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a cura di Maurizio Ermisino

Vedrete la guerra arrivarvi in faccia. E la guarderete ancora più spaventati, perché lo farete con gli occhi di una madre. Alla mia piccola Sama (For Sama) di Waad Al-Kateab ed Edward Watts, vincitore di un Emmy Award, di un EFA (European Film Awards) e fresco candidato agli Oscar come miglior documentario, è un diario della vita di una famiglia sotto le bombe dell’assedio di Aleppo, in Siria, del 2016, e il racconto della ribellione contro il regime di Assad che ha portato allo scontro.

Alla mia piccola Sama, in uscita in Italia il 13 febbraio distribuito da Wanted Cinema, con il patrocinio di Amnesty International,  è il racconto in prima persona della stessa Waad (nella versione italiana la voce narrante sarà di Jasmine Trinca) che lascia la d’origine a 18 anni per andare ad Aleppo, all’Università.

È qui che conosce Hamza, medico, sposato e poi lasciato dalla moglie che abbandona il paese. Nel 2013 era iniziata, come una protesta pacifica, la rivoluzione contro Assad e il suo regime. Durante il racconto andiamo spesso avanti e indietro nel tempo, tra il 2013 e il 2016, l’anno dell’assedio di Aleppo da parte delle forze di Assad, un assedio durato sei mesi.

Alla mia piccola Sama è il racconto che Waad, giornalista, e reporter, fa alla bambina che, un anno prima di quel 2016, è venuta alla luce dall’amore tra lei e Hamza, per spiegarle come è nata e cos’è successo durante il suo primo di anno di vita.

È una lettera d’amore, ma anche un possibile testamento, visto che le vite di tutti, in quei giorni, sono appese a un filo. Come andrà lo sapremo solo alla fine. Alla mia piccola Sama diventa così un racconto potentissimo, un viaggio nell’inferno della guerra in Siria visto dal di dentro, nell’occhio del ciclone. Probabilmente mai nessuno ci ha raccontato il dramma siriano, di cui in tanti ci siamo accorti solo dopo le foto di Aylan, il bambino con la maglietta rossa riverso su una spiaggia, in questo modo.

È un racconto al limite dell’insostenibile, dove assistiamo ad altre immagini di bambini privi di vita. Ma anche, miracolosamente, al primo vagito di un neonato, salvato da un cesareo d’urgenza, che credevamo morto. Un’immagine reale, bellissima, incredibile, che nessuna sceneggiatura e nessuna regia potrebbero mai aver immaginato e messo in scena.

Alla mia piccola Sama è la vita sotto le bombe. Sono le sale del pronto soccorso ricoperte di sangue, persone per cui spesso non si può fare niente, ed è la vita di tutti i giorni – le cene, le feste per i bambini, la scuola – che prova ad andare avanti con la presenza costante di esplosioni ad accompagnare i giorni e le notti. Quell’ospedale, da cui il padre, Hamza, non può allontanarsi, diventa allora il mondo del primo anno di vita di Sama.

Lei e i genitori dividono la stanza di uno stabile che era stato pensato per essere un ospedale, e che proprio Hamza e altri volontari hanno messo in funzione come tale. Alle finestre ci sono dei poster, ma dietro ci sono i sacchi di sabbia per proteggere le stanze dalle bombe. La vita con Sama, e l’altra bambina in arrivo, è fragile, come lo è la libertà di Aleppo. “Facciamo il possibile per darti un’infanzia” dice la madre a Sama nel suo racconto.

Alla mia piccola Sama è allo stesso tempo uno straordinario e prezioso documento sulla guerra in Siria e una profonda riflessione sulle scelte di chi si trova in una situazione simile e combatte per la propria libertà, ma anche per restare in vita. Partire, fare gli “egoisti” (così definisce Waad chi scappa dalla guerra) e salvarsi la vita, o rimanere, per la libertà del proprio paese, e trascinare i propri figli in un inferno?

La voce narrante di Waad, pur difendendo orgogliosamente la sua scelta (anche quella di tornare ad Aleppo dopo essere stata, con Sama, in Turchia dai suoi nonni), si pone continuamente il dubbio. È proprio questa umanità insita nel dubbio, unita all’assurdità che c’è nella mancanza di risposte che la guerra porta, oltre alle immagini potentissime, la forza del film.

“Invidio la madre di quel ragazzo che è morta prima di dover seppellire il figlio” riflette Waad. Ma si trova anche a dire alla propria figlia, quando l’assedio si stringe attorno ai ribelli, “adesso vorrei non averti mai messa al mondo”. E ancora, a chiederle “mi odierai per essere rimasta qui o mi odierai per essere partita?”, una volta che la resa si pone come l’unica condizione possibile per lei e i ribelli.

Alla mia piccola Sama è un documentario filmato, giorno dopo giorno, in prima persona da Waad, nel cuore dell’azione, che si segue come un thriller, con il cuore in gola, per la vita delle persone che abbiamo conosciuto nel racconto, ma anche per i tanti che arrivano al pronto soccorso di Aleppo, e non sappiamo se sopravvivranno.

È la guerra vista con gli occhi di una madre, e quindi dei bambini. Se colpiscono le immagini crude dei feriti, i pavimenti degli ospedali completamente ricoperti di sangue, lo fanno anche quelle delicate dei bambini che, più che per la guerra, sembrano dolersi per gli amichetti che se ne sono andati, tanto da farne dei pupazzetti con la carta. E che provano a trasformare una buca fatta da una bomba in una piscina, grazie a una tubatura d’acqua rotta.

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Redattore Sociale
Il Network di Redattore sociale raggruppa diverse iniziative di informazione, documentazione e formazione sui temi sociali. A promuoverle è la Comunità di Capodarco di Fermo, dal 1966 una delle organizzazioni italiane più attive nell’intervento a favore di persone in difficoltà e oggi diffusa in varie regioni. Motore di questa rete è la redazione dell’Agenzia giornalistica quotidiana Redattore sociale, nata nel febbraio 2001 ed oggi attiva su un portale web riservato agli abbonati.

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