“Naso a patata”, allusione al tubero ed a quella protuberanza che, con tale accostamento, è, in parola, rappresentata. Altra associazione è quella culinaria, mediante una serie di ricette, recanti la patata quale elemento fondante la loro stessa maggiore portata.

Anche negli anni Trenta, quando il periodico di settore, “La Cucina Italiana”, pensato per una ideale “brava massaia”, trattava questo prodotto della terra attraverso il contributo di lettura che ne valorizzava l’impiego alimentare, assurto ad una celebrata valenza politicizzata.

La guerra d’Etiopia era già finita, ma, nonostante l’impero acquisito, l’autarchia seguitava a rappresentare un orientamento di massima, rispetto a ciò che si profilava nella tendenza di una visione complessivamente incentivata, grazie al perseguimento economico di una prospettiva nazionale largamente auspicata.

Il promuovere risorse alternative diveniva obiettivo da conseguire, nei più disparati ambiti dove poter perseguire, secondo la mentalità dell’epoca, una riuscita e soddisfacente autonomia, nella sedicente autosufficienza di risorse utili per i più disparati ambiti nazionali entro i quali avvalersi delle potenzialità racimolate secondo certe disponibilità tutte locali, utilizzate in alternativa a quelle di importazione, pegno, quest’ultime, di una malintesa dipendenza, attribuita ad un percepito e costante “braccio di ferro” fra gli Stati.

Tutto ciò anche in cucina, oltre che, con diverso impatto, nella filiera produttiva, e, proprio perché, tra le stufe ed i fornelli, compatibilmente con le possibilità di ognuno, più ci si sbizzarriva, in una sorta di economia domestica ricca di iniziativa, sebbene con il poco di una mensa parcamente allestita, anche la patata aveva la sua nicchia di esclusiva.

Ecco, allora, la ricetta che, questa pubblicazione, diffusa nel mese di febbraio 1938, divulgava con il nome di “Crocchette di Elvira”: “Lessare tre quarti di chilo di patate di pasta gialla, sbucciarle, passandole calde dallo schiacciapatate, amalgamandovi, subito, 20 grammi di burro, 50 grammi di formaggio, un uovo, sale, una punta di coltello di noce moscata. Farne delle crocchette che si passeranno nell’albume, reso fluido con un paio di cucchiai di acqua. Da ultimo avvoltolarle, in modo che si ricoprano uniformemente, in gherigli di noce tagliati con la mezzaluna. Friggerne 3 – 4 per volta in olio, non eccessivamente caldo, in tegamino stretto e fondo a ciò le crocchette, cuocendo, siano completamente coperte dal grasso. Si servono per intermezzo con un piatto di salame milanese o con crostini tostati e spalmati di gorgonzola (stracchino verde), grasso e burro, amalgamati in parti uguali”.

Non ci si inganni. All’epoca, si cercava ricorrentemente un valore aggiunto, evitando di banalizzare, a scanso della rincorsa all’omologazione che pare, ad esempio, risulti, invece, in voga oggi, ed, alla pure ordinaria diffusione di un frequente apporto di alimentazione, come risultava essere la patata, questo periodico precisava che tale ricetta fosse tratta da quelle del “Cavalier Pettini, cuoco di Sua maestà il Re”.

Una qualificata testimonianza, calata nel tema, sviluppato in una contestuale ottica autarchica, che, nonostante tutto, pare concorresse a far riscoprire o comunque a tracciare “il vastissimo campo aperto alla nostra arte della cucina nel sapere presentare ed avvalorare questo cibo, per se stesso così povero, ma per se stesso così a buon prezzo e così leggero”.

In questo modo, ancora secondo la “assistente sanitaria” Amalia Piscel, autrice della proposta di lettura qui evocata, ci si poteva cimentare con la patata, ancora mettendo in luce ulteriori ricette sottoscritte dal cuoco preposto alla tavola della pestigiosa sede sovrana, come, nel caso, di una adibita a variante dei cereali, quasi si rappresentasse tale ideazione come inventiva atta a promuovere una pietanza oltremodo già presente, in quanto allora indicativa di una popolare mensa imbandita, dal momento che trattavasi di un tipo di polenta, variata rispetto alla versione che andava per la maggiore, proponendosi fatta di patata, da poter fare, nel modo che vi era riferito dal medesimo giornale, in una descrizione particolareggiata: “Lessate e passate le patate, consigliabili le farinose di pasta bianca (scaia). Si salano ed aggiungendo qualche cucchiaio di latte caldo, se ne fa una pasta liscia. In una teglia di alluminio, a bordi alti si mette mezzo bicchiere di olio, un pezzetto di burro ed, a volontà, un battutino di pancetta. Caldo il condimento vi si butta un cucchiaio colmo di cipolle trite, si rigirano, poi, uno di prezzemolo, per ultimo le patate che si salano a punto, aggiungendo anche un po’ di pepe. Col mestolino di legno, si schiaccia la pasta sul fondo, facendo penetrare il condimento. Si continua a rimestare, come se fosse una polenta, fintanto che le patate si staccano dal recipiente. Si possono servire subito, versando su di un piatto caldo, facendo una fossetta nel mezzo dove si può mettere delle salcicce con salvia, fritti od un qualsiasi ammorsellato di carne. Avanzandone, si usufruisce molto bene per crocchette e, diventa, meno facilmente acida del purreé che, talvolta, si guasta da mattina a sera, se rimane nella cucina calda. O si mette il tegame al forno, per una ventina di minuti”.