La “O” di Giotto in fotografia, secondo la proposta che, dell’appassionato fotografo e stampatore bresciano Felice Andreoli, ne interpreta la portata espressiva.

Si tratta di un legame visivo che, nelle sue fotografie, intercorre con una circolarità di contenimento, applicata alle rispettive stampe a colori di una convinta soluzione fotografica, accompagnata da tale rotonda allegoria.

Una caratteristica, fra l’altro, sviluppata in una mostra personale di questo professionista, allestita a Brescia, presso la “Galleria U.C.A.I” (Associazione Cattolica Artisti Italiani – Associazione Arte e Cultura) al civico 4 di vicolo San Zenone, negli orari d’apertura compresi dalle ore 16 alle ore 19, fino al calendario del 30 marzo che, il 2019, fa coincidere con il sabato conclusivo, rispetto a quello della partecipata inaugurazione di tale manifestazione espositiva.

La mostra si chiama “Cerchiare”, nell’esemplificare un eccellente livello di tecnica fotografica rapportata ai riferimenti dell’omonima tematica, presa nominalmente a prestito dalla geometria, che risulta assurta a sua stessa espressione costitutiva, ispirandone, a motivo della figura piana adottata, la traccia compositiva, per una personale mediazione sistematica, rispetto alle immagini che l’autore ha esaltato nel tondo di una efficace prospettiva. Quella prospettiva che si attiene ad uno spazio compreso entro una circonferenza d’effetto, per la focalizzazione della realtà osservata, catturata nella mirata immedesimazione di una sua specifica resa rappresentativa.

Un’intuizione, rispetto a ciò verso cui si indirizza lo scatto fotografico, che è tradotta in una scelta elettiva, a sua volta estratta dalla composita panoramica di quella diluzione complessiva fra più elementi dalla quale tale dedicazione emerge in una decisa sintesi ricognitiva, aperta alla rispettiva peculiarità con la quale si distingue dalla sua matrice effettiva.

Come allude il titolo di questa mostra, si tratta di porre riferimento, “cerchiando”, un dato assortimento, in modo che l’immagine proposta risulti di fatto rotonda, perché percepibile dall’incavo circolare di quella possibile veduta che appare metaforicamente originarsi, come nella canzone “Luna” di Gianni Togni, versificata nell’affermare “E guardo il mondo da un oblò”, con la poesia esistenzialista che ne consegue, nella didascalica cornice che la contiene, mediante una manifestazione visiva situata entro l’estensione piana del “raggio per raggio per Pi Greco” e pure, contestualmente, in aderenza alla sollecitudine personale di una disamina d’insieme.

Un risultato, in questo caso, realizzato per il tramite della tecnologia “Epson Inkjet”, attraverso una selezione capillare di colori e di supporti sui quali procedere a stampare che, a detta dello stesso autore, si riconducono alla cernita di una diversificata gamma di venticinque tipi di carta utilizzata, ad evoluzione dei rispettivi risultati fotografici realizzati, quale anello di congiunzione fra l’autentica passione dello stampatore e quella, qui, correlata del fotografo, autore di un’unica versione finale dall’interessante profilo intersettoriale, per via dei distinti passaggi sinergici di una medesima composizione personale.

Come, fra l’altro, ha pubblicato “Bresciaoggi” del 14 marzo 2019, per mano di Alessandra Tonizzo, in questa mostra “(…) Sono 15 opere ripescate dall’archivio personale, da un flusso sferico e globetrotter (“non solo Brescia nella rassegna, c’è tanto estero, pure se non si può capire”), stampate ovviamente da sè, in fine art, grandi formati entro cornici parietali artigiane. (…)“.

In alcune di queste opere, il soggetto fotografato si esplica, nella sua estensione esclusiva, profilandosi nella menzionata forma circolare perseguita, mentre in altre, è l’intervento di un successivo contenimento dell’immagine, a percorrerne l’estensione tondeggiante ed, in alcuni casi, ovoidale, anche con la sovrapposizione di un passepartout, in linea con l’apporto di una campitura che ne risalta cromaticamente il distinguo rispetto al nucleo di un contesto particolare.

In tutte, avviene quanto è precisato in una chiave di lettura proposta in un contributo divulgativo presente nella medesima mostra cittadina, nel sottolineare, fra l’altro, quanto la produzione dell’autore si avvalga pure di uno “sguardo attento, capace di catturare dati del reale e trasformarli, dando loro nuova veste e impreviste combinazioni”.
Si tratta di quelle scansioni delle quali Carmela Perucchetti della “Galleria U.C.A.I.” ha, fra l’altro, accennato, nel presentare le opere di Felice Andreoli, evidenziando quanto il tema del “cerchio” abbia costituito il “trade union” dei vari pezzi esposti, nel promuovere ciò che nella realtà rientra in tale forma, dall’accezione più grande, come la Terra, a quella più piccola, come quella dell’obiettivo, fotografico, il tutto “per mettere in luce elementi altrimenti trascurabili”, posti in quel “felice contrasto”, per cui le immagini, proprie della più moderna tecnica fotografica utilizzata, sono contenute in “cornici che rimandano alla tradizione”, in modo contestuale alla natura di quanto le stesse valorizzano che è “di presa immediata, senza alcun sforzo interpretativo, se non il godimento di visionarlo”.

Anche questo è un modo, secondo Fausto Moreschi della “Galleria U.C.A.I”, per tradurre libere emozioni personali, nella condivisione ispirata ad un dato scibile dove la fotografia si pone come arte, anche nell’ambito di una promozione della cultura, per dare spazio e visibilità ai possibili ed ai diversi contributi compositivi di altrettanti autori, in grado di sviluppare, ciascuno a proprio modo, la sollecitudine di un confronto stilistico sviluppato a supporto di un “progetto di cultura per la città”.