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Donna, mamma, studiosa appassionata. Era il 1956, e molti anni prima che Jane Goodall e Dian Fossey partissero per studiare rispettivamente scimpanzè e gorilla di montagna, nessuno scienziato si era ancora avventurato in Africa per analizzare gli animali selvatici nel loro habitat.

Nessuno, tranne una biologa canadese di appena 23 anni, Anne Innis Dagg, che decise, proprio in quell’anno, di compiere da sola un viaggio in Sud Africa per approfondire il comportamento delle giraffe, sfidando, con una ricerca pionieristica, le insormontabili barriere professionali poste, a quel tempo, a una donna che volesse intraprendere una carriera accademica, e che oltretutto era sposata e con figli.

Quasi un cinquantennio dopo non esser stata confermata dall’Ateneo (la University of Guelph) per cui lavorava, nonostante avesse pubblicato decine di studi oggi ritenuti alla base della biologia comportamentale, la scienziata, adesso 86enne, ha ottenuto la sua personale rivincita come protagonista di “The Woman Who Loves Giraffes”, documentario scritto e diretto dalla connazionale Alison Reid, che ripercorre le sue imprese e, in parallelo, pone l’accento sulla terribile condizione odierna delle giraffe.

E così la pellicola è arrivata anche in Europa, con il debutto il 16 ottobre, dopo aver vinto la
22esima edizione del Sonoma International Film Festival 2019, kermesse californiana. La prima proiezione, al Nielsen Auditorium della FUS di Lugano, ha visto un panel di discussione con la regista Alison Reid e la protagonista, Anne Innis Dagg.

È arrivato il momento, allora, di rendere onore a questa straordinaria ‘giraffologa’, che con coraggio e determinazione ha inseguito la sua passione, in un ambiente maschile e, purtroppo, ancora maschilista. Le sue altissime creature la ringraziano.

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