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Una porzione cittadina assurge a ispirazione per quella modalità comunicativa che, nella semantica lessicale della scrittura divulgativa, manifesta la voce del cuore attraverso la quale poter amabilmente esprimere la sempre più evanescente ed invisibile impressione percettiva che, verso una data zona urbana, appare ormai legata a reminiscenze remote.
Si tratta del quartiere “del Carmine”, fra i più antichi di Brescia, emblematicamente esemplificativo, nella sua connotazione attuale, di quell’avvenuto mutamento epocale che, soprattutto sulla spinta del progressivo fenomeno immigratorio, ampliatosi in una maniera esponenziale, ne ha, diffusamente, mutato l’originario assetto sociale.

carmine bresciaIl tempo di una generazione è stato sufficiente per contemperare quest’avvicendamento radicale, attraverso cui, da un substrato culturale, di fatto, se ne è diversamente inserito un insieme multirazziale che, del precedente tessuto sociale, ne ha scalzato la prevalente estrinsecazione originale, togliendovi il primato di una pervadente e di una tradizionale tipicità locale.
In una importante ed in un’impattante densità di “nuovi bresciani”, il quartiere “del Carmine” di Brescia non è più quello che sopravvive nelle memorie, di situazioni vissute e di altre ereditate, in capo ad una certa navigata parabola esistenziale, sviluppatasi a scavalco fra i rispettivi cambiamenti socio-culturali di quegli anni trascorsi che, nel dare il via ad un nuovo millennio, sono stati pure caratterizzati da incalzanti mutamenti sostanziali, espressi nel loro diffuso ambito di riferimento, riscontrabile nei vari livelli dove si sono strutturati, attorno a contesti plurali e nella dinamica di complessi intrecci complementari.

L’apprezzato giornalista bresciano Camillo Facchini si inserisce, con la sua fluida e compartecipe narrazione esperienziale, in questa significativa tematica connessa ad una possibile memoria collettiva su questa ormai mutata realtà cittadina verso la quale, il libro, dal titolo “C’era una volta quel Carmine”, offre la caratterizzazione di quei contenuti che sono funzionali ad una armoniosa sociologia descrittiva, perchè di una certa caratteristica quota parte della città di Brescia, sia a disposizione, fra l’altro, una agevole pubblicazione, corrispondente ad una attenta e ad una personale descrizione, sviluppata grazie ad una composita immedesimazione evocativa.
Si chiede e, conseguentemente, risponde, l’autore, stemperando particolari complessivi che sono utili stralci di considerazioni per una stessa rappresentazione, nella sua analisi, di alcuni primi elementi connotativi: “Ma com’era il quartiere? Da una parte alto borghese, palazzi eleganti, storie familiari che vanno indietro nei secoli. Isola tra le isole. Dall’altra allegro, popolare, gaglioffo la sua parte, ma di una gaglioffaggine che molti, anche tra le forze dell’ordine, oggi rimpiangono”.

Settimo libro, per la sezione editoriale “Blu”, dedicata alle “storie”, “C’era una volta quel Carmine” dettaglia le proprie 26 paginette, dal formato tascabile, nell’ambito letterario della pratica dimensione espressiva instillata nella collana di stampa “I minuti” da parte dell’associazione culturale “Circolo dei papaveri”, secondo una qualificata iniziativa, sullo stile delle attività promosse dal sodalizio stesso nel campo della “microeditoria”, che ha trovato, nella “Gam editrice” di Rudiano, la mediazione snodale per recarne, al fine, la ricercata proporzione fattiva.

Come gemmazione del laboratorio culturale che quest’associzione di Brescia, della quale ne sono, fra gli altri, i referenti, il bibliotecario Alessandro Cazzoletti ed il giornalista e scrittore Andrea Tortelli, il libro di Camillo Facchini è dedicato al “Carmine” “quando il quartiere era dei bresciani”, come, fra l’altro, si legge fra le pagine stesse del volumetto, contraddistinto dalla autentica spontaneità di memorie, sperimentate da una generazione cresciuta nell’immediato Secondo Dopoguerra, che sono affidate dall’autore ad uno stile giornalistico di un diretto e di un coinvolgente effetto.Carmine
I protagonisti della trama del breve, ma intenso, racconto descrittivo, messo in stampa per uno spaccato verista del particolare retaggio comunitario dove un ritratto, differenziato fra più estrinsecazioni del vivere, si colloca nel suo medesimo impianto incisivo, sono le varie figure che animavano le diverse ambientazioni di questa zona, per lo più popolare, della città di un tempo, a seconda di una varietà di significative caratterizzazioni, diluite in paradigmi esistenziali ed, a volte, caricaturali, colti allo specchio di determinati retroscena storici e generazionali.

Il libro si confronta anche con i sopravvissuti e, per certi aspetti, leggendari luoghi comuni compromessi con questa fetta abitativa di Brescia, integrandoli però pure con altre peculiarità genuine di più nobile caratura, sviscerate in questa infarcitura urbana immersa fra vicoli stretti ed, in alcuni casi, tortuosi, secanti vetuste architetture, e tra i volti bassi di arcuate e di avvolgenti spaziature, sezionanti, dal basso, quelle prospettive verso l’alto che gli stretti edifici del posto rilanciano fino ai coppi dei tetti, al di sopra della propria nutrita schiera, secondo l’omogeneità, parca ed essenziale, di una ricorrente tipologia stratificata e “stravissuta” di struttura.

A questa intensa sorta di mimetizzazione popolare, presumibilmente destinata a rinnovarsi in ogni tempo, dove l’antica chiesa del “Carmine”, oltre alla contrada, pare ovviamente che abbia dato il nome anche all’intero quartiere in questione, si riconducono le parole che da una diramata fonte di presentazione sono state diffuse dall’associazione “Circolo dei papaveri”, per invogliare il lettore alla piacevole lettura di questo libro che, ad una parte di storia tipicamente bresciana, presta i motivi per più di una attenzione: “Storie minime di un quartiere che non è più come una volta, minime perchè scritte da gente comune e non da eroi. Anche se chi quotidianamente combatteva con la fame, il freddo e gli stenti a suo modo qualcosa di eroico aveva dentro di sé: eroica era la levatrice che le notti d’inverno lasciava la casa per andare ad aiutare le puerpere; eroica era la signora Fleride della trattoria Mentana; eroiche erano le donne che andavano alle Mase a lavare ogni mattina i panni con l’acqua gelida. Birboni, invece, erano i ladri di biciclette, i furbi per necessità di cui il vecchio Carmine era zeppo come il “patuner” che per scaldarsi i piedi d’inverno li metteva nel bacile dell’acqua tiepida che poi avrebbe usato per impastare la “pattona” o castagnaccio, dessert recuperato oggi, prelibata squisitezza: in anni innocui non c’era nulla e la farina di castagne era un premio”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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