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Pare che non sia andata nel migliore dei modi. Secondo quanto traspare dalle cronache quotidiane, relativamente a quelle vicende ormai molto lontane, la trasferta bresciana degli Zulù aveva lasciato un po’ a desiderare.

Nel dicembre del 1879, tale stirpe guerriera africana che, attraverso un esiguo gruppo dei suoi esponenti, era itinerante in Europa fra le tappe cittadine di una manifestazione esorbitante da un folcloristico programma danzante, aveva fatto parlare di sé, a Brescia.

Erano giunti nell’allora teatro “Guillaume”, oggi teatro “Sociale”, dopo aver già fatto suscitare una qualche noia, mista a prudente e reticente timore, durante il loro arrivo ferroviario, avvenuto, non senza quella documentata riprovazione che era stata pure giornalisticamente riportata nei termini testuali di una sommaria conclusione, mediante la quale, fra le pagine de “La Sentinella Bresciana” dell’11 dicembre 1879, si facevano strada gli argomenti per una conseguente riflessione, formulata, malgrado tutto, nel tener conto anche dell’evidenza caratterizzante del colore: “Morale – D’ora innanzi quando si vorrà procurarsi il lusso d’un coupè riservato senza pagarlo, o prendersi la soddisfazione di misurare impunemente pugni e bastonate sulla faccia del pubblico, basterà tingersi con unto di pignatta il viso e le mani; allora si diverrà come gli Zulù e se ne godranno i privilegi e le impunità”.

In pratica, il confronto esotico fra le due culture aveva sofferto di un malriuscito fuori copione che, se, dell’ambito ferroviario, aveva avuto, a Rovato, l’effetto di un mancato riscontro, constatato in stazione, al teatro bresciano rapportava, invece, l’esito controverso, avuto in sala, della relativa rappresentazione etnica dove, oltre alla non molto apprezzata esibizione, si era verificato lo strascico accidentale di un’incauta e di una finale improvvisazione.

Sul treno da Milano, in corsa verso la meta bresciana della propria programmata interpretazione, gli Zulù avevano voluto viaggiare occupando, in cinque, un intero vagone, destando, fra i viaggiatori, la sensazione di un’ingiustizia, per il fatto che, ad ogni biglietto pagato, non corrispondesse normalmente, invece, l’agio di una stessa comoda collocazione, dovendosi l’utente, al contrario, anche stringere il più possibile, per fare il posto ad altri, in una soverchiante condivisione: “All’arrivo del treno diretto Milano – Venezia nella stazione di Rovato un passeggero si fece aprire da un conduttore lo sportello di un compartimento di 2. Classe, capace di 10 posti. In esso trovavansi cinque persone…indovinate un po’ chi erano? Nientemeno che i cinque Zulù; i quali, come belve nella tana, si slanciarono alla portiera ed ai finestrini con urla selvagge, e diedero mano ai bastoni per impedire che nessuno entrasse a fare loro compagnia. Avevano forse pagato l’intero coupè? Mai più! Il Capo Stazione intervenne; ma visti quei brutti ed efferati musi ed i bastoni che lo minacciavano, pensò bene di soddisfare desideri espressi con argomenti sì solidi e il citato viaggiatore dovette andare in un’altra carrozza. Egli però, giunto a Brescia raccontò alle guardie di Questura della ferrovia ed al sig. Capo Stazione ciò che era accaduto a Rovato ed anche qui gli Zulù non furono punto molestati”. 

shakaMartedì 9 dicembre 1879 il teatro Guillaume era rimasto chiuso per riposo.
L’indomani, era stata la volta anche di quel gruppo africano a calcare il palcoscenico bresciano, nel merito di un intrattenimento che era stato inserito, a sua volta, in un altro genere di spettacolo, più conforme al consueto ambito culturale a cui il pubblico pare fosse abituato.

L’iniziativa era pure annunciata dal quotidiano “La Provincia di Brescia”, il dieci dicembre seguente, con l’informazione dedicata al “Teatro Guillaume – Questa sera unica straordinaria rappresentazione dei Guerrieri Zulùs coi suoi esercizi – Negli intermezzi agirà la drammatica compagnia condotta e diretta dall’artista Riolo colla produzione La principessa Giorgio. Distribuzione dello spettacolo. 1. Atto primo della commedia. 2. Entrata dei belligeri Zulù e loro sorprendenti esercizi. 3. Atto secondo della commedia. 4. Nuovi esercizi degli Zulù. 5. Atto terzo della commedia. – Biglietto d’ingresso: Platea, Pepiano, Galleria e Palchi L. 1 – Poltrone L. 1 – Palchi L. 4 – Rappresentazione fuori abbonamento”. 

Rappresentazione che, in pieno inverno,  inseriva fra le rigide temperature proprie del tempo, quegli uomini dell’Africa Australe dai costumi adamitici che erano mossi nella dinamica delle evoluzioni rispettivamente ispirate alla loro tipica cultura di riferimento, con la proposta di canti e di balli relativi al saluto, alla guerra, all’allegrezza dopo la vittoria, al combattimento di bastoni, alle lamentazioni dopo la disfatta, alle nozze, all’uso dell’arma, tipo lancia, denominata “Zagaglia”, il tutto pure correlato, alla fine, da una sorta di passeggiata dimostrativa per il teatro stesso.

A quest’ultima fase, pare che si fosse giunti con un certo anticipo, rispetto al programma, lasciando presto corso all’ultimo atto della commedia di Alessandro Dumas (1824 – 1895) in scena, con gli attori nei panni de “il principe e la principessa de Birac”, “il conte di Terremonde”, “la baronessa Berta”, “la signora di Perigny”, “un servo”, “Vittore”, “Valentina”, “Rosalia” ed “il notaio Galanson”, perchè, come era riferito nel resoconto de “La Provincia di Brescia” del giorno successivo allo spettacolo “Non sappiamo cosa si aspettasse di vedere una parte del pubblico all’infuori del tipo schietto d’una popolazione che recenti avvenimenti hanno circondato di tanta curiosità. Certo sì è che quegli esuli dell’Africa australe, comparsi a Brescia per effetto della civiltà inglese, non andarono affatto a versi di molti spettatori che, annoiati dalle monotone e prolungatissime loro cantilene, cominciarono una musica che a noi non è parsa, a proposito, né poco né molto, di grida e di fischi. Troviamo preferibile, a dire schiettamente il nostro avviso, che ci abbian mostrato gli Zulù così come sono, invece che farceli vedere ridotti all’europea. Per seccanti che fossero le loro voci, ci è parso non senza interesse udirne le così caratteristiche modulazioni. Comunque, il cicerone francese, avvisò il pubblico che, stante la protestation de messieurs, le soffleurs troncava la rappresentazione e faceva calare la tela”.

Dopo le parole di questo personaggio che aveva pure, prima, introdotto in sala l’esibizione accennata, gli stessi Zulù, una volta scesi dal palcoscenico, sembra che, a qualcuno, fra i presenti in platea, abbiano dato uno sberlone, suscitando, di conseguenza, anche contestuali critiche circa il loro muoversi liberamente, con le armi tradizionali in dotazione, fra gli spettatori, sfiorati dai modi spicci di una selvatica connotazione che aveva trovato bersaglio in chi non era stato pronto a scansare il manrovescio di un’irragionevole reazione, come ancora, l’accennato giornale, ne attestava i particolari, colti a margine del trascendere di una equivoca situazione: “Il selvaggio avea porta la mano insistendo per avere un’amichevole stretta. Il giovanetto, a cui egli avea già fatto dolere le dita, non volle e allora quella vera effige di Cettivajo gli buttò sul viso una manaccia pesante che gli fece sprizzar sangue dal naso e dalle labbra. Fu quello l’incidente onde nacque poi tutto il rumore. Tanto per l’esattezza. Del resto fu certo una cosa poco ponderata quella di lasciar andare in mezzo al pubblico persone di cui il pubblico si era mostrato tutt’altro che soddisfatto”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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