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Gottolengo (Brescia) – Gino, il sagrestano, arrivava in cascina con la sua bici a tre ruote e una specie di carretto davanti. Trasportava i rami d’ulivo. In cambio di libere offerte e di un bicchiere di vino, preparava i ramoscelli a mazzetti e ce li porgeva per la Processione delle Palme. La messa era lunga quel giorno e, seduti sui poggiapiedi dei banchi ci divertivamo con le piccole foglie argentate.

A casa, mia nonna le riponeva sul granaio. Non erano dimenticate…sarebbero servite , bruciandole durante l’estate, ad allontanare quei terribili temporali che arrivavano dal lago e portavano grandine. Ramoscelli di olivo , simbolo d’ alleanza con Dio per vincere la paura del diluvio.

Era iniziata la settimana santa, a dire il vero sempre un po’ turbolenta con certe giornate scure, adatte agli eventi. In casa invece c’era un’aria d’allegria, iniziavano le vacanze e mia madre puliva il rame, che teneva sul camino, usando farina gialla e aceto. Vecchi tegami, caraffe, risplendevano di luce nuova.

Il giovedì santo, raccoglievamo le uova di gallina nel nostro pollaio e a volte anche quelle d’oca e d’anatra. Con i segreti dei colori naturali le rendevamo colorate e pronte ad essere benedette la domenica mattina. Per il verde si usava l’acqua di malva o le ortiche e le foglie d’edera. Il giallo si otteneva con i fiori di camomilla o con il the. Il rosso con la rapa rossa. Per l’arancione servivano le bucce di cipolla.

Il venerdì santo, mio padre, alle tre del pomeriggio, lasciava tutti i lavori, ci chiamava in cucina e si toglieva il cappello. Poi prendeva la Bibbia e dal Vangelo leggeva i versetti che narravano la morte di Cristo. Aveva sempre un groppo in gola perché non si è mai vergognato di piangere quando una cosa lo emozionava. Dopo qualche minuto di silenzio staccava dal muro un vecchio crocefisso di legno con un Cristo in metallo e lo porgeva perché lo baciassimo. Era un rito semplice come la fede di mio padre e quel Cristo era così intriso di dolore umano.

Le campane del paese tacevano, nessun annuncio di festa o di morte. In realtà in cascina c’era già un’aria di festa, una Resurrezione vicina.I l cappone era sistemato e , curiosi com’eravamo, ci piaceva vederlo liberare dalle interiora e volevamo che ci mostrassero il cuore, il fegato e anche lo stomaco (il magu) che erano buonissimi dentro la minestra.

L’asse per impastare era sul tavolo, per i ravioli fatti in casa con ripieno di carni mescolate, grana, burro e un pizzico di noce moscata .Le mani delle donne di casa erano abilissime nel farne tanti piccoli ombelichi :i marubini. Alla domenica sarebbero affogati nel brodo di cappone scaldando la nostra gioia nuova al ritorno della messa.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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