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Mentre al teatro Sociale di Brescia il film “Il presidente si diverte” faceva notizia per la sua prima visione attesa alle ore 16 di venerdì 11 marzo 1938, nell’edizione del quotidiano “Il Popolo di Brescia” dello stesso giorno, altre informazioni intercalavano l’osservazione di quanto appariva racchiuso nella pagina “Fatti, opere e commenti in città” con una singolare e precisa panoramica attinente il consumo alimentare della popolazione cittadina bresciana, misurato a ridosso dell’anno precedente con quello allora in corso e pure con le monitorate annate antecedenti.

I centotrentamila abitanti di quell’epoca, residenti complessivamente fra la città e gli allora maggiormente dilatati sobborghi urbani, erano stati osservati in quelle abitudini alimentari riscontrate grazie alle rilevazioni tracciate, per competenza amministrativa, dall’Ufficio Imposte e Consumo e dall’Ufficio Municipale d’Igiene che, attraverso una riuscita visione incrociata fra i loro dati, avevano fornito anche alla stampa una fedele ed accurata analisi di quantità e di genere circa ciò che transitava nelle cucine dei bresciani della seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso.

Il titolo “Brescia a tavola” dell’articolo, scritto da un non precisato autore, attirava il lettore per la risposta ai principali temi evidenziati nel correlato sottotitolo, recante sinergia argomentativa di una medesima ragione esplicativa: “Quanto mangia in un anno la cittadinanza. Il consumo della carne bovina in diminuzione. Orientamenti autarchici nell’alimentazione. Sedici milioni e settecentomila litri di vino bevuti nel 1937”.

Dalla carne al pesce, dal pane ai dolci, fino al vino, sia sacro, per le celebrazione delle sante messe, che profano, per un uso dello stesso durante ed anche al di fuori dei pasti, vari generi di consumo erano osservati con dovizia numerica di particolari e con acutezza di considerazioni complementari ad un interessante raffronto di andamento dei vari prodotti presi in esame, fra i quali non erano esclusi nemmeno i profumi, il sapone e le pellicce, per quanto non corrispondenti alla natura degli alimenti, ma comunque soppesate perché, come scritto nell’articolo a proposito di tali specificità, “quante donne non le ritengono più necessarie del pane?”.

Una sottolineatura, questa, ad abbinamento di una sopravvissuta e più accentuata sensibilità di genere femminile verso un certo settore dedicato alla cura della persona, che si traduceva, fra le righe pubblicate dall’allora unico quotidiano bresciano, nell’informazione dei 28mila chilogrammi di saponi fini e dei 18mila litri di profumerie, consumati durante il 1937, ai quali si aggiungevano gli ottomila chilogrammi di “pelliccerie varie”, acquistate nel medesimo periodo, per un accostamento di assimilabile omogeneità, a possibile nesso di contestuale abbinamento.

L’analisi, realizzata nemmeno tre mesi avanti l’inizio dell’anno, necessariamente si rivaleva sulla annata invece da non molto conclusa, con un termine di raffronto speso ad andamento di cifre, collocate a paragone della realtà sia dei giorni allora in corso che degli anni immediatamente prossimi al recente passato.

Nello specificare che, nonostante le oscillazioni fra aumento e diminuzione di consumo di generi alimentari diversi, la compensazione, fra le varie modulazioni di flusso statistico desunto fra i dati consegnati alla stima realizzata, consentisse in ogni caso una “bilancia economica equilibrata”, le osservazioni, relative al calo ed alla crescita di alcuni alimenti, recavano probabile giustificazione per più di una ravvisata motivazione.

Ad esempio, in merito alle carni bovine consumate nel 1937 dai bresciani nel minor quantitativo di 16038 quintali, rispetto agli invece 20173 quintali del 1936, la lettura dei dati, nell’additare la conseguente crescita compensativa a favore del consumo di altri tipi di carne, precisava quanto tale fenomeno traesse “indubbiamente origine, oltre che da contingenti considerazioni di ordine economico, dall’applicazione del comandamento autarchico anche nell’alimentazione. Il ritocco della carne bovina pregiata (che in buona percentuale è merce di importazione) ha dimostrato la convenienza di preferire carni altrettanto pregiate che trovano in casa nostra: il pollame, i conigli, la selvaggina. Infatti il consumo del pollame nel 1937 è cresciuto di 600 quintali: da 4900 nel 1936 a 5500; quello dei conigli da 520 a 690; della selvaggina da 355 a 365”.

Sembra che gli uccelli e le lepri cacciate, presumibilmente componenti il più ricorrente scibile nella varietà dell’accennata selvaggina consumata, si prestassero a meglio integrarsi con la tendenza di fare degli alimenti di origine nostrana la base per quella propensione verso una forse neanche convinta autarchica prevalenza che, nella favorita propaganda istituzionale, instillava il messaggio educativo della valorizzazione dei prodotti nazionali per la ricercata autosufficienza alimentare del Paese.

Nel caso del vino, la diversità d’andamento dei dati raccolti dalla solerte stima complessiva ne spiegava invece l’entità, in un netto aumento, per i motivi che parallelamente al normale incremento demografico, si esplicavano nel “migliorato tenore dell’alimentazione (preso in ragionevole misura il vino fa parte integrante dei pasti) sintomo di più diffuse possibilità economiche della cittadinanza” ed anche nel praticato contrasto al contrabbando, a discapito del quale si era applicato un “meticoloso accertamento del vino entrato in città”.

Di questo inebriante prodotto dell’uva il computo di un ispessimento dei volumi di consumo, conteggiato sullo sfondo di “oltre 27mila ettolitri” che erano stati rilevati a Brescia in continuità di crescita rispetto ai dati registrati dal 1934 al 1937, si dettagliava nella considerazione che tale quantità era come se 238 litri di vino potessero essere attribuiti a ciascuno dei settantamila bresciani ai quali, con esclusione di donne e di bambini, se ne ascriveva l’assunzione. Pari a circa tre quarti di litro al giorno per ognuno dei consumatori durante l’anno 1937, il vino era fluito in un flusso stimato in 16 milioni e 700mila litri, lungo tutte le dodici mensilità di tale periodo in cui erano state pure contate le 8990 bottiglie di spumante commercializzate che si evidenziavano a contestuale cornice di nicchia nel quadro generale vinicolo osservato nel “raffronto con gli anni precedenti: nel 1934 gli ettolitri furono 139mila 980; nel 1935 salirono a 141963; nel 1936 altro accentuato aumento: 157mila 238 ettolitri; l’anno scorso si arrivò a 167mila”.

La cifra, relativa al consumo di vino per il 1937, non contemplava il quantitativo della stessa bevanda utilizzata durante la celebrazione dei sacri misteri all’altare per la consacrazione eucaristica, in quanto, nella ricerca effettuata, il calcolo di tale proporzione restava un dato disgiunto, ma che se considerato poteva sorprendentemente rivelare, per il tramite di un computo matematico, precise constatazioni.

Dato che comunque era laboriosamente calcolato nella consapevolezza fosse distribuito nelle tante chiese cittadine e nelle molteplici messe celebrate tutti i giorni in devote funzioni liturgiche.

In una curiosa applicazione d’indagine, “Il Popolo di Brescia” di venerdì 11 marzo 1938 offriva ai lettori quanto anche ai contemporanei può rappresentare un numero forse neanche mai pensato, nel modo da potere essere vidimato in un’attenta analisi di consumo sostanziale, desunto in un settore d’uso più spirituale che a spinta commerciale: “A parte va calcolato il vino destinato alle SS. Messe. L’anno scorso ne abbisognarono 11900 litri. Poiché con un litro si riempiono in media dieci ampolle, ognuna delle quali costituisce il fabbisogno di una Messa, si deduce che nel 1937 furono celebrati nel nostro Comune circa 119mila uffici divini, cioè 326 al giorno”.

In altre sue raggiunte individuazioni, da questa insolita modalità di contare indirettamente quanto sono state le celebrazioni eucaristiche, attraverso il monitoraggio del vino utilizzato, l’analisi effettuata a Brescia si spostava, dal religioso indirizzo sacramentale, verso quello prettamente alimentare, giungendo significativamente a specificare singolarmente le differenziazioni praticate per un individuale sostentamento: “Le operazioni di dettaglio ci dicono che il consumo medio individuale fu nel 1937 il seguente: circa 16 chilogrammi di carni bovine, 3 e mezzo di suine, mezzo chilo di agnello o capretto, 4 chili abbondanti di pollame, mezzo di coniglio, 280 grammi di uccelli, 315 grammi di pesce fresco di acqua dolce e 690 grammi di pesce di mare, un chilo e mezzo di pesce salato (baccalà, acciughe ecc…) circa due chilogrammi di dolciumi. Ognuno ha bevuto inoltre 4 decilitri di acquavite ed altri liquori. Una famiglia composta di padre e madre con tre figlioletti (questo è il tipo medio delle famiglie bresciane) settimanalmente acquistò cinque chili di verdure, uno di frutta, dieci uova, dieci litri di latte”.

Dal computo annuale per persona, passando per quello famigliare invece rapportato al corso settimanale, riferito alla proporzione di quanto emblematicamente attestava a Brescia l’allora media composizione di una cellula domestica, è ancora un dato esteso e preso nell’interezza di tutto un anno ad offrire un altro assaggio a favore dell’attuato grafico di monitoraggio. Funzionale pure ad un ulteriore tocco di gusto, nella rosa evocativa dell’assortimento accennato, la specificità del cioccolato, si stimava consumato, nel pari periodo a quello esaminato, nella quantità di 63mila chilogrammi, per il tipo in polvere, ed in 36mila chilogrammi per quello in tavolette ed in cioccolatini, mentre i biscotti erano conteggiati nel volume complessivo di 82mila chilogrammi e la pasticceria, in genere, aveva guarnito le più dolci consumazioni dei bresciani di città per un importo di peso pari a 119mila chilogrammi che in sé conservano, fino ai contemporanei diagrammi, gli ingredienti statistici per raffinate seduzioni degustative, scaturenti golosità antiche, datate da innumerevoli anni.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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