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C’è chi la maschera, la porta solo a carnevale e chi non la toglie mai. La storia delle maschere ha origini molto lontane. Sin dal paleolitico superiore l’uomo utilizzava maschere rituali durante riti tribali, magici e religiosi, per permettere a stregoni e sciamani di contrastare gli spiriti maligni.

Ancora oggi in Africa e in Oceania esistono tribù che utilizzano maschere propiziatorie. I Dogon del Mali ritengono che ogni volta che un uomo muoia, il suo spirito vada a vivere in una maschera della sua famiglia o del suo villaggio.

Nell’antica Grecia, grazie alle maschere un attore poteva sostenere diverse parti; per esempio parti femminili, dato che alle donne non era permesso recitare nei teatri. Durante il Carnevale medievale l’uso del travestimento permetteva di abbattere le barriere sociali della ricchezza e del rango: in questo periodo dell’anno il ricco, mascherato da povero, poteva permettersi certi comportamenti non concessigli nella vita quotidiana ed il povero, travestito naturalmente da ricco, poteva accedere a luoghi di solito proibiti ed avvicinare persone inaccessibili.

E’ nel Rinascimento e nella Commedia dell’Arte dove la maschera conquista gli onori del teatro e si fissa in alcuni tipi che ancora oggi determinano i principali caratteri e personaggi del vario e multiforme mondo delle maschere italiane. Servi, Vecchi, Innamorati e Capitani sono i quattro tipi fissi a cui ritornano tutte le maschere che ancora oggi conosciamo: Brighella e Arlecchino, Pantalone e Balanzone, Colombina e Rosaura.

Ma quali sono le maschere delle città e dei paesi che ruotano attorno a Popolis? Pochi Bresciani conoscono ormai i due personaggi della tradizione,  Cecchino e Canappio. Vivono ora solo nei teatri dei burattini. Cecchino è un classico mediatore della Bassa bresciana, sa amministrarsi astutamente, trovando la soluzione che, in ogni caso, vada a vantaggio di tutti beffando, eventualmente, proprio chi avrebbe voluto il danno degli altri.

Canappio, così detto per il naso di notevoli dimensioni, tradisce le origini bresciane e, più precisamente, longobarde, visto che “canappa” nella lingua di questo popolo, significava “naso grosso”. Popolano semplice, ma d’indole buona, si lancia con entusiasmo nelle avventure più diverse, cercando di aiutare chi gli chiede aiuto e riuscendovi sempre pur se in modo goffo e pasticcione.

Da Brescia a Castel Goffredo, nel mantovano, il passo è breve, la lunghezza di una stella filante. Qui, Carnevale, s’innesta nella tradizione lombardo-veneta, che ha per protagonista la figura di Re Gnocco. Dal 1872, per tre giorni il signore della cittadina è il corpulento sovrano carnevalesco, che è incoronato secondo la linea veronese dell’usanza, il Venerdì Grasso, l’ultimo venerdì di Carnevale. Durante l’incoronazione, il Re pronuncia il discorso burlesco d’investitura, nel quale deride i potenti del luogo. Dopo questo momento, nella piazza avviene la distribuzione di vino e gnocchi al sugo.

Appare curiosa l’attribuzione mantovana di una maschera, quella d’Arlecchino, ritenuta bergamasca. Eppure Arlecchino nacque proprio nel Mantovano, ad opera di un famosissimo attore della Commedia dell’Arte, Tristano Martinelli (1557- 1630), che quando non girovagava per le corti più sfarzose d’Europa (Parigi, Londra, oltre alla sua Mantova), risiedeva tra Castelbelforte e Bigarello.

Dagli anni Novanta il Circolo dei dipendenti comunali di Mantova e altre associazioni ricreative propongono una sfilata carnevalesca nel centro cittadino. Re per un giorno è una figura di fantasia, ispirata ad un frutto acquatico (trapa natans, una castagna che cresce nei laghetti della città, in dialetto mantovano Trigol), attorniata da una corte d’altri strani personaggi tutti d’ambiente virgiliano e lacustre.

Spostandoci sul cremonese una maschera, quasi giovane. In occasione del Carnevale Cremasco del 1955 viene lanciato il concorso per la scelta della tipica maschera cremasca. Vince Paolo Risari, titolare della trattoria degli Angeli in Via Mazzini, detta Curt Granda, con la maschera “dal Gagèt còl sò Uchèt”. Da allora questo personaggio è diventato l’emblema stesso del Carnevale Cremasco e apre ritualmente sempre la sfilata.

I cittadini ironicamente chiamavano “gagi” quei contadini che periodicamente comparivano al mercato con la curbèla e l’oca. Il Gagèt si distingue per l’abito nero, scapat (stretto), solitamente quello di nozze, indossato nelle grandi occasioni. Veste vistose calze e coccarda bianco rossa, i colori della città. In testa porta un cappellaccio, calza zoccoli di legno, fazzoletto al collo, secondo la più stretta tradizione contadina. Un tocco d’eleganza a quest’abbigliamento, indubbiamente fuori luogo, lo danno i guanti bianchi e la gianèta (bastoncino).

La comicità del Gagèt fa leva sul modo circospetto, l’incedere poco disinvolto e il disagio procurato dal sentirsi in città un pesce fuori dell’acqua, perché è abituato al quotidiano della cascina, mondo dove abitualmente vive.

Al Dsèvvod’ (‘L’insipido’) è la maschera ufficiale della città di Parma. Vestita di giubbino a vita con baschetta e pantaloni corti, calze, scarpette e tricorno in testa. Il tutto in giallo e blu, i colori cittadini, a quartieri contrapposti. Impersona l’arguto che dissimula, sotto un’apparente stoltezza, la sua furbizia, lasciandola però trapelare nelle battute salaci.

Per finire voglio ricordare una frase di Oscar Wilde: ”Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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