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Brescia – I componimenti poetici di Alessandra Tosi si riconducono ad una svelata dimensione di spoliazione interiore che si pone in una possibile prossimità di contemplazione verso quello stato d’animo che è connesso al tema del dolore di cui l’autrice ne offre la coniugata collocazione nella metaforica ubicazione individuata nel cuore.

Per questo motivo, una densa raccolta delle sue liriche, pubblicate per le edizioni della “Compagnia della Stampa” ha come titolo evocativo l’affermazione che “Chi vive nel cuore non muore mai”, rivelando, nell’emblematica denominazione dell’ispirata pubblicazione, i termini d’orientamento significativi di un basilare processo di introspezione che bilancia, nell’evocazione figurativa e concettuale relativa all’organo cardiaco, quanto culturalmente allo stesso elemento anatomico è attribuito, secondo quell’invalsa tradizione che ne valorizza il ruolo simbolico, ravvisandogli un miglior sentore, rispetto alla generalità degli altri componenti vitali che sono per lo più taciuti, pur essendo di analogo e di determinante vigore.

L’autrice dipana la cospicua matassa compositiva del suo robusto filo conduttore, individuato nella congenialità di un versificato registro espressivo colto dalla propria inclinazione, per descrivere la realtà in un modo speculare alla propria vocazione interiore, considerando la pertinenza di varie evocazioni tematiche che sono, a loro volta, poste in relazione con la naturale manifestazione del dolore, in modo che lo stesso complesso stato d’animo funga da strumento, sul piano di una sperimentata e di una comprensibile tristezza, per un distacco critico e cogitabondo verso l’insieme attraverso cui la scena di questo mondo avvolge l’esistenza ed il tempo in una stessa fugace ingerenza, perché alla vita stessa sia resa coscienza consapevole della vastità delle emozioni alle quali, in una medesima dissolvenza, l’afflato vitale possa attingere da un confronto con i termini essenziali ed ineludibili della propria stessa essenza.

In una personale immedesimazione interiore che, dalla stereotipata attribuzione di quanto sia concernente il significante costitutivo esplicante il dolore, nella corrispondente proporzione di un concetto calzante, le poesie di Alessandra Tosi si equilibrano in una sorta di tempo statico dove, come se fossero in una parabola discendente, prodotta da una reazione ad un evento verificatosi nella realtà cogente, sperimentano, sul dinamico piano creativo della spontanea costruzione lirica che è ad essa attinente, l’affidarsi in braccio ad una raggiunta dimensione esorcizzante quei vincoli entro i quali la natura umana incontra materia per una condivisione di senso narrante, lungo quel circuito esperienziale che l’autrice pare sviluppare in un possibile spettro esorbitante, rispetto a quanto appare invalso in un comune sentire dominante.

La coniugazione delle numerose poesie pubblicate nel libroChi vive nel cuore non muore mai” procede da una prima persona singolare, verso una formulazione evocativa plurale che riassume un messaggio globale rivolto, attraverso la sua inclinazione relazionale, a rappresentare una condivisibile serie di spunti sottolineati magistralmente in una maniera esponenziale, come spiega l’autrice stessa nel dichiarare “eccomi a presentarvi i miei tormenti, i vostri affanni, le tribolazioni di noi pellegrini che, nonostante le delusioni della quotidianità, crediamo davvero che chi vive nel cuore non muoia mai. Proprio lì, nel rifugio più intimo dei nostri pensieri, ogni sogno si avvera, ogni fantasia prende forma ed è lì il Nostro Mondo, l’unica realtà dominante”.

La mappatura onirica di questo sottile velo, contemplante quell’intima natura verso la quale la carrellata delle liriche si presta a punto focale di una sua stessa analisi strutturante, si staglia in un effettivo snodo sostanziale in cui, come scrivono, a firma congiunta, Anna Barbera e Luca Capoferri, nella prefazione al libro stesso, si percepisce: “il coraggio di porsi in un orroroso faccia a faccia con il dolore della vita”.

Nelle circa centodieci pagine, i rispettivi componimenti poetici, con i quali la proposta di lettura è caratterizzata sulla loro carta seppiata, si diluiscono in vari calibri argomentativi che sono posti sul profilo intuitivo del frastagliato crinale di un verso libero espressivo, contraddistinto da evocazioni molteplici che, in certi casi, sono anche mediate da allusioni artefici di aderenze letterarie compartecipi delle sensazioni echeggianti dal pensiero percorso da alcune opere strutturate su certi assetti culturali che, della allegoria compositiva interpretata, ne esprimono gli aspetti poliedrici, come pare avvenga nello scritto in cui l’ispirazione dell’autrice sembra acquartierarsi nella “Divina Commedia”, per i termini attraverso i quali la sua autentica manifestazione lirica si avvera: “Ricordo./ Inferno di un ricordo./ Inafferrabile come il vento,/ impercettibile come una lacrima/ inutilmente morta nel mare,/ profondo come gli abissi/ di una Commedia infernale,/ di una vita/ mai Divina./ Bevo il rosso porpora,/ mi nutro del mio dolore./ Ricordo./ E ogni volta quel ricordo/ riempie bicchieri di sangue”.

I risvolti metaforici di un possibile viaggio dantesco appaiono anche in un’altra suggestiva porzione dello scibile poetico proposto da Alessandra Tosi, attraverso l’evocazione scenica di quel silenzio che traluce una solitudine foriera di una lacrimosa espressione, suscitante l’immaginifica percezione di un’ombra misteriosa, intesa a spartiacque di una commossa iridescenza d’impressione che la separa da quel reale, innanzi a cui, la stessa poetessa afferma la drammaticità di una deflagrante frase finale: “Per ogni secondo/ trascorso in silenzio/ riesco ad udire/ un richiamo di solitudine./ Mentre una lacrima/ scivola sul mio viso,/ un’ombra a me ignota/ si avvicina,/ una luce mi abbaglia/ ed il reale più mi tange./ La morte mi appartiene”.

La danza macabra dell’autrice, nella varietà delle liriche nelle quali l’estremo trapasso pare pure porsi come materia per un’ultraterrena prospettiva concettuale, si estranea complessivamente dal cupo raggio di funeree contestualizzazioni, per svelare, altrove, una natura strettamente compromessa alla vita, in grado di delineare la lievità del tenore di più serene affabulazioni, come appaiono quelle che attengono a “Intere notti / trascorse ad ascoltare/ il silenzio della notte/ e il sussurrare del suo vento,/ immobile graffio/ nel volto di cristallo”, per il tramite delle quali si tratteggia un possibile ritratto di tutto ciò che rientra nelle riflessioni fattibili con il nesso astratto di contemplative ispirazioni alle quali il legame con la vita è attratto.

Ispirazioni che, su altro versante, sembrano addurre una definizione lirica anche al tema dell’amore, in ordine a quanto dello stesso termine emblematico appare, in un’estrema ed in una svelata parte di conclusiva elaborazione, in coda ad un’efficace prolusione di versificata ideazione: “La linfa vitale/ risiede/ nell’unica fonte di dolore,/ contraddizione eterna/ che ha nome/ Amore”.

In un altro caso, la tematizzazione rappresentativa dell’etimo confacente al termine, assurto a titolo sembiante, di “incontro”, si manifesta in un endecasillabo narrante in cui la perifrasi è il metro esplorante di un’ipotetica circostanza conturbante, nella quale, tale significante, si rileva come misura tracciante per un ricordo importante che appare nella conclusione di quelle strofe alle quali la sua individuazione si presta ad essere nesso interpretativo strutturante: “(….) Attimo per attimo/ la mia anima/ torna a quel viso,/ ancora desidera un tuo sorriso,/ speranza senza tempo/ di un prossimo incontro”.

Nel fluido dipanarsi del tempo, come lungo le parallele esternazioni liriche dell’autrice, l’amore, fra l’altro, pare emergere tematicamente, fra l’altro, da quanto una sua plausibile rappresentazione sembra converga in una vertenza personalistica, attraverso la quale, la fantomatica figura destinataria che vi è implicata e che vi si trova evocata, è raggiunta da un’ispirazione intimistica che, oltrepassando una vaga metafora rivelatrice, ne configura, in versi, la sintesi poetica di una sua possibile matrice: “Vorrei parlare al tuo cuore/ d’amore/ e impercettibile suono senza rumore/ diffondere/ il tuo nome,/ penetrare/ l’anima tua,/ casta leggiadrìa,/ di un eterno canto”.

In questo modo, l’amore che si accasa nel cuore, profetizza, nella sublimazione del dolore, quanto dell’autrice la pubblicazione ne stigmatizza, annunciandolo nel titolo, il messaggio di spessore che “Chi vive nel cuore non muore mai”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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