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Brescia – C’è un relitto in fondo al lago. Non il solo, ovviamente che, chissà con quanti altri giace sui fondali misteriosi del lago di Garda.

Lungo il tempo incommensurabile della navigazione umana sulle sue acque, il lago ha avocato a sé l’ultimo destino non solo di un numero indefinito di persone, ma anche di natanti e di imbarcazioni di vario genere, oltre che di navi e di velieri, naturalmente di solito proporzionati ai chiusi circuiti di un bacino lacustre, piuttosto che contraddistinti da quelle potenzialità strutturate per la migliore riuscita nella conquista dei sette mari.

Il lago più grande d’Italia, adagiato fra monti e pianure lungo la strada maestra che conduce a settentrione nelle terre tedesche ed a sud, lungo il fiume Mincio, nelle terre padane del sole e delle nebbie, ha rivelato notevoli sorprese d’una bizzarria naturale simile allo scatenato furore dei capricci incontrollati e tempestosi di certe sollevazioni delle onde e dei venti del mare.

E’ il 1938. Il mese è quello dell’invernale febbraio. La porzione in questione del lago, celebrato nel suo insieme dal poeta Catullo, è in prossimità della costa di Moniga sulla sponda bresciana. E’ su quella litoranea che quando l’orizzonte è lindo e terso, nell’essere privo della foschia delle tetre giornate uggiose, consente anche la visione lontana, ma distinta, del promontorio catulliano di Sirmione, con le caratteristiche “grotte” quali sopravvissute architetture attribuite alla residenza dello stesso autore romano, innamorato di Lesbia e del versificare liriche care a cultori classici anche odierni, come l’autorevole scrittore Mario Arduino, già primo cittadino della sua “Sirmio”.

Sul quotidiano “Il Popolo di Brescia” di sabato 19 febbraio 1938, memore delle ascendenze classiche del lago Benaco anche chi ha scritto l’articolo dal titolo “Fortunale sul Garda. Un veliero affondato a largo di Moniga. Drammatico salvataggio di due marinai”. L’autore ne sviluppava infatti la catulliana reminiscenza legata ai luoghi ricorrendo ad un paragone per descrivere i fatti avvenuti: “…sul Garda però il fortunale è stato di una violenza così improvvisa e così fuori dal comune da richiamare le collere marine di cui si parla nei noti versi di Catullo”. Nella pagina dove trova spazio la cronaca del naufragio lo scarno e schematico bollettino meteorologico misurava il polso della situazione a livello locale, con dati e riferimenti delle tradizionali e scientifiche rilevazioni: “Brescia 18 febbraio, ore 18. Pressione atmosferica a 0 gradi mm. 751,8. Nelle 24 ore precedenti temperatura minima centigradi 1,6; temperatura massima centigradi 9,5; stato medio del cielo coperto. Pioggia mm. 89,1”.

Con un simile tempo, mentre al Teatro Grande di Brescia era attesa per l’indomani la prima di “Manon Lescaut” con Magda Oliviero e Alessandro Granda, le condizioni del lago avrebbero fatto grancassa ai già freddi ed avversi parametri rilevati, peggiorandone le manifestazioni in una combinazione d’acqua e di venti mossi a concerto secondo uno spartito di note tempestose ed incontenibili, di impressionante effetto.

Un grosso veliero da trasporto di nome Roma che, insieme ad altra merce, stava portando 250 quintali di cemento da Desenzano a Riva, della desiderata meta trentina non ne avrebbe scorto neanche l’orizzonte, perché il suo destino l’avrebbe invece atteso nell’oscuro abisso del lago dove chissà quanti altri manufatti, legati alla vita d’un tempo, riversano immobili nel comune ed indistinto oblìo di una dimensione parallela e rovesciata, rispetto a quella del cielo da cui la luce del sole ne accarezzava prima l’incedere sullo scalfito pelo dell’acqua spumeggiante.

Protagonisti dei fatti, mossi nella regia della furia degli elementi, hanno lottato per la vita contendendosela con la virulenza disattesa d’un lago ostile, il proprietario del veliero, Giovanni Cattoni di 50 anni ed il suo aiutante Bortolo Cretti di 54 anni.

Riguardo a loro ed al verificarsi della manifestazione d’un lago nero e grosso di paura e di minaccia passata alle vie di fatto, “Il Popolo di Brescia” di sabato 19 febbraio 1938 ne descrive chiaramente gli estremi tra antefatti, sviluppi ed epilogo, di come anche nel Garda i relitti si creano nella singolarità di vicende drammatiche: “Il tempo durante la mattinata li aveva tenuti incerti; verso le dieci il Cattoni, vecchio lupo del Garda come del resto il compagno, si era deciso per la partenza. Dopo un’ora di viaggio si alzava di botto il vento che sul lago viene chiamato Vinezza che corre in direzione est-nord-ovest e viene considerato il più pericoloso della regione. Presi di fianco i malcapitati cercavano di appoggiare, manovrando verso il porto di Moniga, ma in realtà essi erano completamente in balia della tempesta”.

La scena non passava inosservata agli abitanti della costa, fra strette borgate ed isolate colline, che anche sulla terraferma potevano considerare quanto il tempo fosse mutato nell’imperversare rovinoso dei suoi capricci fra alberi, acqua, cose e persone investite da quei rovesci meteorologici di tale entità da riscontrarsi pure in altre zone della provincia bresciana, accompagnandosi ad uno strascico di danni e di incidenti.

A questi testimoni attoniti è capitato di vedere, tra i sussulti del lago irato, “il veliero capovolgersi e scomparire in un gorgo di schiuma”, ma al tempo stesso la concitazione dei mulinelli ventosi e delle onde impazzite permetteva di fare loro intravedere che la vita ancora cercava di farsi valere su tutto quell’insieme scatenato e già impossessatosi di quella maggior mole sulla quale si era abbattuto come principale ed inevitabile bersaglio.

Due persone, minuscole creature, davanti a quel tutto che parlava di fine ultima nell’apocalittica catastrofe dove solo interminabili minuti parevano precederla nel suo verificarsi, annientante in un sommovimento generale ogni cosa, resistevano ai flutti ed alla forza incrociata del vento: “Intuendo il pericolo mortale, i due marinai erano stati pronti però a gettare in acqua una barchetta di fortuna e adoperando energicamente un remo riuscirono ad evitare di essere attratti dal vortice che il Roma creava inabissandosi con tutto il suo carico”.

Il lago, tuttavia, non pareva benevolo in un accondiscendente favore pietoso e la barca dei naufraghi restava al largo, rischiando a sua volta di sparire analogamente al veliero. Anche gli eroici tentativi di alcuni coraggiosi pescatori che, con i loro piccoli natanti, cercavano di raggiungere la barca non erano valsi a lasciare per il salvataggio la riva, in quanto un muro vigoroso e molteplice di onde li ricacciava indietro. Ma un raggio di sole, ancor prima che bucasse la coltre di nuvole e tacitasse il vento, entra in azione “nella città degli uomini”: “Il milite Enrico Magni, reduce dell’Africa Orientale – un gagliardo contadino di 27 anni di Moniga – convintosi che le barche non giovavano allo scopo si muniva di una corda e si gettava in acqua vestito com’era. Il suo gesto pareva temerario e veniva seguito con apprensione dalla folla dei presenti. Ma il giovane superava, nuotando energicamente, la distanza che lo separava dal Cattoni e dal compagno, lanciava loro la corda e unendo i suoi sforzi ai loro, riusciva a trarli a riva in salvo, tra l’ammirazione degli accorsi”.

L’atto valoroso del veterano della guerra africana per la conquista dell’Abissinia, aveva in quelle gelide acque del febbraio benacense salvato due vite, conservando ancora oggi la perenne efficacia d’una testimonianza umana di fattiva e di insuperabile solidarietà fraterna che non pone limiti al rischiare la propria, per l’altrui esistenza.

Esistenza che, per quanto riguardava il proprietario del veliero affondato, conservava il grigiore di una triste amarezza per aver perduto la preziosa imbarcazione, senza essere assicurato, come ne informava l’articolo sul quotidiano che, contestualmente, spiegava quanto lui non fosse nuovo a tale esperienza, avendo già fatto un naufragio nei pressi di Sirmione un paio d’anni prima.

In quella occasione, nella disgrazia era perito anche il timoniere, mentre lui, dopo otto ore allo sbando tra le onde lacustri, attaccato alla vita stringendo un’asse di legno, era stato raccolto in prossimità delle rive sottostanti le “Grotte di Catullo”. Qui ignari turisti contemplano tuttora il dolce respiro dell’età classica emanante dagli ulivi mediterranei e dalle mute spoglie archeologiche, mentre in fondo al lago, sotto il ridente orizzonte, il timone di relitti segna correnti tacite e segrete di avvenute tempeste, confuse anche con le lacrime di chi “cominciato il mestiere di barcaiolo a nove anni e dopo quarant’un anni di lavoro” si era visto, per l’accanirsi della sorte, ridotto alla miseria in quel naufragato febbraio del 1938.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.