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A Brescia, giganteggia, in immagine, il futurista Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944). La sua figura si atteggia a ritratto, in un’evidente verosimiglianza con il noto personaggio a cui la memoria storica reca il debito culturale di un corrispondente e significativo appannaggio.

Un contributo corrispostogli, in chiave artistica, nell’ambito dell’iniziativa “Città della poesia” che va interessando parecchie località italiane, per il tramite dell’effettiva proposta di quelle opere d’arte visiva che hanno l’estemporaneità artistica propria dei murales, prodotti in una chiave tematica divulgativa.

L’autore è Simone Mestroni che ha rappresentato il famoso padre del “Futurismo” (1909) in una zona ad alta densità d’uffici, su via Benedetto Croce, fra certe porzioni urbane destinate ad insediamenti amministrativi per l’erogazione dei servizi, nei pressi di Via Vittorio Emanuele, vicino alla sede dell’INPS, dietro all’ingresso centrale della Camera di Commercio, quale intreccio istituzionale di varie prerogative che, nel capoluogo bresciano, assurgono a riferimento provinciale, in un’assidua frequentazione d’ampio raggio.

Marinetti è qui. Su una serranda o saracinesca che dir si voglia, quasi a slatentizzare il recondito contesto dove la sua stessa immagine evoca la testimonianza di un’esistenza controcorrente, rispetto alla soverchiante ordinarietà di un’arrendevole società, piegata alle ingombranti necessità della quotidianità sfuggente ed omologata al fronte paradigmatico di una uniformità di massima incombente.

Quest’opera si accompagna anche ad una sorta di didascalia, inclusa nel suo stesso piano espressivo in una scritta a caratteri cubitali, manifestandosi nell’ispirazione sottile di un’allegoria.

La frase, scelta dall’autore tra quelle che, del personaggio trattato, si prestano ad una esemplificativa citazione pertinente, sembra andare in questa emblematica direzione coincidente con il pensiero futurista più dirompente, pure funzionale ad una rimessa in discussione del tradizionale approccio creativo verso la realtà stessa dove esplica, invece, uno sguardo roboante aperto ad una nuova fantasmagorica dimensione corrispondente: “Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle“.

Su un nitido campo tricolore, la sagoma marinettiana pare fattibile d’un elogiativo richiamo anche alla patria, quale monito fedele alle gesta del medesimo protagonista di questa significativa immagine artistica, proporzionata alla gigantografia del manufatto stesso, perpendicolare, nella sua sede costitutiva, a quella via che, a senso unico, disciplina la circolazione veicolare nella direzione a sbocco innanzi al parco dove è, in zona, pure ubicato il monumento dedicato al bresciano Giuseppe Zanardelli (1826 – 1903), qui, in vista, su un lato di questa area verde che è raggiunta da una defilata e grigia intersezione stradale prospiciente.

I colori dell’opera, unitamente ai tratti stilistici che vi sono attribuiti, sembrano rivitalizzare questa circoscritta sezione cittadina, mediante il valore aggiunto, ispirato a storia ed a letteratura, che, alla versatilità cromatica, aggiunge il molteplice profilo culturale delle tematiche che vi sono sottese, entro le fattezze rivelatrici di questo personaggio, coevo di d’Annunzio con cui pare, per certi versi, incontrarsi, nei panni, però, di un’altra impronta letteraria ed epica, secondo un distinto coinvolgimento fattuale, nelle cronache del suo tempo, entro una propria pertinace codifica esistenziale.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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