Brescia – Consigli del cavolo, ovvero ispirati al cavolo, prodotto orticolo dalla natura prorompente, nella densità sferica di una caratteristica massa virente.

Oltre all’uso alimentare, nell’assaporare quel gusto che, derivatogli da una dotazione peculiare, contraddistingue da sempre certi piatti con la forte presa di un impatto palatale, pare che, invece, certe proprietà gli fossero riconosciute nell’andare pure a riguardare le potenzialità corrispondenti all’essere risorsa atta anche a poter curare.

Così, si era espresso il quotidiano “La Sentinella” di sabato 3 marzo 1923: “I cavoli come mezzo curativo. Il dott. Emilio Gaulier di Parigi suggerisce contro il mal di gola un cataplasma di foglie di cavolo rammollite in una soluzione calda di acido borico trattenuto intorno al collo per mezzo di una fascia o cravatta di lana e rinnovato sera e mattina. Una artista lirica che era divenuta afona e aveva dovuto già rinunziare a tre scritture, ha scritto al Gaulier che il suo metodo di cura le ha restituito in pochi giorni completamente la voce. A che cosa si deve questa curiosa e preziosa virtù dei cavoli? Si potrebbe credere semplicemente alla virtù del calore che è sempre un grande risolutivo di tutte le forme reumatiche, ma difficilmente si potrebbe sostenere che basti una sola cravatta di lana con un qualunque cataplasma caldo per restituire la voce dopo una pertinace afonia. Un medico della Costa Azzurra aveva già dichiarato che le virtù terapeutiche del cavolo devono essere attribuite all’abbondanza di zolfo che esso contiene. Recenti studi hanno, infatti, dimostrato che se lo zolfo non è meno necessario all’organismo del ferro e del fosforo, se non vi è una sola delle nostre cellule che non ne contenga, è soprattutto nella pelle, nei peli, nelle unghie, nei gangli dei tessuti cartilaginosi e in particolar modo nei tegumenti delle vie respiratorie che sembra localizzarsi di preferenza lo zolfo. Ed è egualmente allo zolfo che la mucina espressa dalle mucose dell’albero della respirazione deve le sue proprietà detersive e purganti. Da ciò si trae la conseguenza che, quando quelle mucose si alterano, si infiammano, come accade nelle faringiti, laringiti ecc… lo zolfo deve essere necessariamente in diminuzione. Questa diminuzione è la causa o l’effetto della malattia? Poco importa! Lo zolfo si palesa come un fattore indispensabile della integrità di tutte quelle tubulature così delicate e fragili che si aprono in fondo alla cavità orale e la cosa più semplice quando è diminuito è di rimediarlo. I cavoli che sono particolarmente ricchi di zolfo, sono dunque molto indicati quando vi è qualche cosa che stride da quella parte“.

Quella parte, secondo tale esplicitata fonte presa in considerazione, sembrava non fosse l’unica, per prestarsi a ricevere i possibili benefici di una congrua soluzione, rispetto alle eventuali problematicità delle quali, questo non meglio specificato medico di cui se ne ribadisce in seguito l’interpretazione, aveva da offrire altri mirati particolari ai quali poter abbinare, all’esemplificazione di taluni fastidi, alcuni ulteriori rimedi del cavolo, sperimentati grazie alle prove che lo stesso robusto ortaggio pare potesse offrire, mediante un’analoga veste curativa, condensata in una apprezzata utilità da promuovere anche in chiave divulgativa: “A miglior prova di tutto questo si potrebbe citare una ricetta di uso internazionale contro le tossi composta di tiocolo, terpina e solfodorato di antimonio. In questo caso, lo zolfo (solodorato di antimonio) si suggerisce, in quanto provoca una specie di iperemia dei polmoni, che permette più facilmente l’espettorazione. Ma indirettamente è sempre la stessa cura che porta ad una nuova irrigazione di zolfo alle parti che ne erano rimaste impoverite. Del resto, bisogna interpretare nello stesso modo l’azione benefica delle foglie di cavolo in tutte le malattie delle pelle, ivi comprese le ulceri varicose così ribelli; e in generale in tutte le alterazioni dell’epidermide che si curano pure con le pomate di zolfo. Si deve ammettere una vera affinità elettiva dello zolfo per i tessuti cutanei che esso deve impregnare con estrema facilità, purchè sia dato sotto le forme richieste, se si considera che tutti gli specialisti sono oggi d’accordo nel considerarlo come una specie di panacea contro le dermatosi. E non deve essere sotto la specie di cavolo nelle quali esso è, per così dire, “vitalizzato” che lo zolfo deve avere la sua minore attività. Ed ecco la ragione – conclude il Gaulier – non perchè è muta vostra figlia, ma perchè la citata artista ha riacquistato la voce”.

Più su un versante appagante l’appetito, quale effetto insopprimibile della necessità governabile di ogni giorno pure, a sua volta, contestualizzata al gusto rivolto alla varietà di altre aspettative solleticate dall’appropriatezza di una dieta variabile sui diversi elementi possibili che possono nutrire attraverso un più vasto scibile, ancora del cavolo “La Sentinella Bresciana” se ne era già occupata il 3 luglio 1920, con un insieme di dettagli che, al desco, ne anteponevano la cura orticola, per ottenere quella resa che, rispetto al capriccio del caso, era preferibile: “Il cavolo cappuccio. Tra le piante da orto che possono coltivarsi con vantaggio in aperta campagna dopo il frumento, il cavolo cappuccio è, senza dubbio, una di quelle che danno i maggiori utili. Mietuto il frumento, si esegue un lavoro profondo circa 30 centimetri, sotterrando una buona dose di letame possibilmente completato con perfosfato. L’impianto si fa in agosto, adottando distanze variabili dai 50 ai 70 centimetri a seconda dello sviluppo della varietà che si coltiva. (…) Quando i cavoli sono maturi, per conservarli, cioè per ripararli dal freddo si potranno disporre in una fossa non molto profonda colle teste rivolte all’ingiù, separati fra loro e coperti con terra”.

Il legame con la terra si sviluppava anche mediante la segnalazione di altre colture, pure da poter egualmente adottare per il periodo produttivo successivo a quello cerealicolo delle bionde spighe ormai raccolte, in quel principio di luglio che ricalca l’andamento stagionale del ciclo agricolo nella sua disciplina irregimentata nel paradigma naturale di sempre, dove, sul limitare degli anni Venti, si proponeva agli agricoltori bresciani, sulla stessa pagina del citato giornale locale, la “patata Matilde” e la “senape bianca”.