Sarà perché ho passione per Elio Germano. Sarà perché ho nostalgia dell’immaginazione al potere. Sarà perché l’utopia per un mondo diverso mi sembra oggi ancor di più necessaria. Sarà perché dell’ingegner Giorgio mi sarei perdutamente innamorata. Sarà per questo o sarà per quello ma a me L’Isola delle rose mi è piaciuto. E non poco.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, appena sbarcato su Netflix, forse con una versione un po’ romanzata rispetto alla realtà…ma ci sta, racconta cosa fu davvero l’Isola delle Rose, una micronazione mai riconosciuta dallo Stato italiano e costruita su una piattaforma al largo di Rimini, poco più di 6 miglia per l’esattezza, dal visionario ingegnere bolognese Giorgio Rosa.

Non corro il rischio di spoiler a raccontare per brevi cenni la trama.

Nel 1958 Giorgio Rosa – che a quell’epoca di anni ne aveva poco più di 30 ed era già un magnifico e folle visionario – ebbe l’idea di progettare e costruire una sorta di isola artificiale da collocare al largo di Rimini, a circa 6 chilometri dalla costa, oltre le acque territoriali italiane (ora la legge le ha portate a 12 miglia). Nel nome della libertà.

Ne venne fuori qualcosa di simile a una piattaforma di circa 400 metri quadrati che venne costruita non in breve tempo, sia per problemi economici sia perché le condizioni del mare spesso non lo permettevano.

I lavori non passarono inosservati e verso la fine del 1966 la Capitaneria di porto di Rimini chiese che i lavori fossero fermati, anche perché diverse aree nella zona erano state date in concessione all’ENI per la perforazione.

Ma Rosa riuscì comunque a proseguire l’opera di costruzione e nell’estate del 1967 aprì al pubblico la sua isola, anche se c’era ancora molto da fare.

Il primo maggio del 1968, mentre gli studenti francesi scendevano in piazza e i Dik Dik cantavano “Sognando California”,  Rosa dichiarò l’indipendenza della sua isola e si nominò  presidente. Chiamò la nuova isola “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose”  e la dotò di una lingua ufficiale, ovviamente l’esperanto, di un agile governo e di una propria valuta.

Le autorità italiane non la presero bene, ovviamente.  Fra mille peripezie e tentativi di sopravvivenza, a giugno 1968  una decina di pilotine della polizia con a bordo agenti e militari presero possesso dell’Isola delle Rose.

Nulla servì il telegramma di protesta che Rosa inviò all’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Non arrivò alcuna risposta.

Ad agosto il ministero della Marina mercantile inviò alla Capitaneria di porto di Rimini un dispaccio, in cui veniva richiesto a Rosa di demolire la piattaforma.

Lo smantellamento avvenne nei primi mesi del 1969. Due diverse esplosioni controllate la  danneggiarono gravemente. Ma la piattaforma si inabissò solo grazie al mare in una burrasca di fine febbraio.

La vicenda ebbe numerosi strascichi, anche perché non aveva precedenti nella storia giuridica italiana. E comunque la micro Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose non fu mai riconosciuta da alcuno stato del mondo.

La sua breve storia diventò una leggenda e ogni tanto, negli anni che seguirono, tornò a galla. Successe grazie al romanzo L’isola e le rose, scritto nel 2012 da Walter Veltroni che è stato anche consulente per il film,  e poi, nel 2017, dopo alla morte di Rosa, avvenuta a 92 anni.

Quanto al film, che dire di questa splendida fiaba accompagnata da un’irresistibile calata romagnola?

Che Germano è ancora una volta un mito.

Che il regista Sidney Sibilia (che ha firmato anche il divertente e sincero Smetto quando voglio) è riuscito a creare un racconto agile, centrato, vero che ti tiene incollato davanti allo schermo.

Che ne è venuto fuori un film riuscito e appassionato, ben contestualizzato nel panorama italiano degli anni Sessanta e al quale continui a pensare anche dopo giorni che l’hai visto.

Che imbarazzanti e straordinarie sono le partecipazioni di Luca Zingaretti (nei panni dell’allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone) e di Fabrizio Bentivoglio in quelli del Ministro dell’Interno Franco Restivo.

E che la colonna sonora fa venire i brividi. Da vedere assolutamente.