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Brescia – Nel rivolgersi a tutti, la deflagrante intuizione innescata nella lettura del libro “C’era una volta nella fortezza di Orzinuovi – Il segno di Carlo II, Duca di Savoia e la Sacra Sindone” pare che si presti pure ad essere scoperta attraverso il successivo “pensare che certi fatti storici avrebbero potuto essere rielaborati per diventare racconti per bambini”.

A questa considerazione, espressa fra le circa cinquanta pagine della pubblicazione, si attaglia l’ispirazione situata a premessa di un particolare approccio al concetto insito nella definizione del significato stesso attribuito alla storia da parte dell’autrice, Luisa M. C. Sala, che lo rappresenta con quanto si afferma nel libro, realizzato dalla “Compagnia della Stampa”, in cui uno fra i tre protagonisti “adorava la storia perché si rendeva conto che un tempo la genialità umana era il risultato inoppugnabile della concentrazione e della volontà e fermezza degli uomini in carne ed ossa”.

Adulti e fanciulli hanno, in questo modo, ugualmente parte nella narrazione sviluppata nel testo, accolto dalla stampa per la collana editoriale “I castelli tra storia e leggenda”, in cui contestualmente all’intrigante densità della sognante atmosfera di un dato contesto, astratta in una ricognizione animata da uno stupore fanciullesco, c’è la parte fondante del mondo disincantato di quella dinamica di senso che è invece svezzata dal reale oggettivato in tutto ciò che la storia stessa ha documentato e tramandato in una sua valenza sostanziale.

Sul filo di questa traccia dalle plurime ascendenze, Tonino Zana scrive, fra l’altro, nell’introduzione al libro che, in ordine di tempo, segue, per la medesima apprezzata autrice, altri analoghi lavori letterari dal titolo rispettivamente di “C’era una volta nel Castello di Maclodio” e “C’era una volta nel castello di Pralboino”: “I passi di Maria Luisa camminano sulla vicenda storica, non sono passi per aria, non escludono mai un raccordo con quanto è accaduto. Affinché il sogno si realizzi è indispensabile che poggi su probabili accadimenti. Probabili perché la storia non è certa. La storia è probabile, nel migliore dei casi. In tal senso, la narrazione di Maria Luisa Sala, spesso, è più probabile della questione storica. Comunque più morale per la ragione che illumina le pagine di dolcezza e di profumo umano”.

A questo intreccio di suggestive dimensioni che tralucono i risvolti di molteplici riflessioni, attraverso il trasmutare alchemico di una serie di eventi esaminati dei quali luci ed ombre si manifestano dalle corrispondenti situazioni, la trama del libro sembra armoniosamente fare combaciare il proprio affascinante corso narrante che non manca il bersaglio del carpire le tipicità di un luogo osservato in una sua caratteristica fondante.

Nel caso di Orzinuovi, cittadina a poca distanza dal fiume Oglio che essa stessa include, in parte, nel proprio territorio, la storica attrattiva, presa a peculiare riferimento dall’autrice è, come anche il titolo del libro segnala, la locale fortezza di San Giorgio che tuttora mantiene strutture e fattezze allusive a quanto attiene la sua storia, funzionale all’interessante disanima affrontata nella narrazione proposta che, ancora secondo Tonino Zana, “entra ed esce dal sogno, rilanciando il matrimonio tra reale e irreale, ossigeno e soffocamento, libertà e frustrazione”.

Tutto questo è colto da quanto è fantasiosamente allestito dall’autrice per il proprio articolato racconto in cui è come se fosse spettatrice invisibile di una serata, definita “divertente, spiazzante. Speciale”, nella quale due giovani austriaci in trasferta, di nome Klaus e Katarina, incontrano “nei pressi della piazza principale di Orzinuovi” un tal Riccardo che, nel porsi a guida delle caratteristiche della località, teatro del loro conoscersi, pare porsi pure nel ruolo metaforico di una figura rappresentativa tanto del significato di “viaggio”, quanto di “sfida”, che il libro offre a cardini principali del proprio insieme. Un insieme strutturato in tre capitoli e modellato in modo da esprimere l’itinerario della conoscenza, distribuito nell’accettazione di un confronto aperto ai contenuti di una possibile trasformazione, indotta dal sapere che tale escursione d’indagine sul passato implica per i messaggi racchiusi nella propria risoluzione.

Viaggio fra le tracce di un apprendimento che, nell’intarsiare la conoscenza, interpreta quella sfida riservata all’essere umano che l’autrice definisce essere “una risorsa inesauribile di volontà e capacità in ogni porzione del suo percorso, che sia coadiuvato da più o meno tecnica. Le invenzioni e le scoperte sono il cammino dell’esistenza e, riconoscendo la modernità di ogni epoca, ecco che ci si toglie volentieri ed automaticamente dal trono ufficiale sul quale ci si pone ogni volta che ci si guarda indietro”.

Lievito per un costruttivo indugio nell’approfondimento di alcuni riferimenti storici è la positiva vaghezza libertaria che Luisa M.C. Sala pone a margine d’azione dei due esponenti posti a capo del percorso di curiosità da loro stessi avviato, fra le vetuste eredità del passato che sono oggetto di poter essere scoperte progressivamente sui loro passi, insieme al filo conduttore delle righe di stampa seguite dal lettore: “Klaus e Katarina quella sera si erano concessi quei pensieri in libertà, si rendevano conto che il passato non era demarcato da una linea visibile, anzi le gesta degli antenati rimbombavano nella notte e alla luce del sole penetravano silenziosamente guidate da un grimaldello, fra i mattoni ed i cromosomi”.

“Rapiti dall’incanto di Orzinuovi”, come si legge, fra l’altro nel libro, pubblicato in formato tascabile, dove ai due visitatori della cittadina della Bassa Bresciana sembra generosamente di essere capitati in un “museo all’aperto”, l’attenzione, suscitata a convergente snodo saliente della narrazione, è il caratteristico impianto difensivo delle sopravvissute mura di quella fortezza che, alle porte del centro abitato, si trova pure in prossimità di uno dei rari monumenti italiani nei quali Giuseppe Garibaldi è curiosamente rappresentato alla guida di un timone da marinaio.

Tale riflesso del cosiddetto “eroe dei due mondi” sembra che nel libro sia occupato invece dalla più datata ed evanescente consistenza di un altro personaggio, analogamente fuoriuscito dalle cronache del tempo andato, che si riconduce alla controversa figura di Carlo II di Savoia detto il Buono (1486–1553) che, di passaggio per Orzinuovi durante l’anno 1536, appronta una sosta nel palazzo “Gualtieri” della località bresciana e, prima di andarsene, compie quel gesto che rende perpetua notorietà alla sua interagente presenza con il territorio attraversato da quel suo lungo viaggio indirizzato a Mantova, dopo essere scaturito dalle gentilizie sedi savoiarde del Piemonte.

Si tratta dell’ostensione del sacro lino della “sindone” che tale nobile aveva con sé, al quale il libro dedica alcune pagine di approfondimento, anche in relazione al peculiare contesto di rinvenimento di questa reliquia ed alle sue successive traversie, sul piano delle quali si è imposto per quelle “poche linee visibili che riproducono una sagoma umana e che sanno innescare motori inconciliabili con la logica”.

Riccardo, voce a guida “ciceroniana”, che illustra ai due, altrettanto immaginari austriaci, in visita al luogo di cui lui appare come un “ragazzotto che abitava ad Orzinuovi da tempo immemorabile”, risulta personalmente coinvolgere l’attenzione sulla ricostruzione colloquiale dei fatti trattati, per il tramite di un racconto dipanato in modo “ammaliante”, facendo leva alla sua “passione” ed alla sua cultura da “biblioteca”.

Elementi, questi, a diretta pertinenza per una diffusa cultura formativa che, dalla sensibilità verso il mondo parallelo delle vicende trascorse, connesse all’avere creato il presente, e dalle fonti culturali per la conservazione della memoria, come lo sono le biblioteche, paiano poter essere, in questo modo, additati anche per la possibile interpretazione riservata all’incontro autentico delle peculiarità fondanti una comunità che risulta, in questo modo, animata pure dalle reminiscenze legate alle proprie sopravviventi tracce di vita.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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