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È Joker di Todd Phillips e Joaquin Phoenix, già Leone d’oro a Venezia 76, il film che ha conquistato il maggior numero di nomination per gli Academy Award 2020, annunciate ieri dal Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills.

Undici candidature, compresa quella, scontata, per l’attore, un grandissimo Phoenix che ti entra sotto la pelle e non ti lascia più.

Sarà comunque una gara a quattro, con C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino, 1917 di Sam Mendes e The Irishman di Martin Scorsese, tutti in lizza sia per il miglior film che per la miglior regia, dove è in gara anche Bong Joon-ho con Parasite, Palma d’oro a Cannes.

Ma gli occhi di tutti sono puntati su Jocker e su Phonix che ha già fatto incetta di Goldel Globe.

Non ci stupiamo. Tutti ci siamo sentiti almeno per una volta come Arthur: schiacciati, offesi, umiliati. Senza per questo diventare Joker. Ma il confine è labile quando l’offesa tocca gli emarginati, gli ultimi della scala sociale, già calpestati e oppressi da un sistema che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri lasciati a se stessi, e senza nulla da perdere.

E’ sul filo sottile tra follia e ragione, rabbia sociale e sistema di potere, che si snodano le vicende del Joker di Todd Phillips, interpretato da Joaquin Phoenix.

La storia è quella di uno dei “cattivi” più celebri della storia del fumetto: l’antagonista di Batman, che con le sembianze di un clown, mette a ferro e fuoco Gotham City.

Ma chi era Joker prima di diventare un antieroe? Philips ne racconta la bildung: dietro Joker si cela Arthur, un ragazzo con un disturbo psichico conclamato, che si manifesta con una risata patologica. Una risata che esplode in maniera incontrollata, triste e penetrante, nei momenti emozionali. E che caratterizza tutto il film.

Per sbarcare il lunario, Arthur lavora in una compagnia che ingaggia clown per le pubblicità dei negozi o per le iniziative con i bambini (anche negli ospedali). Ma sogna di diventare una star: un intrattenitore da stand up comedy, di quelli che vengono intervistati in tv dal suo idolo Murray (Robert De Niro).

Ma la vita stellata che immagina è lontana dalla realtà, in una Gotham city povera e infestata dai ratti, Arthur si prende cura della madre, anche lei psicolabile. La donna chiama il figlio “Happy”, nonostante per sua stessa ammissione “non sia stato felice nemmeno un giorno della sua vita”, anche a causa di una vicenda familiare difficile, con un passato di abusi e violenze.

E così, come spesso accade, “basta una giornata storta” per far precipitare gli eventi: col taglio dei servizi di cura Arthur non può essere più seguito dalla sua terapista ed entra in un vortice di violenza. Dal suo passato riemergono i ricordi più oscuri, la rabbia e la sete di giustizia prendono il sopravvento. Entra in una lucida follia che lo farà diventare una delle menti criminali più celebri.

Il film, vincitore del Leone d’oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia, è un cinecomic d’autore, senza effetti speciali, tipici del genere. A reggere la pellicola è la straordinaria interpretazione dell’attore, Joaquin Phoenix, che porta sul corpo scarno e ingobbito, tutta la sofferenza del protagonista.

Diverse sono state le accuse e le polemiche dopo l’uscita del film  negli Stati Uniti: c’è chi vede un incitamento all’uso della violenza e delle armi, in un’America già devastata dalle sparatorie.

Chi un punto di vista troppo maschilista, in cui le protagoniste femminili hanno ruoli marginali.

In particolare, l’accusa è di rappresentare i cosiddetti incel “celibi involontari”: uomini che si vedono come perdenti, arrabbiati, misogini e spesso inclini alla violenza e alla persecuzione nei confronti delle donne. Infine, in molti hanno visto una critica feroce al sistema capitalista e agli Stati Uniti di Donald Trump.

Ma come sottolinea il regista Michael Moore il film “non parla di Trump. Riguarda l’America che ci ha dato Trump, l’America che non ha bisogno di aiutare gli emarginati, i poveri. L’America in cui gli sporchi ricchi diventano sempre più ricchi e sporchi”.

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