Il tempo stringe: ancora una settimana, forse poco più, e poi gli operatori delle cooperative sociali lombarde non saranno più in grado di assistere anziani, disabili, bambini in difficoltà.

Mancano mascherine, guanti, gel igienizzanti. Il 30% degli operatori è ammalato o in quarantena.

“Le abbiamo chieste alla Regione, ai comuni, alla protezione civile -racconta Massimo Minelli, presidente di Confcooperative-. Ma per ora non c’è arrivato nulla. Capisco che la priorità è per il personale degli ospedali, ma subito dopo viene il personale che si occupa di assistenza sociale e sociosanitaria. Perché non possiamo lasciare a se stesse quasi 100 mila persone che oggi vengono assistite”.

E proprio per proteggere ancora di più queste persone fragili, Confcooperative chiede che la bergamasca sia dichiarata zona rossa, come è stato per Codogno e gli altri nove comuni del lodigiano.

Quella di Bergamo è la provincia più colpita con oltre 3 mila contagiati e ben 261 morti. “L’abbiamo chiesto più volte in queste settimane -aggiunge Minelli-. Invece le attività produttive continuano ad andare avanti”.

Ma i problemi per le cooperative lombarde non finiscono qui. Sono 380 infatti le cooperative sociali lombarde che hanno chiesto l’accesso al Fondo integrativo salariale (Fis) per ottenere la copertura dell’80% delle retribuzioni dopo il fermo a causa dell’emergenza coronavirus, per un importo totale di circa 11,7 milioni di euro.

Al momento sono 21.372 i lavoratori rimasti a casa dopo le ordinanze di governo e Regione.

“Le cooperative dovranno comunque anticipare i soldi del Fis – sottolinea Massimo Minelli – . E questo è per le cooperative uno sforzo finanziario enorme, visto che verranno poi recuperati a livello fiscale nei prossimi mesi o anni. Perciò chiediamo ad Anci e al Governo che i Comuni paghino alle cooperative le prestazioni previste negli appalti, anche se in questo periodo non è stato possibile erogare servizi, quali per esempio gli educatori nelle scuole o la gestione di asili nido.

Nel caso i comuni decidessero di non pagare quanto già messo a bilancio, le cooperative sociali sono destinate a chiudere. Occorre quindi uno sforzo da parte di tutti. Troviamo, dove possibile, un’alternativa ai servizi sospesi. Per esempio, noi siamo pronti a mandare gli educatori nelle case delle persone che seguivano nei centri diurni prima dell’emergenza coronavirus: ma dateci mascherine e guanti!”.