solo prodotto dei boschi di castagne, restando il fondo e le legne di proprietà del Comune di Tignale”, a Brescia era, invece, la volta della messa in mostra della “Fiera del Gran Casotto in Piazza Vecchia vicino al Palazzo Municipale”.

Nell’attuale piazza Loggia, pare che ci fosse l’esibizione di animali esotici, elencati, fra volatili, come i pappagalli ed “il Loris Rosso del Brasile”, e, tra i felini, come “un gatto zibeth” e certe bestie feroci, come il leopardo ed il leone, pubblicizzando la dimostrazione degli stessi come sembra fosse promossa da un tal sig. Advinent, nel modo in cui era riferito da parte della medesima fonte giornalistica locale, per mezzo del presentare un “avviso interessante durante la fiera”, quando, in un dato serraglio, previo pagamento, a seconda del tipo di posti, se primi, secondi e terzi, v’era la possibilità di visionare, fra altre attrazioni, i testualmente specificati “tre coccodrilli d’America, due coccodrilli del Brasile, un gran serpente a sonaglio della lunghezza di sette piedi, un serpente orrendo del Brasile lungo 5 piedi, il gran Re dei serpenti (Boa Constrictor) lungo 15 piedi, una grande anakonda del Brasile della lunghezza di 14 piedi, il serpente a diamanti addestrato (Pomporio) lungo dieci piedi (…)”.